METALHEAD

Archive for ottobre, 2011

AGAINST THE FLOOD – “Home Truths”

by on ott.31, 2011, under A, ALBUM

(Siege of Amida) Dopo aver pescato dai sobborghi londinesi i TRC, la Siege propone gli Against The Flood, altra provenienti dal sud di Londra e con all’attivo un EP digitale autoprodotto che ha fatto parlare la scena inglese. Dopo un accordo con una agenzia di booking e alcuni live al fianco di Suicide Silence, Heart Of A Coward e altri, arriva il debut “Home Truths”, prodotto da Joni Mitchell (Funeral For A Friend e Bleed From Within). L’album è l’espressione di un metalcore moderno, forte, con grooves e qualche breakdown. Sono nove pezzi davvero rabbiosi e particolarmente pesanti, con il cantato di Matt Church a urlare ogni forma di disagio e protesta. Il sound degli Against The Flood è in debito con quello di Misery Signals e Between The Buried And Me, ma in particolare è avulso dalle melodie le quali proprio non riescono a ritagliarsi uno spazio nei pezzi. Si determina una scaletta dall’aspetto piatto e con pochi scampoli di musica atti a fare breccia nella testa di chi li ascolta. Gli Against The Flood hanno eretto un muro che devono assolutamente  provare a scavalcare, pena il ristagno nel recinto dell’indifferenza.

(Alberto Vitale) Voto: 5,5/10

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SLARTIBARTFASS – “Schwarz verhüllt”

by on ott.31, 2011, under ALBUM, S

(Twilight) Possiamo chiamarla, se volete, avantgarde pagan metal: la musica dei tedeschi Slartibartfass, qui al quarto album, è qualcosa di abbastanza inafferrabile e apparirà di certo ostica alla maggior parte degli ascoltatori. Solo sei, a parte l’intro, i brani (o meglio i capitoli) in scaletta: si tratta di un concept album sulla psiche umana, il cui titolo potrebbe forse tradursi come “Coperto di nero”, o forse più evocativamente “Nascosto nell’oscurità”. Rispetto ai dischi precedenti, “Sehnsucht” è molto più lenta e plumbea: gli elementi giocosi del vecchio sound hanno lasciato spazio a qualcosa di molto più pagano ed estremo, quasi dalle parti dei Kampfar, che comprende numerosi elementi di puro black. Ma il brano è davvero lungo, e contiene anche parti folk o soffuse, affidate alle sole tastiere. “Liebe” si apre e si chiude come un pezzo celtico quasi alla Folkstone, ma contiene forse le trame più estreme del disco. “Angst” è invece la traccia più classica, con un riff pesante e a suo modo molto eighties. La fine del disco sarà ancora più difficile per i puristi di ogni tipo: il pubblico a cui si rivolge è forse quello degli Ulver, che saprà cogliere il meglio delle infinite sfaccettature di “Erhabenheit” e l’epica sofferta di “Melancholie”. In ogni caso un’esperienza originale.

(Renato de Filippis) Voto: 7.5/10

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Bastard Priest – “Ghouls Of The Endless Night”

by on ott.31, 2011, under ALBUM, B

(Pulverised Records) A poco più di un anno di distanza il duo Bastard Priest, al secolo  Matt Mendoza (batteria e voce) e Inventor (chitarra e basso), registrano il secondo album. Dopo “Under the Hammer of Destruction” il death metal old school degli svedesi ritorna ad essere ruvido, aggressivo e parzialmente influenzato dai germi dell’hardcore. I Bastard Priest si sono serviti del mixaggio di Fred Estby (batterista ed ex-Dismember) e della masterizzazione presso l’Enormous Door Studio, luogo spesso occupato da Poison Idea, Phobia, Extinction of Mankind e altri. Si avverte un sensibile miglioramento nei suoni, rispetto al precedente album, anche se il loro stile retrò è sostanzialmente immutato. Il death metal espresso è sempre debitore verso figure del calibro di Autopsy, i primissimi Entombed e il primissimo death metal di fabbricazione svedese, come i Dismember, e qualcosa che giunge anche dagli Obituary. “Ghouls Of The Endless Night” è più vivace rispetto al primo album e pone in evidenza come i Bastard Priest seguano e sentano la direzione musicale sopra descritta. Coloro che hanno nel sangue questo sound passeranno oltre mezz’ora di piacere.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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INTENSE – “The Shape of Rage”

by on ott.31, 2011, under ALBUM, I

(Pure Legend-Audioglobe) Ben sette demo e un ep sono serviti agli Intense per giungere al debutto discografico,nel 2004: ora che la carriera è ben avviata, il terzo album degli inglesi può uscire per una etichetta attenta come la Pure Legend. “The Shape of Rage” è un disco solido, per certi versi scontato ma molto godibile. “Anubis”, con cui si inizia la tracklist, dispiega un power metal molto secco con forti influenze NWOBHM sulle chitarre. I richiami agli Iron Maiden sono ancora più forti in “One Man’s Word”: alcuni passaggi vengono direttamente da “Brave new World”, il che non è cosa da tutti! Il brano migliore è “For the fallen”, che rallenta il ritmo e diminuisce la rabbia, offrendo tra l’altro sonorità più tedesche. Accenni di thrash in “Lie”, mentre in “Haunted” alcuni passaggi ricordano una delle sorprese di qualche anno fa, A tortured Soul. Degna di nota anche la lunga “Skull of Sidon II”, costruita in un epico crescendo. Per gli amanti del power meno melodico.

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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RIOT – “Immortal Soul”

by on ott.31, 2011, under ALBUM, R

(SPV-Audioglobe) Quattordici album in studio e una carriera lunga 35 anni (senza contare naturalmente i momenti di “pausa”): i Riot sono una delle istituzioni dell’heavy metal americano e sorprende sempre scoprire che in Italia siano davvero in pochi a conoscere e ad apprezzare questa band. “Immortal Soul” ce li presenta in grande spolvero, con la formazione di uno dei loro dischi più amati, quel “Thundersteel” che nel lontanissimo 1988 segnò una data decisiva per il destino dello speed. Il disco allinea 12 brani e sono davvero pochi i momenti di stanca. In “Riot”, che apre programmaticamente la scaletta, si riconoscono le trame tipiche della chitarra di Reale, stavolta inserite in una produzione moderna ma che mantiene in ogni caso un tocco vintage. La vera sorpresa è la voce di Tony Moore, che in questi anni è diventata meno squillante ma molto matura. Di per sé il brano suona molto allegro, quasi dalle parti dei Gamma Ray! In “Still your Man” emerge invece l’anima speed e ci troviamo probabilmente di fronte al brano che più direttamente richiama “Thundersteel” (sia l’album che la canzone); sulla stessa linea si collocano “Wings are for Angels” e “Sins of the Father”, quest’ultima sicuramente uno dei picchi del disco nel suo incedere incalzante. Funziona di meno il mid-tempo a cascata “Crawling”, mentre la titletrack ha il taglio fine anni ’80 che tutti i defenders vorrebbero sempre sentire. In questo caso, peraltro, il cantato di Moore si fa più evocativo e sfumato. “Insanity” è più ingenua ma non per questo disprezzabile; la band si tiene il refrain migliore per l’ultimo brano in scaletta, “Echoes”. Un disco nato sotto una buona stella che non deluderà né gli appassionati storici né le nuove generazioni.

