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THE DEAD DAISIES, 10.12.2018 @ Revolver. Una vera lezione di stile. Di Rock’n’Roll!

by on Dic.14, 2018, under METALSIDE

Agli occhi i tutti i The Dead Daisies sono una band di superstar messe assieme dal magnate australiano Lowy, il quale un bel giorno, stanco di business ed aviazione, ha deciso di darsi alla musica e ‘comprarsi’ i migliori elementi della scena.

La band annovera tra i passati membri personaggi quali Fortus e Jones (Guns’n’Roses), Darryl Jones (Rolling Stones), Tempesta (The Cult), Tichy (Whitesnake), più tanti altri, approdando all’attuale devastante lineup la quale, oltre a Lowy, comprende il poderoso Marco Mendoza, il meraviglioso Dough Aldrich, il divino Deen Castronovo e quella forza della natura chiamata John Corabi. È lecito pensare che un individuo emerso dal nulla, ma con il portafogli farcito, si possa essere comprato line up simile per realizzare un desiderio.

Come biasimarlo?

Non lo fareste anche voi?

Alle origini della band, c’era probabilmente un velo di verità in questa descrizione orientata al business, ma si tratta di qualcosa di dimenticato, passato, decaduto.

Non te ne stai in giro per il mondo per nove mesi suonando in locali di tutti i tipi solo per sfizio o per abbondanza di soldi. Se lo fai, se continui a farlo… è perché hai la passione. E se gli elementi che ti porti dietro non se ne vanno, perde importanza il quanto li paghi, loro restano perché si divertono, perché gli piace!

Inoltre, quando conquisti una venue con idee nuove ed originali, dimostrando una sincera connessione con il pubblico, mentre ti diverti come un pazzo sul palco, allora è chiaro che l’aspetto economico non è davvero più quello che conta.

La serata si rivela strana, sicuramente inusuale.

I concerti inizierebbero alle 20:30 con i favolosi Ragin’ Madness in apertura, capitanati dalla esplosiva Giulia, per poi dare spazio agli headliners.

Ma non è così che funziona nella temporanea dimora dei Daiesis!

Alle 18:30 il locale è aperto. È un lunedì sera, mica un sognante venerdì o un pulsante sabato; tuttavia ci sono già svariate decine di persone in fila.

Per quale ragione? Mica siamo in uno stadio o in un grande teatro, location nelle quali il primo che arriva conquista la transenna!

Semplicemente i Daisies offrono uno spettacolo unplugged ai primi arrivati, ai fedelissimi.

Uno spettacolo intimo, personale, tenutosi sul pavimento del locale e non sul palcoscenico; un piccolo show con tutti i fans letteralmente attorno alla band, senza barriere, senza transenne, senza divisori.

Immaginatevi questi cinque mega artisti, con le chitarre ed una piccola batteria, che si installano nel salotto di casa vostra e suonano per… VOI!

L’ingresso in ‘scena’ è caloroso e perfettamente in linea con il concetto intimo: i cinque ‘ragazzi’ abbracciano, baciano e salutano OGNI SINGOLO presente. Ovviamente strette di mano ai maschi -hey bro! Hey man!’, e baci alle signorine (e signore!), dopo tutto si tratta di rockers datati ultra 50enni/60enni… un minimo di stile ci vuole, c’è una reputazione da difendere!

Mi viene da pensare che tutte le presenze femminili (dai 30 in su… raggiungendo il ‘molto in su’) un tempo facevamo la fila solo per vedere da vicino o toccare con un dito rockstars di questo calibro, ma ora sono le rockstar che pretendono di baciare ogni singola presenza femminile! Come cambia il mondo… o quasi, visto che Mendoza non rinuncia a fare il latin lover con ogni singola femmina che gli capitava a tiro (cosa poi ripetuta dal palcoscenico, dove ha apertamente dichiarato -mentre suonava- amore eterno ad una fortunata fan…!).

Il breve show acustico è emozionante. C’è contatto visivo. Il pubblico circonda la band, la band si immerge nel pubblico e comunica, guarda, assorbe vedendo ogni singola faccia, ogni singola espressione. La band suona e posa per le fotocamere. Scherza, ride, racconta storie introducendo ogni brano della scaletta.

Quando lo spettacolo finisce, un addetto regala a tutti i partecipanti il poster del tour, mentre i musicisti -già armati di pennarello- si confondono e mescolano tra la gente firmando una quantità inaudita di autografi: quasi tutti sui poster… ma molti anche sulla pelle, braccia nude e scollature aggressive delle fans più sfegatate!

Intanto ci sono le interviste. Io ho il piacere di parlare con Deen… mentre la tour manager impazzisce in quanto Dough, il quale doveva essere oggetto di intervista con un’altra testata, era letteralmente scomparso: in realtà era lì, da qualche parte: si era trattenuto a chiacchierare con i fans, e si stava sinceramente divertendo a ridere e scherzare con loro.

È l’ora di apertura… finalmente il locale apre per davvero! Arriva il grosso del pubblico, il quale riempie completamente il Revolver Club…

Ma non era un lunedì?

Non dicevano che il rock’n’roll era morto?

A me è parso che se la passi piuttosto bene!

