(Metal Blade Records) Ci sono band che nella loro carriera cambiano direzione, sperimentano, cambiano anche genere… a volte azzeccandoci, a volte facendo dei flop pazzeschi. E poi ci sono band che non possono cambiare stile, genere, tematiche… per il semplice fatto che l’intera loro esistenza è basata su un concetto ben definito. In quest’ultima categoria troneggiano gli svedesi Amon Amarth: oltre trent’anni di death metal melodico, tredici album… un’intera vita dedicata all’essere vichinghi, allo sfidare il mare verso nuove conquiste, al dissetare la sete di sangue di spade e asce, nel nome e in onore degli dei che siedono fieri e potenti nel Valhalla, nell’Ásgarðr. Sembra quasi incredibile che in tutti questi anni e questi dischi gli Amon Amarth non siano mai usciti dai binari, mai qualche deviazione, mai un’incertezza: album poderosi, riff incredibili, melodie epiche e quella voce tenebrosa che inneggia alla gloria dei loro antenati! Vascelli che solcano le onde dei mari, valorosi che preferiscono la morte alla schiavitù, leggende, un po’ di magia, poemi, scritture, campi di battaglia, saggezza, forza e coraggio. Fortunatamente anche “The Allfather Awakens” non esce minimamente da queste tematiche e ci scaraventa in faccia dieci brani micidiali, intensi, incredibilmente freschi, considerate le tematiche tutt’altro che innovative. “Gjallarhorn” è il brano che con impeto inietta nell’etere quel feeling nordico del quale tutti abbiamo bisogno, “Eight Legs of Thunder” fa venire tanta sete, tanta sete di sangue: un pezzo travolgente, grintoso, con un assolo veramente intenso. Tetra ma irresistibile “Kvasir’s Blood”, puro spirito e onore vichingo con “We Rule the Waves”, brano che ovviamente offre un refrain leggendario che dal vivo sarà pazzesco. Favoloso il tocco folk della suggestiva e acustica “Upphaf”, è puro headbanging con la letale “Die With a War Cry”. Non puoi restare indifferente a brani quali “Raven God” e nemmeno a capitoli quali la (quasi) title track, traccia con arrangiamenti intelligenti, qualche tocco di modernità e un tiro decisamente massacrante. Molto death metal per la rocambolesca “Oden’s Hunt”, prima della conclusiva ed eroica “Ascending Like an Eagle”. Diciamocelo: siamo un pubblico fortunato. Lo siamo perché gli Amon Amarth esistono, gli Amon Amarth non mollano, gli Amon Amarth continuano con le loro saghe, con le loro scorribande, con le loro battaglie, con i loro elmi e le loro spade… ma alla fine dei conti sono oltre trent’anni che insistono su questa graffiante metafora che, tra leggende, armi e sangue, ci urla nelle orecchie di alzare il culo, metterci del vero coraggio per uscire fuori ad affrontare la vita. Grazie a voi, fieri Norreni!

(Luca Zakk) Voto: 9/10