(Renato de Filippis) Voto: 7.5/10

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FORTE, STEPHAN – “The Shadows Compendium”

by on ott.30, 2011, under ALBUM, F

(Listenable Records) Stéphan Forté è un virtuoso di nuova generazione della sei corde, il quale si è reso protagonista con gli Adagio, oltre a diverse collaborazioni con Myrath, Silent Fall, Red Circuit. “The Shadows Compendium” è il suo primo album strumentale da solista, dopo una lavorazione di ben tre anni. Sono otto pezzi tirati a lucido, con una produzione che mette in evidenza ogni singola nota e sfumature che l’effettistica e le dita del francese riescono a rendere. L’iniziale titletrack, eseguita con Jeff Loomis dei Nevermore, ha qualcosa di fusion nella chitarra  e di classico/sinfonico nelle tastiere che la circondano, oltre alla struttura generale del pezzo. “Duat” a quanto sembra è il pezzo più istrionico, è realizzato con Glen Drover, ex Megadeth, e le ritmiche si alternano ad assoli non pesantemente funambolici e sempre più tesi a generare melodie. “Sorrowful Centruroide”, insieme a Derek Taylor, ha un tocco decisamente più heavy metal, anche se la matrice symphonic è sempre sullo sfondo. “Prophecies of Loki XXI” è invece il vero laboratorio stilistico di Forté. Un pianoforte armonioso e posseduto dalle melodie che introduce il pezzo e in seguito lo squarcia inserendosi più volte. In questa song mentre gli assoli sono imperniati sui legati, i riff ritmici di Fortè si dimostrano forti, ma hanno toni poco aggressivi (le chitarre Lag, del quale il francese è un endorser, non le ho mai troppo gradite, anche se poi è l’effettistica a decidere le cose!). “I Think There’s Somebody in the Kitchen”, suonata con Daniele Gottardo, è il brano più moderno, più fresco, più progressive con tempi dispari e sincopati. L’album viene chiuso da un brano classico, “Improvvisation on Sonata no.14, c# minor – Op. 27 no 2″ dove un pianoforte si adagia con lenta espressività e Forté pronuncia brevi e intense melodie dal mood classico, tentando (invano, a mio giudizio) di inserire anche del feeling. Da segnalare anche la presenza in “De Praestigiis Daemonum” di Mattias IA Eklundh dei Freak Kitchen. Il pregio di questo lavoro è di risultare immediatamente fruibile, le pause della chitarra che a tratti si aprono danno situazioni d’atmosfera piacevoli, i toni classici non sono eccessivamente pomposi e il tocco di Forté mira alla melodia nei solos e a uno stile più metal nelle ritmiche. Di contro c’è qualche schema che si ripete in alcuni pezzi, dei quali qualcuno poteva anche essere accorciato nel minutaggio; va comunque tenuto presente che è un album strumentale e come spesso accade in questi casi, qualcosa di ridondante capita.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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ISOLE – “Born From Shadows”

by on ott.30, 2011, under ALBUM, I

(Napalm Records) Quinto album per gli Isole, tra le band più attive e instancabili nel panorama doom. “Born From Shadows” esce a sei anni dal debutto “Forevermore” e tra i due oltre ad esserci altri tre album, troviamo anche un EP e uno split con i Semlah. Riconfermata la collaborazione con l’austriaca Napalm Records, gli Isole si rivelano degli ottimi artigiani in materia doom, con composizione ariose, epiche, e quindi melodiche, senza tralasciare quella giusta dose di compattezza, di malinconia e afflizione. L’iniziale “The Lake” è in sintonia con i Candlemass, ma è un retaggio che ritorna spesso in altre canzoni, ciò è in parte dovuto alla voce di Bryntse. “Black Hours” è una canzone lenta, un doom dal piglio classico, mentre la successiva titletrack è un pezzo d’atmosfera il quale inzia come una marcia funesta, inesorabile, sofferta e con tastiere a raffica; “Come to Me” ha qualcosa di più vivace e heavy allo stesso tempo. Le composizioni più funeree e gotiche invece sono “My Angel” e “When Is All Black”. “Born From Shadows” è un lavoro esaustivo, nel senso che gli Isole provano più soluzioni per suonare una scaletta dinamica e la meno ripetitiva possibile. Sono bravi e non lo si scopre solo adesso.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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LOST DREAMS – “Blinded by Rage”

by on ott.28, 2011, under ALBUM, L

(Twilight) I Lost Dreams oltre ai sogni hanno perso anche la personalità. Non si vuol fare della facile ironia, ma la band austriaca si dimostra, di nuovo, saldamente ubriaca di In Flames e Dark Tranquillity. Il calderone ha debordato, come spesso accade nei dodici mesi dell’anno e questa volta a colare giù sono stati i Lost Dreams. Quinto album per Stefan Traunig, voce, Herbert Sopracolle, chitarra, Andreas Maierhofer, chitarra, Dominik Hormann , basso, e Rafael Peychär, batteria. Come sempre il loro melodic death metal è molto heavy e con dosi di groove ben suonato, questo gli va riconosciuto. Tuttavia nello scorrere i pezzi di “Blinded by Rage” un senso di prevedibilità serpeggia dopo poche canzoni. “Secrets”, “Living in the Mass”, “Black Rain” sono dei pezzi trascinanti, come del resto anche “The Painted Man” o forse come il 90% della tracklist, ma l’elemento sul quale però non si può prescindere è la clonazione delle note di Göteborg che sovrasta tutto quanto. “Blinded by Rage” è un buon lavoro e piacerà a chi è innamorato di quel tipico sound. Chi invece è sazio di quelle sonorità sposti pure le proprie orecchie altrove.

