(Century Media Records) La storia del black metal non può esistere senza di loro. Forse il black metal continua a perseverare, a esistere, solamente per il fatto che questa band esiste ed è in attività, quasi come un leader oscuro, una guida di dannazione spirituale, una torcia di fuoco nero che ogni altra band devota a questo genere deve seguire. Sono quarant’anni di storia, di mistero, di pagine di cronaca, di avvicendamenti nella formazione… forzati o meno. Eppure i Mayhem continuano a esserci, a suonare dal vivo e, quando sono dell’umore giusto, a pubblicare album. L’ultima fatica sulla lunga distanza fu il favoloso “Daemon”, uscito nel 2019: un disco che suonava tanto ‘Mayhem’ quanto… diverso e innovativo, perché è questa la caratteristica di questa band: non apparire mai uguale. “Liturgy of Death” non cambia questo trend, anzi lo conferma, offrendo un black metal diretto, efferato, ma con subdole idee che stravolgono ogni regola, rendendo tutto tanto imprevedibile quanto nuovamente apocalittico. Dietro una bellissima copertina dell’italiano Daniel Valeriani, il nuovo lavoro esplora la morte: la filosofia della mortalità espone l’eterna ferita aperta rappresentata dalla fragilità della nostra esistenza, dell’esistenza umana. Una ferita che non può guarire; pertanto, in perfetta sintonia con le varie forme del culto celebrato dal black metal, c’è un palese invito a vivere con intensità i piaceri terreni, prima del silenzio, prima dell’eterno oblio. Eppure antiche filosofie vedono la vita come una transizione fugace verso una forma di esistenza superiore, raggiungibile solo varcando il portale rappresentato dalla morte, la quale assume dunque una bellezza tetra, attraente, sensuale: una bellezza che merita di essere esaltata con una propria liturgia, compito egregiamente svolto da questo settimo full length, questo settimo peccato capitale. Contorta, inospitale eppure avvolgente “Ephemeral Eternity”, furibonda “Despair”, in qualche modo epica e dolorosa “Weep for Nothing”. Stupendo l’assolo che emerge da “Aeon’s End”, contorto il ritmo che imperversa su “Funeral of Existence”, mentre brani quali “Realm of Endless Misery” confermano e ridefiniscono allo stesso tempo il concetto di Norwegian black metal. Prepotente, esaltante e deliziosamente diabolica “Propitious Death”, prima della travolgente e conclusiva “The Sentence of Absolution”, brano incisivo, destabilizzante, malato. Le bonus track non sono da meno: “Life Is a Corpse You Drag”, che, con ciniche dissonanze e un ottimo assolo, celebra una morte presente fin dall’inizio della vita, seguita da una devastante “Sancta Mendacia”. I Mayhem sono morti innumerevoli volte, eppure sono sempre rinati, sono sempre tornati, ogni volta più letali di prima. I Mayhem non solo celebrano la liturgia della morte, ma rappresentano l’ufficiatura solenne del male, del vero male: un male antico, un male atavico. Un male che è qui, tra di noi, un male che prospera vigoroso, ambendo ad abbracciare l’eternità.

(Luca Zakk) Voto: 10/10