METALHEAD

Archive for agosto, 2011

EDGUY – “Age of the Joker”

by on ago.31, 2011, under ALBUM, E

(Nuclear Blast-Audioglobe) Ne è passata di acqua sotto i
ponti dai tempi di “Savage Poetry”! Oggi gli Edguy di Tobias Sammet sono al
nono album in studio, e il vulcanico singer sembra essere tornato ad occuparsi
della sua prima creatura, accantonando temporaneamente il ben più remunerativo
progetto Avantasia. Il primo brano in scaletta di questo “Age of the Joker” è
il singolo, “Robin Hood”: otto minuti e mezzo di trame sonore che vanno
dall’epica delle keys alla carica power del ritornello, passando per l’afflato
mistico del break di organo e per il solo coi suoni caratteristici della band.
Un brano sicuramente non facile da assimilare né forse adatto ad essere il
portavoce del nuovo album: quello che è chiaro, però, è che il sound della band
è sempre più vicino all’hard rock che al power di “Vain Glory Opera” o di
“Hellfire Club”. La sensazione è ancora più evidente con le ‘leggere’ “Nobody’s
Hero” e “Two out of Seven”, peraltro non memorabili, mentre si fa notare “Rock
of Cashel”, che dopo una prima parte ‘classica’ si trasforma in una specie di
ballad medievale. Fuori luogo i suoni southern di “Pandora’s Box”: uno dei
consueti scherzi della band? “Faces in the Darkness” è forse il pezzo in cui si
respira maggiormente il vecchio spirito Edguy, ma alla lunga si rivela un po’
piatto: molto meglio “The arcane Guild”, con il suo solare ritornello. Altro
momento interessante è la lunga “Behind the Gates to Midnight World”, la quale
offre un minimo di sperimentazione con un avvio molto pesante e ricche melodie.
La ballata finale “Every Night without you” ricorda invece fin troppo “Save me”
da Rocket Ride. Capirete insomma che non siamo di fronte a una prova
eccezionale dei burloni di Fulda: c’è tanto buon materiale ma anche qualche
scivolone. E non credo piacerà ai fan storici. Disponibile anche in doppio lp e
in un lussuoso quanto limitatissimo box.

(Renato de Filippis) Voto: 6.5/10

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SABATON – “World War Live. Battle of the Baltic Sea”

by on ago.29, 2011, under ALBUM, S

(Nuclear Blast-Audioglobe) Strana parabola, quella degli svedesi Sabaton: il successo è arrivato relativamente tardi, con quel magnifico “Art of War” che è forse il miglior disco power del 2008, ma la consacrazione internazionale, con annesso passaggio alla Nuclear Blast, questi ragazzi l’hanno avuto con il loro prodotto più debole, “Coat of Arms”, uscito l’anno scorso. Reduce da un anno e più di tour mondiale, la band consegue ora l’importante risultato del disco live, dove dispiega tutta la potenza del proprio metal boombastico e guerresco. Qui ci occupiamo soltanto del primo cd del package, l’unico messo a disposizione dei recensori, e che riproduce il concerto tenuto nientemeno che su una nave da crociera in viaggio fra la Svezia e la Finlandia (!) nel Dicembre dello scorso anno. Per chi sia interessato, i nostri ripeteranno l’esperienza quest’anno nello stesso periodo… Fin da “Ghost Division” i Sabaton si mostrano precisi e carismatici nell’esecuzione: forse perdono un po’ troppo tempo in chiacchiere, ma i dodici brani in scaletta (più intro, outro e un medley conclusivo) nascono per l’esecuzione dal vivo e difficilmente potevano quindi deludere i fans. Funzionano bene tutti i pezzi di “Coat of Arms”, nello specifico “Uprising”, “Acies in Exhile” (forse il meglio riuscito) e “White Death”. Highlight dello show è naturalmente “Cliffs of Gallipoli”, che il pubblico canta a memoria: sull’ultima strofa Brodén però osa troppo per la propria voce baritonale. Altri momenti di grande coinvolgimento sono “40:1” e la vecchia “Attero Dominatus”. Nel gran finale, da cardiopalma “Primo Victoria”. Una band simpatica, che merita finalmente la gloria dopo anni di gavetta.