(Alberto Vitale) Voto: 6/10

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KING MOB – “Force 9″

by on ott.28, 2011, under ALBUM, K

(Steamhammer/SPV GmbH) Chi sono i King Mob? A rispondere è lo stesso comunicato dell’etichetta tedesca: “KING MOB is a brand new English beat combo comprising guitar legend Chris Spedding (Roxy Music, Elton John, John Cale, Paul McCartney), Glen Matlock – bass (Sex Pistols, Iggy Pop, Faces), Martin Chambers – drums (Pretenders), Stephen W Parsons aka Snips – vocals (legendary figure behind 70’s New Wave band Sharks, and later Snips) and introducing hot new guitar talent Sixteen.The Mob are heavily influenced by two great composer band leaders, Duke Ellington and Jimmy Page.”. E’ tutto chiaro? Non parliamo dei primi arrivati ad un contratto discografico o, cosa ancor più difficile, alla realizzazione di un album. Effettivamente il sound è a metà tra un rockabilly, i The Who, Yardbirds e il rythm ‘n blues britannico della prima ondata. Ondata, attenzione, che si antepone allo stesso 1969 indicato come periodo di riferimento del rock by King Mob. Reminiscenze della West Coast le ritroviamo in “China Waters” e “Secret Song”, placida e lievemente psichedelica. Le chitarre di Spedding e di Sixteen squillano con cristallina potenza, accompagnate dalle eleganti e discrete note di Matlock e dalle poderose pelli di  Chambers in ogni nota, scala e riff che si produca. Grandioso il lavoro della voce stagionata di Parsons, la quale pur essendo qualche tono sotto è in perfetta coesione con la musica. L’hit single “Selene Selene” è un Jimmy Page style a tutti gli effetti, l’omonima “King Mob” è un retaggio alla Doors e “Love of High Renown” è l’opener che qualifica immediatamente il rock blues dell’album. “Vah Vah Voom” è semplice e trascinante con il suo refrain beat, e “American Slaves” è tanto Chuck Berry. “Chapel of Love” è una lenta pulsazione che accelera in crescendo dalla sua metà in poi e “Make That Call” ha un 4/4 che ha una presa immediata e coinvolgente. Un sound pulito e dalle note vintage, “Force 9″ è prodotto con perfezione e t’invoglia a seguirlo con ogni centimetro del sistema nervoso e dei muscoli del corpo. Ma che ragazzacci questi King Mob!

(Alberto Vitale) Voto: 8/10

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THE ROTTED – “Ad Nauseam”

by on ott.27, 2011, under ALBUM, T

(Candlelight Records) Il secondo album dei The Rotted è una vera mazzata, un atto di violenza inaudita. Da buoni britannici inseriscono thrash, punk, crust, reminiscenze grindcore nel death metal suonato e “Ad Nauseam” diventa un lavoro che non lascia respiro e spazio alla calma. Hanno un po’ l’aspetto di figli minori dei Napalm Death, ma tra le pieghe riscopri anche i Discharge, i Misery Index, gli ultimi Entombed e fermiamoci qui. E’ un D-beat death metal attuale, ma teso a recuperare qualcosa da un passato che ha già avuto tanto da dire, come il riffing trascinante e hardcore di pezzi tipo “Apathy in the UK”, o il death primordiale di “Just Add Nauseam” e “Rex Oblivione”, la tribute-song  “Motörbastärds”, e la quasi sabbathiana, in alcuni passaggi, e allo stesso tempo old school “The Hammer Of Witches”. Riconoscendo che “Ad Nauseam” vede undici pezzi che scorrono con funesta aggressività, avendo la lucida dote di rimanere impressi con melodie inesorabili, il fatto che ogni song sembra voler rimandare ad altro evidenzia come, nella sostanza, i The Rotted siano bravi a pestare e scuotere, ma senza metterci poi dentro del proprio personale genio. “Ad Nauseam” è un album che si ascolta a ripetizione, ma rischia poi di prendere polvere sullo scaffale.

(Alberto Vitale) Voto: 6/10

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EVERGAZE ETERNITY – “Uninvolved”

by on ott.25, 2011, under ALBUM, E

EVERGAZE ETERNITY – “Uninvolved”

(Spider Rock Promotion) Debutto per la gothic band italiana Evergaze Eternity. “Uninvolved” comprende dieci pezzi, e tra i quali si segnala “In a Corner” con la partecipazione di Terence Holler degli Eldritch e una particolare cover di “Live to Tell” di Madonna. Gli Evergaze Eternity sembrano voler sottrarre dal proprio sound gli eccessi orchestrali che spesso inflazionano il genere, provando a dosare melodie con probabili sperimentazioni di elettronica e rocciose chitarre. L’impressione è che il risultato finale presenti qualche calo, come se il fuoco dell’inventiva in alcuni pezzi calasse. L’album vede un inizio fulminante con “No Regrets” e “Insane” (uno dei pezzi più belli). Non sfigura “The Hive”, poi c’è la già citata “In a Corner” e la quasi rock “In Vain” che siglano le restanti perle di “Uninvolved”. Piacevole la voce, e il lavoro svolto, di Valeria Salerno come anche le tastiere e i synth di Giovanni Ferranti. La produzione di Marco Ribecai (Eldritch e Node) lascia spazio a suoni corposi, lasciando solo qualche patinatura all’elettronica. “Uninvolved” è un lavoro che indubbiamente ha alcuni segni evidenti del tipico debut album, ma tali segni non sfregiano eccessivamente l’impegno profuso dal duo Ferranti-Salerno.

(Alberto Vitale) Voto: 6/10

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WARMRAIN – “Absent Friends”

by on ott.24, 2011, under ALBUM, W

(4 Worlds Media) Inglesi, alla prima release ufficiale, amanti del feeling, delle atmosfere malinconiche e sognanti. Questo potrebbe essere un sunto per descrivere i WarmRain. “Absent Friends” racchiude cinque pezzi, tra i quali si segnalano gli oltre 8′ della title track (presente anche nella ridotta versione radiofonica) realizzati con chitarra acustica, orchestrazione, batteria marciante, e un meraviglioso assolo di chitarra elettrica.In tutti i brani la sei corde acustica la fa da padrone, ma mentre in “Run to the Sun” è la protagonista, con “Flying Dreams” la musica viene arricchita e lo stesso accade in “Good to Belong”, con il cantato di Leon J Russell che proprio in quest’ultima canzone ricorda quello di David Gilmour. Un rock intimista, molto inglese e non troppo vicino ai clichè del pop e che tenta timidamente, di riagganciarsi alla tradizione rock britannica di diversi decenni fa; l’EP risulta gradevole, ma ascoltando queste poche canzoni c’è da sottolineare che al momento, il tutto appare come un rock da cantautore – all’inglese, un pò Nick Drake- che da vero e proprio complesso rock.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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MESSENGER, “quello che conta nel metal è l’anima della musica”

by on ott.23, 2011, under INTERVISTE

“See you in Hell” è un disco che porta una boccata di aria fresca in certi ambienti
“tradizionalisti” dell’heavy metal. Ne discutiamo con Siggi, frontman dei tedeschi MessengeR, scoprendo cose molto interessanti – e per nulla scontate – sul concetto di “true metal”.

