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MORBID ANGEL – “Kingdoms Disdained”

by on Dic.06, 2017, under ALBUM, M

(Silver Lining Music) Dopo l’orribile “Illud Divinum Insanus” erano in molti ad aspettare i Morbid Angel al varco. Un album che poteva essere trionfale grazie anche al ritorno di Dave Vincent, si è rivelato nei fatti un passo falso di dimensioni epocali, tanto che buona parte dei fans parlavano dei Morbid Angel come una band finita. Al buon Trey Azagthoth non è rimasto altro che tornare sui suoi passi, per rendere nuovamente credibile il nome della sua creatura. Messo nuovamente alla porta Vincent senza troppi rimpianti, Trey ha richiamato in formazione il fido Steve Tucker, il quale ha dichiarato di aver accettato di rientrare in seno alla band, solo dopo avere ricevuto ampie garanzie su un ritorno alle sonorità death metal. Possiamo dire che il desiderio di Steve e Dei fans dell’Angelo Morboso sono stati ampiamente esauditi. “Kingdoms Disdained” segna un deciso ritorno al sound di “Formulas Fatal To The Flesh” e “Gateways To Annihilation”, sicuramente i due album più ispirati della prima era Tucker. Sono quindi tornati i riffs oppressivi e claustrofobici al limite dello sludge, che improvvisamente sfociano in accelerazioni bestiali di una furia inaudita, ben gestiti in fase ritmica da Scott Fuller che si dimostra essere un drummer nettamente superiore al precedente Tim Yeung. Per una band abituata ad evolversi, “Kingdoms Disdained” può sembrare un album involuto, nel senso che si riallaccia a quanto fatto più di quindici anni or sono. Ma questa apparente involuzione ha in realtà la sensazione di una salutare boccata d’aria fresca, restituendoci una formazione che ha ancora molto da insegnare alle nuove generazioni di deathsters.

(Matteo Piotto) Voto: 8/10

La vita dei Morbid Angel, una delle band fondamentali nella storia del death metal, può essere considerata al pari di una serie TV. Capita di finire in situazioni inverosimili, quasi scritte come in un copione, a volte a causa di se stessi, in altre per fattori esterni. Iniziamo da un episodio preciso, cioè quando Trey Azagthoth richiamò in formazione nel 2004 il buon Dave Vincent, che era invischiato nel carrozzone shock rock-goth punk dei Genitortures di sua moglie Gen. Un gesto che riaccese le speranze dei più di riavere il nucleo storico dei Morbid Angel di nuovo insieme. Invece no, il batterista di razza Pete Sandoval, dovette sottoporsi a un’operazione, rimpiazzato poi da Tim Yeung (Pestilence, Hate Eternal e altri). La band partorirà lo spiazzante, a dir poco tale, “Illud Divinum Insanus”. La nuova direzione industrial-elettronic viene additata da critica e pubblico come un aborto. Un buon tour mondiale, un altro per i venti anni di “Covenant”, uno dei quattro pilastri della fede dell’angelo morboso, e poi tutto finisce a capre (caproni magari!) e cavoli. Dave Vincent troverà il modo, due anni dopo l’uscita dell’album, di spiegare ai fan che Sandoval ha trovato Gesù da qualche parte, riflettendo così che la band era in contrasto con il credo religioso da poco assimilato. Lo stesso Vincent due anni dopo viene sostituito a mezzo stampa da Trey Azagthoth che annuncia il ritorno di Steve Tucker anche lui basso e voce e già nella band per tre album. Intanto Vincent dichiara ai quattro venti che nessuno gli ha detto di persona di andarsene e trova anche il modo di litigare a distanza con ‘mamma Azagthoth’, perché ha osato unirsi con altri musicisti, tra i quali il superfluo Yeung, pezzi dei Morbid Angel con gli I Am Morbid. Un circo insomma! Il decimo album dei Morbid Angel ha un sound, come ha già scritto il collega prima di me, molto vicino a quello di un “Formulas Fatal to the Flesh” e successivo, insomma era 1998-2003, proprio quella di Steve Tucker. Basta con le sperimentazioni, stop al batterista che suona e deve suonare come una drum machine, Trey Azagthoth ne prende uno vero, Scott Fuller, e riporta le lancette di stile a prima di “Illud Divinum Insanus”. Più che un correre ai ripari, è stato una dichiarazione che spazzi via eventuali equivoci: i Morbid Angel sono una death metal band e non altro. È questo forse il limite dell’album, il suo correre dietro a un’immagine, un modo del sound, del suonare che però perde di vista le finezze di stile negli arrangiamenti, nelle sequenze ritmiche troppo spezzettate di Fuller. Impatto, ma meno stile del solito. Più blast beat del dovuto, più riff ritmici come macigni e meno agilità. Magari il piano era proprio questo e se fosse così può anche andare bene, perché in fin dei conti Tucker e Azagthoth non inventano diavolerie di sorta e puntano alla purezza del genere. La band si è sempre evoluta, ma stavolta non è quella che impone ai pezzi il proprio essere e invece è quella che oggi rincorre uno schema, un piano.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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