
Il release party dei Ponte del Diavolo, con Ottone Pesante e Nubivagant, non è stato solo una semplice sequenza di live, bensì una soirée di suoni pesanti ed esplosivi, abbracci, sorrisi e vinili che passavano di mano in mano.
Il locale si è confermato perfetto per questo tipo di serate: spazioso il giusto, senza quell’effetto dispersivo che raffredda l’atmosfera… ma nemmeno soffocante. I banchetti di merch e dischi (non solo delle band in cartellone, ma anche di altre realtà underground) erano un richiamo continuo tra un set e l’altro. Luci curate, un sound potente e definito — mai fastidioso — capace di valorizzare ogni sfumatura. Il bar, sempre ben rifornito, faceva il resto: pubblico allegro, sorridente, amichevole. Un clima familiare, ma carico di aspettative. Tornare al Damage Inc. di San Giovanni Lupatoto è sempre un piacere, quando c’è quest’aria.
Alle 20:30 spaccate sale sul palco Nubivagant, progetto solista di Omega con batteria di accompagnamento. Puntualità quasi britannica per una proposta che, guarda caso, sull’inglese ben scandito costruisce gran parte del proprio impatto. La voce si è dimostrata intensa e sicura, capace di guidare il pubblico dentro atmosfere gotiche e profondamente malinconiche, mentre la batteria macinava ritmi serrati. A metà set è arrivato un cambio di atmosfera: le luci si sono fatte più fredde, quasi rarefatte, e la musica, di seguito, ha trasformato la sala in uno spazio sospeso, dove il tempo sembrava rallentare prima di tornare a colpire con nuova energia. Molto coinvolgente anche per chi non è particolarmente attratto dalle tematiche horror.
Di seguito, il tanto atteso turno degli Ottone Pesante, e il colpo d’occhio sulle prime file era già tutto un programma: fan visibilmente divertiti, pronti alla sfida di “ballare” un genere che, sulla carta, sembrerebbe ostico. E invece il trio ha dimostrato per l’ennesima volta come fiati e metal possano fondersi in qualcosa di fisico, divertente e pulsante. Le teste si muovevano, qualcuno accennava passi improbabili ma efficacissimi, e il groove — perché sì, di groove si tratta — ha fatto il suo dovere. Il loro set, seppur tecnico, non è mai stato freddo; potente, ma attraversato da una vena ironica che si rifletteva nei volti complici sotto il palco. Tutto ciò è oro per chi sboccia quando, nei propri generi preferiti, trova qualcosa di diverso e bello e, soprattutto, accattivante. Gli Ottone funzionano alla grande ad accompagnare qualsiasi band!
Quando sono arrivati i Ponte del Diavolo, si è capito subito chi fossero le “superstar” della serata. La presentazione del nuovo album, “De Venom Natura”, è stata assolutamente il cuore dell’evento. L’esibizione è stata magnetica, oscura, intensa, attraversata dall’inizio alla fine da una tensione emotiva che si tagliava con il coltello. I nuovi brani hanno trovato una dimensione viva sul palco, tra luci che scolpivano le figure e un pubblico completamente dentro al viaggio sonoro dei torinesi. Nota di merito per la scelta di affidare la realizzazione della copertina all’illustratore di Dylan Dog, Francesco Dossena, che ha tirato fuori un vero capolavoro: lo si vedeva sfilare tra le mani di chi finalmente aveva acquistato il disco.
Uno dei momenti più belli della serata è stato lo spirito di collaborazione che ha unito le tre band. Nel corso dei live, membri dei primi due gruppi sono saliti sul palco con i Ponte per un brano ciascuno, creando incastri inaspettati e dimostrando che la scena, quando vuole, sa essere davvero comunità. Durante il set dei Ponte del Diavolo, il trombonista degli Ottone Pesante si è concesso persino uno stage diving, che ha acceso ulteriormente la sala, già carichissima da ore: un gesto istintivo e liberatorio, accolto da mani pronte a sorreggerlo, per poi tornare ad esultare. A fine concerto, niente fughe nel backstage: i Ponte si sono fermati, sorridenti e disponibili, a firmare copie del disco, scambiare due parole, fare foto, fumarsi una sigaretta. È il dettaglio che chiude il cerchio: dopo aver dominato il palco, si sono dimostrati umili, presenti, parte della stessa famiglia che li aveva appena acclamati.
(Aleksandra Katarina Klepic)