Salve Siggi, e scusa per il mio pessimo tedesco! I MessengeR non sono ancora particolarmente noti in Italia, quindi ti chiedo se puoi raccontarmi la vostra storia.
Grazie davvero per il fatto che ci saluti e ci poni le domande nella nostra lingua! I MessengeR hanno
una lunga ‘preistoria’ ma il vero inizio è la pubblicazione del nostro primo cd, “Under the Sign”, nel 2006, con il quale abbiamo mosso i primi passi nel mondo del metal. Abbiamo poi suonato in numerosi festival, anche a supporto di molte formazioni famose (Running Wild, Axxis, Blaze Bailey…). Il nostro nuovo disco “See you in Hell” è appena arrivato nei negozi e le reazioni dei nostri
fans sono eccezionali, anche presso la stampa abbiamo ottenuto buone recensioni. Abbiamo appena concluso una tournee europea e adesso daremo ancora qualche concerto e qualche intervista.

Puoi presentare il nuovo album?
“See you in Hell” è un disco per tutti gli amici della musica onesta, che non hanno voglia di
fracasso disturbante. Copriamo un vasto spettro stilistico, dalle lente ballate ai veloci up-tempo, dal cantato squillante tipico del power metal agli shout del death – è un disco per ogni metalhead!

A mio giudizio le migliori canzoni nel disco sono “Valkyries” e “The Dragonships”. Posso sapere qualcosa di più al riguardo?
Questi due brani appartengono a una tetralogia che occupa buona parte del cd. Le canzoni “The
Dragonships”, “Lindisfarne”, “Valkyries” e “Land of the Brave” sono legate contenutisticamente
fra di loro, e raccontano delle diverse fasi della vita di un vichingo, dall’accettazione nelle file dei guerrieri, passando per l’attacco ai monasteri, fino alla morte sul campo di battaglia e alla sua “sepoltura” nobiliare su una nave che viene data alle fiamme.

Che significa per voi suonare “true metal”? Non pensate che questo ideale sia un po’ invecchiato?
A noi sembra che alcuni di coloro che seguono la scena abbiano una visione abbastanza limitata.
Chi decide, in fondo, se una band è “true” oppure no? Nel suo senso più proprio, “true” significa essere fedeli a sé stessi e non piegarsi al vento come una banderuola.  Anche i death e i
black metallers sono “true”, non bisogna per forza fare i burattini sul palco indossando pantaloni in spandex pieni di lacca per i capelli, o andare acombattere i draghi armati di spada, anche se sicuramente tutto questo ha la propria fondatezza e piace anche a noi. Purtroppo il concetto “true” viene spesso utilizzato soltanto quando una band ha il sound come quello in voga 20 o
30 anni. Se vediamo la cosa in questo modo allora sì, la scena true metal è effettivamente invecchiata, ma il concetto “true” non invecchierà mai; esso può significare anche una innovazione, come è stato sempre il caso nei grandi modelli. Per questo i MessengeR non hanno nessun problema quando qualcuno usa per noi questa etichetta!

Cosa pensate dei Manowar oggi? Avete ancora ‘fede’
nei Kings of Metal? E qual è la tua opinione sui Majesty?
Senza i Manowar il mondo del metal non sarebbe quello che è oggi, questo è evidente. Noi stessi
abbiamo avuto più volte l’onore di dividere il palcoscenico con Ross the Boss ed è stata sempre una magnifica esperienza. Noi siamo ancora fans, crediamo sempre nella forza del metal e questo non cambierà mai: il nostro nome è MessengeR e il nostro messaggio è il metal! Abbiamo suonato qualche volta anche con i Majesty, attraverso i quali abbiamo anche conosciuto il nostro produttore
Rolf Munkes, che dobbiamo ringraziare per il ricco sound sul nostro cd. Ma saranno i fans a decidere cosa durerà di queste due bands! La decisione finale però dovranno prenderla dopo aver assistito a un nostro concerto!

Ho visto il teaser sul vostro sito internet e trovo molto divertente la scena con la bambola-DJ…
Quello fa sempre parte dei nostri show quando suoniamo la canzone “Kill the DJ”! La bambola
rappresenta l’insensibile e cieca generazione dei media, che ripete semplicemente tutto quello che dai media le viene presentato.

Avete anche organizzato il vostro festival “personale”… come è andata l’ultima edizione e cosa avete programmato per il prossimo anno?
Siamo nella prima fase di preparazione per il prossimo Saarbangers Open Air, ma non c’è ancora
nulla di definito. Il festival, che dura due giorni, è dedicato al buon vecchio heavy metal classico. Negli ultimi anni abbiamo guadagnato una stabile e fedele schiera di fans che giunge da ogni parte del mondo: l’ultima volta ci hanno perfino raggiunto appassionati dal Canada! Trovo che sarebbe una splendida meta di viaggio anche per gli headbangers italiani… no?

Avete già suonato in Italia? Che cosa pensi della scena metal italiana? Ci sono formazioni che apprezzi in modo particolare?
Suoneremmo molto volentieri in Italia! La vostra scena è ricca di musicisti d’eccezione che sono
veri maestri del proprio strumento. Parlando a titolo personale sono un accanito fan dei Domine, possiedo tutti i loro CD e sarebbe un grande onore per me esibirmi con loro.

Cosa pensi del ritorno del vinile, in particolare nel circolo dell’heavy metal classico? Quale sound trovi migliore, quello del cd o quello del disco? Avete mai pensato di pubblicare la vostra musica su
vinile?
Effettivamente pianifichiamo una uscita su vinile, ma non è stato ancora deciso niente. Siamo
una band del 21° Secolo, il vinile per noi ha poca forza, ai nostri occhi è semplicemente un articolo commerciale ricercato, ma non sarebbe ottimale come trasmettitore della nostra musica. A noi piace che ci siano i Cd e gli mp3! Quello che conta nel metal è l’anima della musica, la mentalità interiore del modo di viverla, non il suono più perfetto, più caldo o più freddo. Per questo per noi è uguale se si ascolta un vinile o un mp3 (sempre che la compressione sia giusta!). Purtroppo i bei disegni delle copertine devono normalmente restringersi, per cui il vinile sotto questo profilo è da preferire, dato che offre maggior valore all’artwork.

Ti lascio come sempre la fine dell’intervista. Grazie per il tuo tempo e a presto!
Grazie a te per le tue domande! Mi è piaciuto molto rispondere perché erano assai interessanti. Ai
vostri lettori auguriamo ogni bene e non dimenticate: SEE YOU IN HELL!!!

Renato de Filippis

Recensione: http://www.metalhead.it/?p=656

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VISIONS OF ATLANTIS – “Maria Magdalena”

by on ott.23, 2011, under ALBUM, V

(Napalm-Audioglobe) Sono passati solo pochi mesi da “Delta”
e dal tour con i Rhapsody of Fire, ma gli austriaci Visions of Atlantis
sfruttano il buon momento con un mini che, come tutti i mini, non cambierà il
mondo, ma terrà sicuramente viva l’attenzione attorno alla band. La versione
symphonic power di “Maria Magdalena”, cover di un successo anni ’80, si fa
ascoltare con piacere, pur con la consapevolezza che non si tratta di nulla di
indispensabile. “Melancholia” è forse fin troppo cangiante, mentre “Change of
Tides” fa pensare moltissimo agli analoghi risultati raggiunti dai conterranei
Serenity. Molto indovinate le melodie di “Distant Shores” e “Last Shut of your
Eyes”, riregistrata per l’occasione; si chiude in modo meno convincente con
“Beyond Horizon”, anch’essa già proposta in passato, i cui suoni elettronici
stonano nel contesto sinfonico. Che i fan della band (e della giunonica Maxi
Nil) si facciano avanti!

