(AFM Records) Terzo album solista per Gus G, chitarrista greco conosciuto per essere il fondatore dei power metallers Firewind e per aver militato nella band di Ozzy Osbourne nell’ultimo, ad oggi, album del Madman “Scream”. Per questo lavoro, l’axe man ellenico ha deciso di adottare una formazione a tre, reclutando il bassista di Pink Cream 69 e Unisonic, oltre che produttore in seno tra gli altri, agli stessi Firewind Dennis Ward, qui in veste di cantante/bassista. Dietro le pelli siede invece Will Hunt, batterista di Evanescence e Black Label Society. I dieci pezzi che compongono “Fearless” si muovono agilmente tra poderose bordate metal e melodie hard rock, dando vita ad un disco eterogeneo e coinvolgente. L’opener “Letting Go” comincia da dove si era interrotta la collaborazione con Ozzy. Il drumming arrembante introduce un riff poderoso e compresso, mentre la voce di Andy Ward è nasale, ricordando nelle strofe lo stile appunto di Ozzy. Ma è un caso isolato. La timbrica di Ward è più calda e rauca, quindi le similitudini con il passato si fermano qui. Delle tre strumentali presenti, mi ha colpito è la title track, con quel riff incalzante che ricorda molto quello di “Mr. Scary” dei Dokken, mentre l’assolo finale richiama lo stile di Micheal Schenker. “Thrill Of The Case” è un’altra strumentale, molto malmsteeniana, dove Gus dimostra le indubbie qualità di shredder. Un album maturo, che bilancia le sonorità tipiche del background del chitarrista greco con un approccio decisamente più accattivante che in passato.

(Matteo Piotto) Voto: 7,5/10

(AFM) Ho imparato a conoscere lo stile di Gus G. durante gli anni di militanza nei Firewind: da anni il guitar hero greco porta avanti il suo progetto solista che giunge oggi al quarto full-length, e vede la partecipazione di Dennis Ward (per chi non lo sapesse, Pink Cream 69) e Will Hunt (Evanescence). “Fearless” non è una pietra miliare dell’heavy metal, ma intrattiene con maestria per dieci brani tutti (o quasi) meritevoli. “Lettin go” è un discreto terremoto di modern power metal, con qualche gradevole spigolosità; per apprezzare però la velocità di Gus bisogna aspettare la melodica “Don’t thread on me”. La titletrack si lancia in qualche passaggio shred, mentre la sorniona ballad “Nothing to say” è forse il pezzo meno riuscito del disco. Interessante la cover di “Money for Nothing”, che rilegge il brano in modo personale ma senza stravolgerlo; “Chances” è tutta una strizzata d’occhio a sonorità radiofoniche, mentre “Big City” è un omaggio alle sonorità hard’n’heavy d’oltreoceano. Una godibile passeggiata fra i funambolismi di un artista assai capace.

(René Urkus) Voto: 7/10