
Il Garage 7/9 ha messo la spunta sull’ennesimo appuntamento memorabile di live underground con una doppietta davvero niente male, a base di sludge, blues-stoner e doom desolato; in cartellone, a deliziare noi ragazzi di provincia, gli Zolfo da Bari, già noti a diversi dopo l’ottima performance al Frantic Fest, e i The Valley.
I The Valley hanno attaccato alle 23 spaccate, con una puntualità quasi surreale per gli standard delle serate teramane, notoriamente inclini a partire con estrema calma. L’ipnosi è stata immediata, assieme a una sensazione di polvere che si incolla addosso, con un tiro che guarda dritto verso la California degli anni Novanta, sebbene “La Valle” a cui ci stiamo riferendo sia quella Peligna.
Con vibes desertiche, luce ambrata e rimandi ai Kyuss, il suono è risultato caldo e granuloso, con riff che si incastravano in groove sabbiosi e circolari, perfetti per ondeggiare con la testa già dai primi minuti. Cadendo l’occhio sul palco, è spuntata anche la maglia con “la patacca” dei Clutch indossata dal chitarrista, dettaglio che conferma ulteriormente l’immaginario di riferimento: sudore, fuzz e spirito rock’n’roll filtrato attraverso la lente sludge-stoner. Il set si è espresso in totale naturalezza, mantenendo altissima l’attenzione della quasi totalità della sala.
Ma il vero elemento che ha colpito tutti è la provenienza: i The Valley arrivano da Raiano, piccolo centro abruzzese, eppure il loro suono non ha nulla da invidiare a realtà ben più blasonate. Il loro caso valorizza quella fetta di underground che sa nascondere, troppo bene, prodotti di alta qualità.
Con gli Zolfo sono cambiati palco e atmosfera: la dimensione si è fatta più pesante, opprimente, confusa e meravigliosamente rabbiosa.
La luce scelta era verde, acida, come il riflesso più intenso della kryptonite, e ha avvolto la sala trasformando l’ambiente in una dimensione caotica e aliena.
Gli strilli lancinanti si sono incastrati dentro un muro sonoro denso come la melma. Non a caso, le loro sonorità non possono trovare descrizione in termini diversi da opprimenti, cavernose, pachidermiche, marce e, meglio ancora, fangose.
Tra rallentamenti funerei e improvvise esplosioni di distorsione, ogni brano sembrava costruire una massa sonora monolitica che schiacciava lentamente gli ascoltatori. I ragazzi hanno giocato tutto sull’atmosfera: il verde irreale delle luci, la lentezza soffocante, gli urli che emergevano dal mix come segnali radio da un pianeta ostile. L’effetto è risultato potente, straniante e perfettamente coerente con il loro approccio cupo e ricercato, che ce li fa apprezzare.
Serata tutto sommato compatta, senza tempi morti, che conferma quanto la scena underground possa continuare a vivere, si spera sempre più dignitosamente, grazie a realtà piccole ma estremamente sincere.
Le band si sono rivelate due facce della stessa medaglia: da una parte la sabbia del deserto, dall’altra il fango cosmico. In mezzo, una sala che per qualche ora ha smesso di essere Teramo ed è diventata un punto qualunque della mappa dei suoni pesanti.
(Aleksandra Katarina Klepic)