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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EXXPLORER – “Vengeance rides an angry Horse”

by on ott.23, 2011, under ALBUM, E

(Pure Steel-Audioglobe) Per i true defenders il ritorno degli Exxplorer ha qualcosa di miracoloso. Dopo “Coldblackugly”, del lontanissimo 1996, nessuno pensava che Lenny Rizzo e compagni potessero ancora calcare le scene: dobbiamo ancora una volta alla Pure Steel Records il merito di aver dato nuova fiducia una delle band più rappresentative della prima esplosione heavy metal americana, che peraltro già nel 2009 (continua a leggere…)

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MORTON – “Come Read the Words forbidden”

by on ott.21, 2011, under ALBUM, M

(AFM-Audioglobe) Gli ucraini Morton, band creata dall’omonimo
polistrumentista e produttore Max, hanno ottenuto un tale successo nel paese
d’origine che la AFM, da qualche tempo assai attenta alla scena esteuropea, ha
deciso di ristampare il loro debut su scala internazionale. La band merita
sicuramente interesse, ma si stenta a riconoscere in essa la new sensation del
power metal europeo (come da qualche parte si è affermato). “Calling for the
Storm” rappresenta una interessante fusione di prog e power, a cui “Eaglemark”
aggiunge maggiore melodia. Indovinato il ritornello di “Brotherhood of Light”,
scelta non a caso come singolo e per la realizzazione di un video: sembra di
sentire dei Power Quest o dei Secret Sphere più ispirati! Doppia cassa a
elicottero dall’inizio alla fine in “Losing Faith”; il suono delle keys dà una
bella atmosfera eighties a “Burning Prisoner”. Arrembante “Black Witch”, divisa
in due parti la conclusiva “Wheeping Bell”: al momento slow segue una coda più
serrata e a suo modo d’atmosfera. Un outsider di belle speranze con un
potenziale tutto da confermare sulla lunga distanza.

(Renato de Filippis) Voto: 7,5/10

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THRONE OF KATARSIS – “Ved Graven”

by on ott.20, 2011, under ALBUM, T

(Candlelight) Il Trono Nero di Norvegia ha ancora dei sacerdoti dannati e sanguinari a cui dare voce. I Throne of Katarsis incidono e pubblicano “Ved Gaven”, successore di “Helvete – Det Iskalde Mørket”, album del 2009. Il sound ruvido, marcio e privo di compromessi proveniente dai recessi più oscuri delle lande fredde del nord, è oggi costruito da Infamroth (voce, chitarre e organo), Skinndød (chitarre), Sanrabb (basso) e Vardalv (batteria). “Ved Graven” non si discosta eccessivamente dal suo predecessore, ma c’è qualche lieve smussatura nel sound per quanto concerne le registrazioni e il missaggio, oltre ad una durata appena inferiore dei pezzi rispetto alle solite abitudini. Con i Throne of Katarsis si ritorva il dna malsano della tradizione black norvegese, il quale si rispecchia in alcuni momenti dell’album rivangando Gorgoroth, Darkthrone e primi Emperor. I Thorne of Katarsis in “Ved Graven” continuano ad essere dannatamente grezzi e sporchi nella resa sonora, rimanendo maledettamente se stessi. Ci sono diversi cambi nei tempi, nel riffing e le chitarre gelide non lasciano spazio a cadute di tensione. Un modo di suonare selvaggio e solo chi ama questo istintuale black metal dovrà accedere al riaperto santuario della catarsi.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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SKINNY PUPPY – “hanDover”

by on ott.20, 2011, under ALBUM, S

(Synthetic Symphony / SPV GmbH) Avevamo lasciato gli Skinny Puppy nel 2007 con l’album “Mythmaker”, intanto giravano strane voci sulla band, in merito ad un (altro) possibile scioglimento e a difficoltà per la pubblicazione di questo nuovo album.  Archiviate dicerie e sospetti ” hanDover” è qui tra noi, mettendo in risalto, e sempre più, il lato più marcatamente elettronico dei canadesi. Ogni album degli Skinny Puppy è sempre stato teso a percorrere sentieri nuovi, anche a causa -o per merito?- di lotte stilistiche interne tra cEvin Key e Nivek Ogre. ” hanDover” sembra proprio il prodotto di quel legame conflittuale tra i due, con le architetture innalzate dalle diavolerie elettroniche di Key, le quali sorreggono e ospitano le estrose divagazioni di Ogre. C’è qualcosa di più latente in questa nuova opera, qualcosa che tiene un certo ordine di fondo e questo spiega la presenza di “Cullorblind”, “Ovirt” e “Wavy”, tenere e riflessive; non si celano però gli sguardi al proprio passato, con “Gambatte” e la sperimentale “Point”, rivolte al periodo “Too Dark Park” e “Last Rights”, ma attenzione al ritrovato industrial di “Village”. La sperimentazione più pura e anarchica è data dagli oltre 7” di “NoiseX”, ma c’è anche spazio a citazioni sperimentali del periodo 2004-2007, con il clima drammatico di “AshAs” e, soprattutto, “Brownstone”. Nel tentativo di inquadrare ” hanDover”, sorge la consapevolezza che questo album viva grazie ad un proprio equilibrio interiore, tale da rendere la musica degli Skinny Puppy un pò diversa da quanto fatto fino ad ora. O forse tenta di racchiudere un pò tutto? A voi la sentenza!

(Alberto Vitale) voto: 6,5/10

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KITTIE, “I’ve Failed You è il prodotto di quel disagio”

by on ott.19, 2011, under INTERVISTE

Nate nel 1996 le Kittie si son date da fare registrando sei album in studio nel giro di dodici anni. L’ultimo è “I’ve Failed You”, un lavoro dal sound più duro e agguerrito che le canadesi abbiano realizzato. Una breve chiacchierata su questa nuova release ci è stata concessa dalla “picchiatrice” batterista Mercedes Lander.

Ciao Mercedes, grazie per aver accettato questa intervista. Penso che ”I’ve Failed With You” sia un buon album, probabilmente la definitiva evoluzione delle Kittie .
Ciao e grazie a te. Sono d’accordo con ciò che dici, ad oggi è il nostro miglior lavoro. Ne siamo fiere! Penso che l’album sia un passo avanti nell’evoluzione della band. Anche se ci sforziamo di fare del nostro meglio ad ogni album.

