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RAGE OF SOUTH – “I See, I Say, I Hear”

by on Apr.01, 2014, under ALBUM, R

copRAGEOFSOUTH(Red Cat Records) I Rage Of South nascono nel 2000 a Sciacca (AG). Presto decidono di registrare brani di propria creazione, cosa che porterà la band a incidere un EP, “South”, interamente autoprodotto. Dopo anni di gavetta, in cui hanno suonato praticamene ovunque nell’hinterland Agrigentino, danno alle stampe il loro primo album “I See, I Say, I Hear”, anche questo interamente autoprodotto. Il genere proposto dai Rage Of South è un crossover/nu metal, con incursioni nel thrash più moderno. La copertina, rappresentante uno scimpanzé in giacca e cravatta, ha un doppio significato: da un lato, lo scimpanzé si contrappone alle famose tre scimmiette con occhi, orecchie e bocca tappate (“Non vedo, non sento, non parlo”); l’altro significato, più profondo, è che l’uomo non si è ancora evoluto totalmente, concetto ribadito già dall’intro, in cui si sentono, sovrapposte, le voci di Mussolini e Roosevelt intenti a dichiarare guerra. Si aggiunge, poi, una terza voce, di un giornalista Americano che sta commentando il conflitto in Siria, in corso in questo periodo, a dimostrazione che, pur essendo passati molti anni, non siamo cambiati affatto. Il primo pezzo, “Sheep” è una mazzata in pieno volto, aperta da un riff potentissimo, in pieno stile Slipknot/Fear Factory, la voce di Tano che alterna urla rabbiose e vocalizzi schizoidi, tra Korn e System Of A Down. La sezione ritmica non si limita al mero accompagnamento, anzi: il basso è molto presente, pulsante, in rilievo, mentre la batteria alterna momenti molto tecnici a parti molto violente (mostruoso il lavoro di Salas, in questo disco); tecnica e violenza mai fine a se stesse, ma al servizio delle canzoni. “Silence” parte con un riff che ricorda i Machine Head di “The More Things Changes”, alterna riffs estremamente pesanti, accelerazioni, parti urlate, sospirate, clean vocals, mentre “Prayer” è caratterizzata da un riff più “groovy”, un cantato pulito, paranoico. “Stay Down” è forse la canzone più commerciale dell’album: a me ha ricordato molto certe cose dei P.O.D.: ottima canzone, potenziale singolo. L’album si mantiene su alti livelli per tutta la sua durata, non si registrano cali di tensione, complice anche una produzione potente, aggressiva, con ogni strumento in risalto. Personalmente adoro “Reflection”, molto vicina alle cose migliori dei Machine Head e apice compositivo dell’intero album, almeno secondo me. “The Falling Down” è più vicina allo stile dei primi Korn; notevole il lavoro del basso, vero punto di forza della canzone. Dopo le valide “Theme of Juliet” e “Let Me Die”, tocca ad “Approved” il compito di chiudere l’album; non poteva finir meglio: aggressiva, potentissima, anche questa di scuola Machine Head. A me l’album è piaciuto molto. Non avranno forse inventato niente di nuovo, ma hanno attinto dalle varie influenze senza scopiazzare, prendendo il meglio da esse e rielaborandole con personalità. I miei complimenti ai Rage Of South e alla Red Cat Records per aver creduto in loro.

(Matteo Piotto) Voto: 8/10

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