
(code666) È un black metal diverso quello degli italiani Diespnea: è un black atmosferico. È un black che venera le tenebre tanto quanto la luce, quella del sole, quella della vita con tutti i suoi significati, la luce che domina la copertina dell’album, sicuramente con un’estetica decisamente inconsueta per un genere come questo. Il black metal di questo duo è polveroso, è desertico, è… southern: si percepiscono influenze di rituali più vicini alle nostre terre e tradizioni che al ‘solito’ freddo Nord. “Radici” è minaccioso, è ruvido, emana calore, imprigiona nell’ardere di fiamme terrene, vive, reali, accecando con colori vivaci, brillanti, quasi una fotografia in sovrasaturazione che vuole esaltare l’energia delle tinte diffuse piuttosto che la definizione dei dettagli. Inquietante e destabilizzante “Maskharah”, un brano che alterna ritmi pulsanti ad accenti isterici geniali. Tribale, misteriosa e drammatica “L’Abbraccio del Serpente”, una canzone dalla sonorità ancestrale, capace di mescolare riff furibondi a melodie suggestive e linee vocali selvagge a cori di stampo rituale. Teatrale “Vultures”; “Necromanteion” emana un odore diabolicamente tribale e la title track, con le sue incisive progressioni, trascina l’ascoltatore dentro un vortice di sublime perversa deviazione. Black e doom nuovamente tribali su “WhaleFall”; “Mescalynia” è costruita su voci, riff e melodie ipnotici, mentre la conclusiva “Osedax” materializza un black metal con un crescendo quasi liturgico. Lo chiamano black sperimentale, ma i Diespnea non stanno sperimentando, perché sanno benissimo cosa stanno facendo. Lo chiamano black atmosferico, ma l’atmosfera qui va ben oltre la sua dimensione, diventando essenza fisica, quasi incarnandosi, mutando da essenza eterea a materia terrena. Lo chiamano avant-garde black semplicemente perché è difficile definire la musica di questa band, specie davanti a un confronto diretto con altre realtà, specialmente di matrice nordica. Eppure non c’è espressione “black metal” più “black metal” di “Radici”: un disco radicato nella terra d’origine, nei suoi segreti, nel suo folklore; un album che trasuda purezza… la purezza di ogni aspetto estremo dell’esistenza, un’opera che, nonostante la luce sfolgorante emanata, affonda gli artigli nelle tenebre più misteriose, negli anfratti più reconditi di un sottosuolo arido, secco, povero d’acqua, forse non esattamente concepito per dare la vita, ma per ospitare un fitto reticolo di radici, le quali cercano, sondano, scrutano, seguendo il ritmo della natura, la cadenza dell’esistenza.
(Luca Zakk) Voto: 9/10