Avete mantenuto la stessa lineup negli ultimi tre anni. E’ stata una buona cosa!
Siamo felici con questa lineup e siamo eccitate al pensiero di poter continuare così e fare altri album.

Puoi dirmi qualcosa sugli argomenti dei testi di ”I’ve Failed With You”?
Questo album tratta della fine di una relazione. Tutte noi abbiamo avuto gli ultimi due anni davvero difficili e “I’ve Failed You” è il prodotto di quel disagio.

Che genere di messaggio provate a portare avanti con la vostra musica e i relativi testi?
Vorremmo davvero che le persone godano con la nostra musica e prendano sempre da essa cosa vogliono nell’ascoltarci e a sua volta che la musica renda felici tutti i nostri fans, come lo rende noi.

Cosa riserva il futuro alle Kittie?
Stiamo per fare un mucchio di concerti!

Ti ringrazio Mercedes, lascio a te le ultime parole.
Andate tutti a prendere il nostro nuovo album!

Alberto Vitale

Recensione: http://www.metalhead.it/?p=491

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ICHOR – “Benthic Horizon”

by on ott.19, 2011, under ALBUM, I

(Siege of Amida) Il nome Ichor indica il sangue che scorre nelle vene degli dei, di conseguenza il sound di “Benthic Horizon” è davvero violento e brutale. Il death metal dei teutoni è potente, con buona dose di tecnica espressa attraverso riff che si intrecciano e ritmiche che tolgono il respiro. E’ difficile definire le influenze dei nostri, in quanto lo spettro è ampio e si manifestano in modo diverso nelle nove canzoni della tracklist. Si odono i Morbid Angel, ma in particolare gli Immolation e Whitechapel; nell’insieme però “Benthic Horizon” ha un songwriting articolato e ricco, in grado di tenere ferma l’attenzione dell’ascoltatore. Questo secondo album degli Ichor non sarà un miracolo creativo, ma è ben suonato. L’album è stato realizzato presso gli Hertz studios  (Decapitated, Behemoth) mentre l’artwork è di Toshihiro Egawa (Annotations Of An Autopsy, Abigail Williams).

(Alberto Vitale) voto: 6/10

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CRADLE OF FILTH – “Evermore Darkly”

by on ott.19, 2011, under ALBUM, C

(Peaceville Records) Pochi giorni fa chi scrive, in una conversazione sugli Iron Maiden e sulla loro immagine attraverso il merchandising, ha detto: “I Cradle of Filth hanno capito subito cosa vuol dire essere dei presenzialisti sul mercato, in termini di uscite discografiche e di merchandising”. Anziché proporre singoli, formato poco interessante nel metal, ecco riunire pezzi già noti in package che sembrino album e allietare le legioni di fans. A questi ultimi i COF hanno proposto ogni anno qualche loro progetto musicale. Accade di nuovo, dopo la release del 2010 “Darkly, Darkly, Venus Aversa”, ecco Dani & co pubblicare un mini, il quale comprende due inediti, “Transmission from Hell” (è una intro) e “Thank Your Lucky Scars”. Seguono blande rivisitazioni, due di “Forgive Me Father” (delle quali una interessante versione trance), “Lilith Immaculate” (praticamente identica all’originale, salvo per un intermezzo), “The Spawn of Love and War” e “The Persecution Song” (in versione demo). L’unica vera canzone di supremo interesse è “Summer Dying Fast” in veste orchestrale e anticipazione dell’annunciato progetto sinfonico, per il 2012, “Midnight in The Labyrinth”. “Evermore Darkly” viene anche accompagnato da un DVD, del quale però non mi è stata fornita l’anteprima. All’interno, si legge, riprese video effettuate durante l’ultimo tour. In assenza del disco video, forse il piatto forte di “Evermore Darkly”, esprimersi positivamente sul materiale audio sarebbe generoso.

(Alberto Vitale) Voto: 5,5/10

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TOXOCARA – “AtmosFear”

by on ott.19, 2011, under ALBUM, T

(Twilight) “AtmosFear” è il terzo album della band olandese Toxocara, il quale necessita di qualche passaggio d’ascolto in più per poterne apprezzare fino in fondo le diverse sfumature del death metal suonato degli olandesi. In effetti “AtmosFear” vede un riffing denso, carico di groove e sufficientemente imbastardito da toni industrial. Probabilmente proprio questo ultimo elemento al primo ascolto pone i Toxocara sotto un’ottica abbastanza oscura e con melodie che si alternano a umori sinistri e psicotici. Matijn Moes e Vince Zwarts fondono le sei corde in trame che sembrano rincorrersi per tutta la durata dei pezzi, sorrette da un drumming (William Vierman) sicuramente infaticabile, ma con i suoni troppo compressi. Inoltre alcuni synth aggiungono un tocco inqueitante e, allo stesso tempo, cibernetico. “Annihilation By The Angkar (Marionettes of War)”, dal groove nervoso e corrosivo, “Towards The Perpetual Labyrinth” e “Black Widow” sono delle marce devastanti che si perdono in blastbeat tempestosi, mentre brani del calibro di “The Kempeitai Hordes Of Hirohito” e “Bravo Two Zero” sono velocissime e con fraseggi dissonanti. Un sound che racchiude diverse caratteristiche più tipicamente death metal, nelle accelerazioni e per alcuni fraseggi, ma che prova anche a sperimentare con qualche idea diversa. L’unico difetto è che qualche brano appare eccessivamente dilatato, ma nel complesso i Toxocara ha realizzato un lavoro discretaente interessante.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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77 – “High Decibels”

by on ott.18, 2011, under 0-9, ALBUM

(Listenable Records) Scrivo di questa band solo perché sono legato a dei vincoli, non mi preoccuperei di ascoltare per intero un album come “High Decibels” degli spagnoli 77. Il motivo? Prego, osservare la copertina, la grafica e provare a capire a chi potrebbero somigliare. Se la risposta fosse “AC/DC” allora potremmo fermarci tutti quanti qui. I fratelli Vaneta (anche qui abbiamo due fratelli come i Young) realizzano il secondo album sotto la supervisione di Nicke ‘Royale’  Andersson’ (ex  Nihilist/Entombed, ex Hellacopters ora con Imperial State Electric) a Stoccolma. In effetti i suoni e tutto il contorno risultano eccellenti: le chitarre sono squillanti, la batteria è secca e ben ripulita da inutili fragori, il basso non è nascosto e il cantato emerge senza eccessi. Ascoltando le canzoni però appare sbalorditivo come per dieci volte (c’è anche una undicesima bonus track) i 77 ripercorrano riff degli AC/DC di Bon Scott, ma in maniera meno elettrizzata. Potrebbero essere dei gradevoli hardrockers, come nel blues di “Backdoor Man” o nella lunga “Promised Land”, ma quando giungono “Beat It Up”, “Meltin’ In A Spoon” o la stessa titletrack (ma non solo queste) c’è da chiedersi se facciano sul serio ad essere ottusamente devoti ad un sound non proprio. Viene da essere incerti, nel prendere in considerazione una proposta discografica del genere.

