(Century Media) Album tra i più attesi in questo ormai instradato 2026, per tanto “Into Oblivion” si trascinerà su sé stesso molte aspettative. Al primo ascolto si avverte che la band non cerca novità, semmai di confermare il proprio essere, guardando alle proprie caratteristiche salienti. Tra queste c’è anche quella di non trascurare un tocco slayeriano da piazzare in giro. “Into Oblivion” è comunque un lavoro solido e con fasi trascinanti. Il groove non presenta segni di invecchiamento, però è bilanciato da suoni spesso affilati e in qualche caso compressi. Si apprezzano le ritmiche e allo stesso modo le chitarre, per come scatenano riff che spingono andature ben concepite. In sostanza i Lambs rimettono in bolla questo loro thrash-metalcore che si amalgama e in alcuni pezzi la band rimesta le carte, facendo partire ad un certo punto ciò che sembra un altro pezzo all’interno dello stesso, come per la canzone “The Killing Floor”. Mantenendo un grado di immediatezza un po’ ovunque, senza allungare troppo il brodo e ponderando ogni loro azione, gli statunitensi si ritrovano presentano anche con il loro fontaman in forma smagliante: Randy Blythe piazza bene i suoi soliti assalti vocali. “Into Oblivion” non ha propriamente dei pezzi da urlo e anzi la band pare abbia smarrito un po’ del suo pathos che solo “El Vacio” riesce a disseppellire. In tutto l’album si assiste a continui bridge, quasi a volere rimarcare la voglia di cambi di direzione, di passo, magari anche con dei breakdown, però sono delle fiammate dalla vita breve le quali certificano un dinamismo comunque calibrato. Contrariamente agli assoli di chitarra, colpevolmente piazzati col contagocce! Ad ogni modo questa è una nuova era, tanto che anche il logo del gruppo ha subito un restyling.

(Alberto Vitale) Voto: 8/10