(Renato de Filippis) Voto: 7.5/10

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ATTICK DEMONS – “Atlantis”

by on ago.29, 2011, under A, ALBUM

(Pure Steel-Audioglobe) Quando ho letto nel package promozionale che il singer di questa band portoghese, gli Attick Demons, era il “figlio smarrito” di Bruce Dickinson, ho pensato alla solita esagerazione pubblicitaria: poi è iniziata “Back in Time” e ho dovuto immediatamente ricredermi. Il cantato di Artur Almeida rappresenta una copia ESATTA dello stile e della timbrica del mitologico cantante, e la sua band, qui all’esordio dopo 15 anni di underground, ha tutte le carte in regola per entrare stabilmente nei cuori di coloro che (come me…) i Maiden proprio non li sopportano più. Ma parlavamo dell’opener: un brano non indicativo per il resto del disco, dato che suona molto più US metal che NWOBHM come faranno i successivi. La titletrack ospita nientemeno che Ross the Boss e, guarda caso, Paul Di’Anno: l’effetto stranissimo è quello di sentir duettare i due cantanti storici della Vergine di Ferro! “City of golden Gates” sarebbe stata abbastanza bene su “Somewhere in Time”; ottimamente costruita “Riding the Storm”, anche se si percepisce che nell’album manca il cosiddetto ‘killer refrain’. In “Sacrifice”, datemi pure dell’eretico, sento il respiro dell’irripetibile “Alexander the Great”, mentre “Meeting the Queen” è una ballatona arrembante con ospite una voce femminile. Si conclude con l’energica “Listen to the Fool”. Un outsider vincente, una bella proposta grintosa e alternativa ai soliti nomi.

(Renato de Filippis) Voto: 8/10

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EPYSODE – “Obsessions”

by on ago.26, 2011, under ALBUM, E

(AFM-Audioglobe) Il progetto Epysode nasce dalla mente di
Samuel Arkan, chitarrista dei Virus IV, che sotto l’egida di Tommy Hansen e con
l’aiuto di due membri dei Pain of Salvation costruisce un album prog metal
niente male. Come spesso accade in questi album, le tracce sono collegate da un
complicato concept, a metà fra il poliziesco e il soprannaturale, che sa tanto
di CSI. Il disco inizia su toni lenti e con gran abbondanza di pianoforte, con
due intro l’una successiva all’altra: la seconda sfocia in “First Blood”, pezzo
intricato come il prog comanda ma non per questo privo di melodia, dove
funziona l’alternanza fra voce maschile e femminile (in tutto cinque i singer
coinvolti, fra i quali Rick Altzi degli At Vance). Un pregio del disco è
sicuramente quello di non addormentarci con una suite di 35 minuti: la durata
media dei brani è contenuta e questo rende l’ascolto più immediato. Il guitar
working di “Invisible Nations” è molto pieno e ben fatto: ne risulta un brano
incalzante, fra i migliori del disco. Piuttosto scialbo invece l’intermezzo
pianistico di “Gemini Syndrom”. Conquista anche “The other Side”, brano
immediato che però non si risparmia banali melodie orientali. Più oscura
“Divine Ghosts”, mentre il gran finale è affidato all’ubriacante “March of the
Ghosts”. Per i fan di Symphony X e Ayreon.
(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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WOLFPAKK – “s/t”