(Alberto Vitale) Voto: 5/10

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NUNFUCKRITUAL – “In Bondage to the Serpent”

by on ott.17, 2011, under ALBUM, N

(Debemur Morti Productions) Questa band è l’unione delle forze tra Teloch, chitarrista di Mayhem e Nidingr, Espen Hangård, chitarrista degli Altaar, ma qui presente nei panni di cantante e tastierista, Dan Lilker, bassista dei Nuclear Assault e non solo, e di Andreas Jonsson, batterista dei Tyrant. Inoltre nel brano “Komodo Dragon, Mother Queen” si esibiscono alla voce Attila Csihar e Ravn. Codesti musicisti insieme sono un prodotto di sicuro richiamo, ma l’ascolto propone una realtà diversa dalle aspettative. I Nunfuckritual si esprimono attraverso un balck metal lento, atmosferico e con significative cadute in un doom morboso e malefico. “In Bondage to the Serpent” appare come la colonna sonora di un evento drammatico, del sorgere di una cattiveria dagli inferi; tuttavia però questo album alla lunga non sembra poi offrire considerevoli sterzate al clima che distribuisce nei sei pezzi totali. In sostanza è un pò ripetitivo e vista la presenza di certi musicisti qualcosa in più era legittimo aspettarsela. Non è il caso però di bocciare questo lavoro d’esordio, per il quale i quattro hanno preso a lavorarci nel 2009, registrandolo tra gli USA e la Norvegia. “In Bondage to the Serpent” sprigiona comunque incubi e atmosfere inqueitanti, avvolgendo l’ascoltatore tra le tenebre infernali.

(Alberto Vitale) voto: 6,5/10

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NINE COVENS – “…On the Coming of Darkness”

by on ott.17, 2011, under ALBUM, N

(Candlelight Records) La Candlelight ha diffuso un comunicato sui Nine Covens che dice: <<Featuring current and ex-members of some of the key extreme bands from the last decade>>. Chi siano le relative band e i componenti resta ignoto. Di loro c’è una fotografia: 4 uomini incappucciati nell’oscurità e con i volti offuscati. Resta la musica, un black metal freddo, ruvido, fatto di momenti veloci e decellerazioni. Un black metal che dipinge atmosfere tese e dannate. Oggettivamente “…On the Coming of Darkness” appare come un classico prodotto del genere: ottime intenzioni e un ascolto che scorre senza eccessi di noia o di entusiasmo. I Nine Covens si apprezzano per la loro selvaggia e nordica attitudine, i vari downtempo e per i timidi, e pochi, momenti di sperimentazione (ad esempio “Judgment pt2″). Servirebbe da parte dei Nine Covens  uno sforzo compositivo maggiore per uscire fuori dalla media generale.

(Alberto Vitale) Voto: 6/10

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DR.LIVINGDEAD! – “s/t”

by on ott.17, 2011, under ALBUM, D

(High Roller Records) Ad essere simpatici i quattro ragazzi svedesi lo sono, ma nella sostanza questo loro omonimo debut, di sedici pezzi dal breve minutaggio, alla fine dei conti stanca. Anzi, spazientisce. Spazientisce perchè la forte influenza Slayer, Exodus e Anthrax è talmente eccessiva che ascoltare per intero “Dr.Livingdead!” diventa un atto scontato. Se da una parte la produzione è granitica e levigata, la tracklist offre un generico stile crossover, tipo Municipal Waste o DRI, “Kill Me!”, ma anche un thrash d’autore alla Exodus “World War Nine”, Slayer “Slime from Above” e il mosh in stile Anthrax, “Dead End Life”. Risultano trascinanti, ma diventano scontati già prima della metà dell’album.

(Alberto Vitale) Voto: 5,5/10

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SMOHALLA – “Resilience”

by on ott.17, 2011, under ALBUM, S

(Arx Prod.) Gli Smohalla sono la coesistenza di due elementi: Slo, chitarre, batteria, voce e tastiera, e Camille, al basso. I due francesi provengono da piccole pubblicazioni e questo “Resilience” è il sospirato debut album, nel quale si dedicano ad un black metal molto esoterico, glaciale, con atmosfere che avvolgono ogni cosa. In alcuni momenti ricordano gli Emperor nelle loro fasi lente o nelle orchestrazioni (per esempio “Oracle Rouge” oppure “Au sol les toges vides”) e questo perché le tastiere hanno un ruolo cospiquo, da protagoniste. Gli Smohalla creano melodie e poi tendono a disperderle in coltri ghiacciate, malinconiche, ma anche inquietanti oppure epiche. “Resilience” è uno stato emotivo altalenante (vedi “Marche Silencieuse” dominata dai synth con le chitarre praticamente smarrite in lontananza) pregno di oscurità, che richiede nervi saldi per seguirne i pezzi senza perdere la bussola del proprio umore. C’è da dire che alcuni brani andavano affinati, ma la sostanza del loro sound è probabilmente l’essere una pietra grezza che riluce di un bagliore spettrale.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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SCREAMING EYES – “Greed”

by on ott.14, 2011, under ALBUM, S

copscreaminge(This Is Core Music) Nel 2010 gli Screaming Eyes realizzarono “Still Breathing”, contenente tre tracce prodotte da Ettore Rigotti (dei Disarmonia Mundi e guru di molti altri gruppi). Un anno fa i riff avevano una potenza non indifferente, ma adesso “Greed” si dimostra per davvero un passo avanti. Pur riconoscendo che gli Screamings non propongono novità, dimostrano di avere un sound redatto con buona convinzione nei propri mezzi. La produzione è ad opera di Becko (Hopes Die Last, Everland) e Cresta (Doomsday, Everland) presso lo Skie Studio di Roma; lo stile si ancora nettamente alle correnti metalcore europee: tanta ritmica martellante e assoli di chitarra dal tocco scandinavo, mentre il riffing è generalmente pregno di fasi veloci, grooves e di ampie aperture melodiche, mentre la voce di Bruno gioca sul cantato in clean, growl e momenti puramente urlati. Tutto rispetta il copione di questo genere, con una scaletta (i pezzi sono 10) in grado di svilupparsi con agilità. “Greed” è, va detto, una prova facilmente collocabile nei dettami di un certo recinto musicale, ma la band italiana suona in modo europeo e di noia non se ne vede l’ombra.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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ANTICHRIST – “Forbidden World”

