(High Roller Records) Ritengo i Cloven Hoof una band che ha raccolto decisamente meno di quanto abbia seminato; attiva sin dal 1979, la formazione britannica ha sempre mantenuto ottimi standard qualitativi, sia nella prima parte della carriera, caratterizzata da sonorità vicine alla NWOBHM, fase durata fino allo scioglimento temporaneo avvenuto nel 1990, sia dopo il ritorno del 2001, con un sound più vicino al classic/power metal. Tutto questo grazie alla tenacia del leader Lee Payne, unico membro fondatore rimasto, il quale, nonostante le varie disavventure, tra beghe contrattuali e cambi di line-up, è riuscito a tenere alta la qualità tecnica e compositiva della propria creatura. L’asticella si è ulteriormente alzata con il loro decimo album “Heathen Cross”, grazie all’entrata in formazione del prodigioso cantante dei Jag Panzer Harry ‘The Tyrant’ Conklin, dotato di una voce pazzesca, nonostante le sessantadue primavere sul groppone al momento della registrazione dell’album, avvenuta nel 2024. Due anni dopo ritroviamo nuovamente la band con una formazione pressoché invariata, evento che potremmo definire miracoloso, visto il passato, in cui due album di fila con la stessa line-up erano una cosa molto improbabile. Questo ha sicuramente rafforzato l’amalgama tra i musicisti, dando origine a un album molto ispirato, coeso e, a mani basse, il miglior disco a nome Cloven Hoof. “Terror From The Sky” è arrembante, aggressiva, tirata, tra chitarre veloci, doppia cassa a manetta e vocals rauche ma capaci di volare acute e altissime. “Conquistador” è galoppante, epica, immediata nel refrain, accompagnato da una presenza evidente ma discreta di tastiere. “Never A Prophet” è grintosa e trascinante, seguita dalla scatenata “Gypsy Roller”, intrisa fino al midollo di Deep Purple sound, con tanto di Hammond a farla da padrone. Più cadenzata e quadrata, “The Bigger They Are” mette per un attimo da parte trame strumentali intricate per mettere ulteriormente in risalto l’impressionante voce di Conklin, qui più che mai libero di sbizzarrirsi con la sua ugola illimitata. La velocità torna elevata con la sbarazzina e power oriented “Iron Mask” (da certe fonti sembra il brano si intitoli “The Man in the Iron Mask” , ndr), caratterizzata da un ottimo guitar work da parte dell’accoppiata di asce formata da Luke Hatton e Ash Baker. “Phantom Chaser” ci riporta alle origini NWOBHM, con sonorità più cupe che caratterizzano anche la successiva “Flying Dutchman”, a cavallo tra intrecci maideniani e un refrain da menestrello in stile Blind Guardian. Un po’ spiazzante “Prodigal Son”, che sposta il tiro verso l’hard rock stradaiolo, leggermente fuori contesto rispetto allo stile dell’album, eppure talmente di pregevole fattura da non poter certo essere considerato un filler. Il capolavoro, la ciliegina sulla succulenta torta, arriva con la conclusiva, sulfurea, meravigliosamente british “Seven Sacred Wonders”, una sorta di riassunto di quel metal che formazioni come Angel Witch, Diamond Head e, ovviamente, Cloven Hoof hanno contribuito a creare, forgiare, scolpire nell’acciaio. Un disco inattaccabile sotto tutti i punti di vista: la produzione, le composizioni particolarmente ispirate e il tasso tecnico rendono “Never A Prophet In Your Own Land” un album da tramandare ai posteri, un nuovo classico che non teme il confronto con i capolavori immortali del metal di ogni epoca!

(Matteo Piotto) Voto: 10/10