by on ago.26, 2011, under ALBUM, W

(AFM Records-Audioglobe) Dopo la Metal Opera, ecco la Hard
Rock Opera! Wolfpakk è il nome del nuovo progetto messo in piedi da Michael
Voss e Mark Sweeney, rispettivamente cantante dei Mad Max ed ex-vocalist dei
Crystal Ball. I due artisti si sono circondati di un numero veramente altissimo
di musicisti rinomati, fra i quali spiccano i nomi di Paul Di’Anno, Tony
Martin, Rob Rock e “Ripper” Owens fra i singer, Mat Sinner e Neil Murray fra i
bassisti, Ira Black e Igor Gianola fra i chitarristi. Il songwriting non è di
livello eccezionale, perché manca l’hit single, ma la maggior parte dei brani è
decisamente ben riuscita. Il sound, adattandosi alle diverse prestazioni
vocali, si muove fra power metal (poco, a dire il vero), melodic metal e hard
rock: lo si nota già dall’opener “Sirens”, dove il meltin’ pot è evidente fra
le tastiere alla Sonata Arctica, la melodia alla Stratovarius e le voci
potentemente rock di Sweeney, Voss e dell’ospite Mark Fox. Più energia in
“Lost”, dove il refrain spinge sull’epico e su toni orientaleggianti; i nostri
hanno peraltro un certo gusto per i ritornelli ariosi, come testimoniano pure
“Slam down the Hammer” e “Reptile Kiss”, forse il pezzo più rock oriented di
tutto il lotto. Con “The Crow” arriviamo quasi in territorio happy metal,
mentre l’ultimo brano, “Wolfony”, stacca completamente dal resto: si tratta di
una suite di dieci minuti dove le tastiere hanno un ruolo importante e in
generale i riff e le strutture sono più vicine all’heavy metal classico. Siamo
di fronte a un disco potenzialmente destinato ad un pubblico vastissimo
(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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SVARTSOT – “Maledictus eris”

by on ago.20, 2011, under ALBUM, S

(Napalm-Audioglobe) Per il proprio terzo album, i danesi Svartsot scelgono un tema storico e ci narrano l’irrompere della peste nera nella loro nazione a metà del ’300. Ma stavolta il risultato non è per niente significativo: saranno anche le lyrics in danese, che impediscono la comprensione dei testi, ma i brani suonano incredibilmente omogenei, tutti caratterizzati da vocals incredibilmente gutturali, ritmiche serrate, limitato utilizzo di strumenti tradizionali e strutture di songwriting molto canoniche. Un pagan metal assolutamente di maniera, senza soprese: da “Gut Giv Det Varer Ved!”, che fa pensare agli Eluveitie, a “Farsoten Kom” con i suoi cori da taverna, passando per la più pesante “Der Forgaengelige Tro”, e per la piatta ballata “Spigrene”, cantata in clean, alla fine resta soltanto la sensazione di un continuo e indistinto martellare. Una band il cui esordio lasciava presagire ben altro!

(Renato de Filippis) Voto: 5/10

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CONSFEARACY – “S/T”

by on ago.20, 2011, under ALBUM, C

(Massacre-Audioglobe) I Consfearacy nascono per iniziativa di Brian O’Connor e Ira Black, entrambi un tempo in forza ai Vicious Rumors; la band è completata con innesti provenienti dalla scena tedesca. Il genere suonato – c’era da aspettarselo – è un power/thrash serratissimo ma poco ispirato: i dieci brani in scaletta si inseriscono senza colpo ferire nella media delle produzioni analoghe, e presentano quasi tutti soluzioni stra-abusate. Così, dell’iniziale “Pain Infrantry” colpisce più che altro la furia canora di O’Connor, mentre “Fall from Grace” non è distante dagli esiti più commerciali del metal americano odierno. Buono il lavoro delle chitarre in “World Domination”, ma “Dying to kill” e “Forever falling” sono davvero sentite e risentite mille volte! La potenza cieca di “Unbreakble” e gli scampoli di melodia di “Your Dead to me” chiudono un disco nato vecchio e con poche armi per affermarsi sul mercato.