by on ott.14, 2011, under A, ALBUM

(High Roller Records)  Gli Antichrist sono svedesi e hanno avuto una citazione di merito come “band of the week” da Fenriz dei Darkthrone. I cinque sono autori di un thrash metal alquanto oscuro, in sintonia con le prime cose dei Kreator e Sodom, ma anche con il metal embrionale proveniente dalle più recondite caverne della Scandinavia. Gli stessi membri militavano in band oscure, come i Witchgrave, Eviscerated, Disborn, The Rotting, Awaken Horror e riassumono il proprio background in dieci pezzi davvero fulminanti, pur rimanendo in un clima di revival. “Forbidden World” propone un drumming canonico (Sven Nilsson), e un riffing (Gabriel Forslund e Filip Runesson) con una distorsione greve e ipertrofica. Il basso (Gobbe Henningsson) doppia le sei corde, mentre la voce (Anton Sunesson) è un urlo che proviene da uno scantinato, o forse è una cripta! Notevoli i brani “Minotaur”, “Necropolis” e la slayeriana “Torment in Hell”, ma la qualità dei pezzi si assesta ad un livello generalmente soddisfacente. Gli Antichrist realizzano un buon salto nel passato, suonando in modo efficace. Per i nostalgici.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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GOTTHARD – “Homegrown. Live in Lugano”

by on ott.12, 2011, under ALBUM, G

(Nuclear Blast-Audioglobe) Il mondo dell’hard rock piange ancora la tragica morte di Steve Lee, ma come riporta il sito ufficiale i Gotthard non hanno intenzione di fermarsi. Per omaggiare il singer, e nell’attesa di trovare un suo sostituto, gli svizzeri pubblicano oggi questo live, bella testimonianza del concerto tenuto a Lugano il 17 Luglio 2010, solo 3 mesi prima della scomparsa del cantante. Il pubblico ‘di casa’ è coinvolto e partecipe dalla fresca e vitale performance, che si apre con un brano atipico della discografia dei Gotthard, forse il meno melodico di tutti: l’incalzante “Unspoken Words”. In seguito il concerto diventa subito un succedersi di pezzi spumeggianti e intensi (“Top of the World”, “Shangri La”) o di ballad e semiballad in grado di sciogliere il più cattivo dei metalheads (“Need to believe”, “Unconditional Faith”, “Heaven”). Né mancano canzoni più particolari, come il western blues “Sister Moon” o la ‘tribale’ “Lift U up”; il singer si diverte a interagire con il pubblico in tre lingue, italiano, inglese e tedesco, infiamma la folla anche con il medley acustico e duella con la propria voce contro la chitarra di Leo Leoni. Chiude il disco l’inedito “The Train”, un malinconico gioiellino sorretto da chitarre acustiche charmanti. “Live in Lugano” chiude nel modo più bello i venti anni dell’avventura vissuta dai Gotthard insieme a Steve. Disponibile anche in doppio lp e edizione speciale con bonus DVD.

(Renato de Filippis) Voto: 7.5/10

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ALMAH “Motion”

by on ott.12, 2011, under A, ALBUM

(AFM-Audioglobe) Il terzo album del progetto solista di Edu Falaschi rompe definitivamente con il passato negli Angra; sviluppando gli elementi già contenuti nel precedente “Fragile Equality”, si sposta su un sound più roccioso, con un appeal decisamente moderno e a tratti rabbioso. Fa davvero piacere constatare l’evoluzione stilistica dell’artista brasiliano, ormai del tutto libero dalla pesante eredità dei propri trascorsi. L’inizio fa pensare ad un power sinfonico abbastanza leggero, ma poi “Hypnotized” vira subito su un ritmo energico e trascinante. Il sound si fa boombastico con “Days of the New” e assai raffinato con la riuscita semiballad “Bullets on the Altar”. Addirittura sprazzi di thrash ed echi tribali in “Zombies Dictator”, con un Falaschi mai così aggressivo; ma non avevamo ancora sentito “Soul Alight”, che inizia come un brano extreme metal e si concede anche blast beats e tastiere spaziali, il tutto – e qui sta il bello – ‘montato’ su una struttura abbastanza classica. L’unico anello debole del disco è la confusa “Daydream Lucidity”, nella quale le infiltrazioni progressive sono solo disorientanti; si chiude poi in bellezza con l’acustica “When and why”, dove Falaschi si mostra ancora una volta istrionico e versatile. Non c’era sicuramente bisogno di una conferma del valore di questo vulcanico singer: un faro del power metal per quest’ultimo sprazzo di 2011, l’unica cosa trascurabile è forse la cover (creata, peraltro, da Falaschi stesso con il suo iphone).

(Renato de Filippis) Voto: 8/10

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DIVINEFIRE “Eye of the Storm”

by on ott.12, 2011, under ALBUM, D

(Liljegren Records) Fra i molteplici progetti del cristianissimo Christian Rivel ci sono anche i DivineFire, dati per spacciati tre anni fa (quando pubblicarono “Farewell”) ma oggi nuovamente sul mercato con questo quinto full-lenght. La marcia in più del disco è la presenza del singer Germán Pascual, anche lui come Rivel ex-Narnia, autore di growlings molto profondi pur se mai eccessivi. Se ancora “Time for Salvation” mantiene una predominanza di elementi sinfonici, “Hold on” e “Unchain my Soul” superano la barriera e sconfinano decisamente nell’estremo: di tutti i progetti di Rivel i Divinefire si rivelano così il più originale e forse anche il più riuscito. “To love and forgive” tenta, e con buoni esiti, una escursione nel folk. Il massimo di potenza è in “Send me out”, mentre “The Worlds on Fire” riesce a combinare quest’ultima con il refrain e la melodia. “Never surrender” offre dei cori pesanti che danno al tutto un andamento molto epico, mentre l’outro strumentale “Close to the Fire” ci porta su lidi neoclassici. Non male!

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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GRIFFAR – “Monastery”

by on ott.10, 2011, under ALBUM, G

(Non Serviam Records) Non è semplice valutare “Monastery”, album di debutto dei francesi Griffar. Ad un primo ascolto è sembrato da subito un lavoro da calderone. Una uscita in sintonia con le tante che ogni mese infestano il filone del death/black metal. “Monastery” è vicino alla scuola svedese, quindi con dei suoni abbastanza curati e un riffing che va a zig-zag tra il death, il black  e il thrash metal. Questo vuol dire un sound alquanto dinamico e capace di farsi ascoltare dall’iniziale “Blessed in Lava” (di quasi 9’) fino alla nona e ultima “Last World” (di oltre 9’). Nel mezzo esistono pezzi molto più sintetici nel minutaggio, come la titletrack e “Relentless Infamy”, e dal piglio molto thrash metal. Virano decisamente al black metal “Rebirth”, “My Wolf Legacy” e “The Demented God”. Materiale fruibile, volto a definire uno scenario che cita i Dissection, Naglfar, In Flames ed altri. Drakhian (chitarrista, ex Loudblast e Taake, per il tour tedesco del 2001), Alsvid (ex battersita per Enthroned, tra gli altri) e il cantante-chitarrista Helskrim però devono e possono fare qualcosa di più per mettersi in mostra, soprattutto per le buone capacità tecniche dimostrate.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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