
(Napalm Records) Devo ammettere di essermi approcciato a “Goliath” con molta curiosità, accompagnata da un certo entusiasmo, ma allo stesso tempo senza nutrire grandi aspettative; l’uscita dalla band dell’iconico singer Steve ‘Zetro’ Souza, l’impegno profuso da Gary Holt in seno ai redivivi Slayer e l’uscita dei due singoli promozionali, che non mi avevano convinto appieno, mi hanno infatti reso alquanto pessimista sul futuro dei californiani Exodus. Fortunatamente mi sbagliavo, almeno in parte, perché, pur non essendo il loro miglior lavoro, “Goliath” è un signor disco, a cavallo tra tradizione e voglia di sperimentare qualcosa di nuovo. Certo, manca quella dose di schizoide brutalità garantita da Souza, ma devo ammettere che il redivivo Rob Dukes svolge il suo compito in maniera egregia. La band ha infatti puntato sull’usato sicuro, richiamando nei ranghi il nerboruto singer, con il quale aveva registrato quel gioiello di thrash evoluto intitolato “Shovel Head Kill Machine” e i due “The Atrocity Exhibition”. L’album si apre con “3111”, uno dei due singoli estratti: se inizialmente mi convinceva poco, devo dire che il brano cresce con gli ascolti, grazie al riffing nervoso tipico di Gary Holt e alla prova di un Dukes oltremodo incazzato. “Hostis Humani Generis” conferma ulteriormente la band californiana come infallibile macchina da guerra, in grado di macinare riff che sono un invito al mosh più selvaggio. “The Changing Me” vede la partecipazione di Peter Tägtgren nelle clean vocals, per un pezzo che flirta con il metalcore nel ritornello fin troppo melodico, mentre nelle strofe si mantiene aggressivo. “Promise You This” è scorrevole e orecchiabile, leggermente diversa dallo stile degli Exodus, avvicinandosi agli Anthrax dell’era Bush. Arriviamo ora a “Goliath”, title track e secondo singolo: un pezzo decisamente inusuale per gli Exodus, molto doomy, cadenzato, con il poderoso basso di Jack Gibson in primo piano e una sessione di archi condotta dalla violinista Katie Jacoby; inizialmente ero rimasto deluso e spiazzato, ma anche questo brano cresce con gli ascolti. “Beyond The Event Horizon” ci riporta a sonorità più consone alla band, tra riff violentissimi, stop and go e furia belluina, mentre “2 Minutes Hate”, diversamente da quanto mi sarei aspettato dal titolo, è cadenzata, molto groovy, un po’ affine a “Toxic Waltz” o “Black List”, ma con un pizzico di melodia in più. Anche il titolo “Violence Works” è fuorviante, almeno per il sottoscritto: mi aspettavo infatti una fucilata thrash in pieno volto e invece il brano si snoda tra soluzioni ritmiche quasi funky, nelle quali basso e batteria si sbizzarriscono in maniera coinvolgente e divertente. “Summon Of The God Unknown” è epica e solenne, valorizzata da ottimi assoli e da una prova vocale di Dukes che mi ha stupito, dimostrandosi un singer versatile anche su registri melodici e puliti. Chiude il disco “The Dirtest Of The Dozen”, un concentrato di tecnica, violenza, virtuosismi da applausi a scena aperta, armonizzazioni… Insomma, il miglior suggello per un album inizialmente spiazzante, ma che cresce esponenzialmente a ogni ascolto. Le mie perplessità iniziali sono state spazzate via e sono convinto che “Goliath” abbia tutte le carte in regola per diventare un classico!
(Matteo Piotto) Voto: 8,5/10