I Ragin’ Madness conquistano il palco e si rendono autori di un concerto favoloso, adrenalinico, esplosivo, travolgente. Ogni singolo membro è scatenato, ma è Giulia che si dimostra più in forma che mai!

Io incontro nuovamente Deen e gli grido qualcosa come “puoi essere il più fico frontman del mondo ma questa li stende tutti!”…generando una fragorosa risata da parte di questo scatenato e geniale drummer.

Nel frattempo trovo Corabi che, fumando una sigaretta, intrattiene un piccolo manipolo di fans raccontando aneddoti della sua vita e della sua carriera, rivelando i suoi inizi alla chitarra, evidenziando quel momento in cui fu costretto pure a cantare, tanto da fagli capire tutto ed esclamare: ‘Hey! Posso cantare E suonare!”.

Ma è ormai tempo di The Dead Daisies.

Fervono i preparativi. I roadies corrono a destra ed a manca. In cima alla scala del ‘backstage’, c’è un Deen irrequieto che si scalda picchiando le bacchette sulla ringhiera del pianerottolo.

Non un’ora. Non una e mezza. Ma oltre due ore di concerto impetuoso, senza pausa, senza riposo!

Canzoni dai vari album e cover, tutte rigorosamente introdotte e motivate: si rivela fantastica l’introduzione per “Let It Be” dei Beatles e pure per “Resurrected”, la opener di “Burn it Down” (recensione qui).

Il concerto è una deflagrazione fuori controllo. I ragazzi si divertono. Saltano, scherzano tra di loro.

Con due membri di origine italiana, le battute e gli scherzi ‘italiani’ si sprecano: ‘paisà’, il gesto ‘cosa vuoi’ che ci contraddistingue in tutto il mondo, ripetuto ad oltranza verso il pubblico e tra i musicisti… fino ad un Corabi che imita la nonna italiana quando lo sgridava… con tanto di vocina ‘Johnny!!!’.

Dough si diverte con i plettri. Ha deciso che è molto figo lanciarli in alto, girare su se stesso, riprenderli al volo e continuare a suonare. Peccato che l’acrobazia gli riesce una volta su dieci… ed il palco finisce per essere una ecatombe di plettri bianchi calpestati. Poi, ovviamente, i plettri vanno dati anche al pubblico… quindi oltre a quelli caduti, ci sono quelli deportati. Per fortuna Corabi ne conservava qualcuno dal set acustici… tanto da porgerli con sensualità alle ragazze della prima fila!

Dough, ormai senza plettro ogni due canzoni, decide di rubare il triangolino di plastica al compagno Mendoza, il quale vanta un nastro di plettri attaccato al suo basso: è esilarante vedere il fighissimo Dough inseguire il gigantesco e sculettante Marco… per rubargli un (altro) plettro con espressione di falsa scusa che cela un sorriso beffardo. Ad un certo punto Dough rimane veramente senza plettri ed uno dei roadie gliene porge uno con una espressione del volto la quale palesemente tuonava ‘hey man, questo è l’ultimo!’. Dough sorride, para due accordi, se ne fotte e regala il plettro ad una fan, proseguendo poi in un assolo eseguito con le sole dita. Pentendosi, prova a riavere il plettro per un altro paio di accordi, ma la ragazza –giustamente – rifiuta: ‘hey baby, me lo hai regalato ed ora è mio!’

Vedere questa band è una dimensione emozionale che va oltre la musica e le canzoni suonate.

Dough che prende in giro Marco quando sculetta (ovvero sempre!).

Lowy che ride con Dough mentre provano il sincronismo orientato al fare il passettino prima della schitarrata seguita da calcio rock finale (ridendo a crepapelle).

Coraby che silenzia con le mani i piatti della batteria di Deen.

Gesti, gestacci, comunicazione e coinvolgimento del pubblico.

Ridono, scherzano, si prendono in giro. Si divertono.

 

In qualche modo Deen me lo aveva rivelato nell’intervista che leggerete, mentre Corabi lo ha più volte confermato dal microfono dal palcoscenico: è grazie a noi che loro possono stare là sopra!

I The Dead Daisies erano lì per divertirsi, per fare gli scemi e far un casino pazzesco…

Avevano solo bisogno di tutto quel favoloso pubblico che li stesse a guardare con altrettanta euforia, per alimentare quella spensieratezza quasi infantile.

Cinque giullari, cinque ragazzoni scemi che si divertivano a far casino, un gruppo di amici sbronzi riuniti al pub.

C’è però una differenza: questi cinque ragazzoni sono dei musicisti favolosi! Lo dimostrano con una professionalità estrema ed una efficacia stilistica e sonora paurosa.

Questo ad ogni singolo secondo delle oltre due ore di spettacolo!

Per me? Il miglior concerto al quale ho assistito nell’anno 2018!!!!

Ed ora vediamo cosa riserverà il 2019! Se questi tizi tornano dalle nostre parti, allora la competizione è chiusa: loro hanno già vinto la sfida!

(Luca Zakk)

THE DEAD DAISIES pre-show
Foto: Monica Furiani Photography

RAGIN' MADNESS
Foto: Monica Furiani Photography

THE DEAD DAISIES
Foto: Monica Furiani Photography

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