(Renato de Filippis) Voto: 5.5/10

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SKALMÖLD – “Baldur”

by on ago.20, 2011, under ALBUM, S

(Napalm-Audioglobe) Band di nuova formazione proveniente dall’Islanda, e composta tutta da esordienti che in precedenza si dedicavano ad altri generi, gli Skalmöld riscuotono un grande successo in patria con questo disco che oggi la Napalm Records distribuisce in tutta Europa. La storia alla base della musica, composta – dichiarano i nostri – secondo le antiche regole della poesia scaldica norrena, narra di un guerriero e del suo viaggio di vendetta contro il demone che gli ha sterminato la famiglia. L’intro “Heima”, affidata prima ad un canto ritmico e ‘antico’, doppiato alla fine di ogni strofa da voci di bambini, e poi a un coro potente, di stampo gregoriano, traccia i confini magici entro cui si muoverà il disco, del quale dispiace subito non poter comprendere i testi. La successiva “Árás” fa pensare molto ai Tyr: andamento vagamente progressivo, voci ‘abbastanza’ pulite, lunga durata, qualche cambio di tempo e di atmosfera. In generale ci muoviamo comunque nell’ambito di un pagan non troppo influenzato dal black. Ancora più complessa “Upprisa”, che parte come un brano death ma si trasforma in una sorta di ipnotica preghiera. Se cercate massiccie dosi di folk, “Kvaðing” è il brano che fa per voi; la seconda parte della tracklist è onestamente un po’ pesante, perché le soluzioni adottate finiscono per ripetersi. Possiamo tuttavia ancora citare l’estrema “Daudi” e la suite finale che dà il titolo al disco, la cui parte conclusiva, con cori da fibrillazione, è di una epicità che fa invidia ai Rhapsody of Fire. “Baldur” è un disco davvero complesso e ostico, che necessita di diversi ascolti per essere assimilato.

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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FUROR GALLICO – “S/T”

by on ago.20, 2011, under ALBUM, F

(Massacre-Audioglobe) I lombardi Furor Gallico, formazione davvero meritevole dell’underground norditaliano, hanno trovato nella Massacre Records l’etichetta disponibile a distribuire su scala europea il debut omonimo uscito come autoproduzione lo scorso anno. La proposta musicale della band è interessante: un pagan/folk metal per il quale, una volta tanto, i gruppi di riferimento non sono i Korpiklaani o i Mythotyn, quanto piuttosto i Folkstone, gli Heol Telwen o ancora gli Eluveitie, insomma le band dove la componente celtica del sound è maggioritaria. Dopo una “Intro” dai toni solari, “Venti di Imbolc” (ovvero la primavera nel calendario celtico) è cantata in italiano: stupisce la capacità del singer Pagan di passare dal growling allo screaming al pulito. “Cathubodva” è il pezzo più ‘tedesco’ della tracklist e anche dei meglio riusciti grazie alla sua coda dai toni epici; “Curmisagios” è invece una ballata da taverna cantata in dialetto milanese che ricorda moltissimo i Folkstone. Nella malinconica “Medhelan”, anch’essa cantata in italiano, è il violino a farla da padrone, mentre “La Caccia morta” è un brano in crescendo con un testo naturalmente polemico con il cristianesimo. Conclude il disco “The glorious Dawn”, nei cui otto minuti si respira epica a tratti anche solenne. Un disco davvero riuscito, non c’è che dire.

(Renato de Filippis) Voto: 8/10

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THE LIVING FIELDS – “Running Out the Daylight”

by on ago.19, 2011, under ALBUM, T

(Candlelight Records) La Candlelight pesca di nuovo dagli Stati Uniti per arricchire il proprio roster, con il second album dei Thee Living Fields. La band di Chicago è l’espressione di un doom dai tratti emotivi e variegati, creati con influenze epic, progressive, avant-garde e heavy metal. Un sound variopinto, poco funereo ma tanto “loquace”. Un lavoro che al primo ascolto rischia di disorientare l’ascoltatore, ma che reiterando la scaletta di otto pezzi pian piano si metabolizza. Del resto i The Living Fields propongono brani di una certa durata (alcuni da 9’, mentre la title track supera i 17’), i quali hanno bisogno di un legittimo tempo di assestamento nella mente. “Running Out the Daylight” è stato anche concepito con parti acustiche, cori, l’uso di strumenti come il pianoforte o i timpani: il tutto serve a proporre scorci inaspettati che non appesantiscono il songwriting, evitandolo di renderlo cervellotico. Un lavoro piacevole, soprattutto nei richiami a certi canoni del metal classico.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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