Sabato 21 febbraio il palco del Garage 7/9 ha accolto una serata che, sulla carta, poteva sembrare estremamente “di nicchia”, ma che nella realtà si è trasformata in una piccola, ma intensissima celebrazione per chi mastica shoegaze, blackgaze e derive emotive senza compromessi. Non eravamo in tantissimi, è vero, ma a volte sono proprio le dimensioni raccolte a fare la differenza: ambiente accogliente, facce note, birra in mano e quella sensazione di essere nel posto giusto, lontano dal rumore del mondo.

Ad aprire la serata ci hanno pensato i SAUSKA, realtà abruzzese emergente che ha dimostrato di avere già una propria identità ben definita. L’impatto visivo è stato inizialmente piuttosto inaspettato per la proposta in locandina: look curato, cravattino, quell’aria da “bravi ragazzi” che contrasta con le trame sonore, fattesi via via più profonde. La loro idea musicale flirta con un sound sognante e delicato, tipico del dream rock e dello shoegaze, ma non per questo fragile.

C’è una cura palpabile nella scelta degli strumenti, nei suoni, nelle dinamiche della loro esibizione, che ha colpito tutti quelli con cui mi sono confrontata a fine serata per raccogliere qualche parere e che, in maniera unanime, hanno parlato di divertimento. All’inizio la voce del cantante sembrava restare un passo indietro, quasi timida, un filo troppo bassa nel mix; tuttavia, dopo una manciata di pezzi, qualcosa è scattato: gli scream hanno iniziato a farsi strada tra le atmosfere eteree, spezzando l’incanto con un fervore emotivo che ha catturato anche i più distratti. È stato come assistere a una trasformazione in diretta: dalla contemplazione alla catarsi. E lì si è capito che i SAUSKA non sono solo una promessa, ma una band con una direzione precisa e una sensibilità rara.

Quando è stato il turno degli SVNTH, l’aria si è fatta ancora più densa. Reduci dal tour europeo, con diverse date anche in Italia assieme agli straordinari Hereoir — band che ha ridefinito i confini emotivi del genere — i romani sono saliti sul palco con la sicurezza di chi ha macinato chilometri e vissuto palchi importanti. Eppure, al Garage 7/9, si sono sentiti a casa. E noi con loro. Il loro ultimo album è, senza girarci troppo attorno, bellissimo. Dal vivo, alcuni di quei brani hanno preso vita in maniera quasi viscerale: muri sonori che si sono alternati a momenti sospesi, esplosioni emotive che non hanno lasciato scampo. Non era tanto questione di scaletta, quanto di flusso: un’onda continua che ha travolto tutti, dal primo all’ultimo presente. Il riscontro era palese nel linguaggio del corpo di chi osservavo attorno a me. Complice anche l’incredibile coinvolgimento del pubblico da parte del frontman e bassista Rodolfo Ciuffo, che ha sopperito egregiamente all’apparente stanchezza scendendo più volte dal palco e porgendo il basso ai fan delle prime file per “slappare” caoticamente le corde, in armonia con il resto delle distorsioni.

La serata è iniziata tardi, finita ancora più tardi. La stanchezza del fine settimana si faceva sentire anche da parte di noi del pubblico, ma è stata consumata sotto il palco, bruciata tra i riverberi. Nessuno guardava davvero l’orologio: eravamo lì per sentire finalmente qualcosa di bello, e quel qualcosa è arrivato forte e chiaro.

Il blackgaze, spesso relegato a una dimensione “intimista” e quasi solitaria, a Teramo ha trovato il suo trionfo. Pochi, ma coinvolti, immersi fino al collo in un abbraccio sonoro che ci ha ricordato perché continuiamo a cercare serate così e quanto siamo fortunati ad avere chi ce le organizza vicino casa.

E quando dalle luci rosse soffuse si sono riaccese quelle bianche del locale, con le orecchie ancora ronzanti e il cuore un filo più leggero, la sensazione era una sola: ne è valsa la pena.

(Aleksandra Katarina Klepic)