(Metal Blade Records) Otto dannatissimi anni per avere una nuova mostruosità, da una delle death metal band americane più amate. Lee Harrison, batterista, è stato fino a poco tempo fa l’unico membro originario dei Monstrosity. ÈDico “è stato” perché Mark van Erp, bassista e altro membro fondatore coninsieme a Harrison, riprende il suo posto lasciato nel 1995. La chitarra di Matt Barnes viene affiancata da quella del nuovo arrivato Justin Walker, mentre alla voce arriva Edwin Webb, un , ex Massacre e non solo.. Questi nomi erano già stati annunciati ben prima del nuovo album, ma ora, con la sua uscita, è possibile capire cosa vuolvoglia dire mettemettere insieme questo manipolo di musicisti. La prima osservazione riguarda la pulizia del suono: il bilanciamento degli strumenti non è dovuto solamente alla produzione, ma anche a partiture che suonano pulite, ordinate, e ben congeniate nel passare da fasefasi veloci a intrichi, da fasimomenti possenti a impennate di velocità. L’estroso Lee Harrison è ordinato nel sottolineare i passaggi repentini e ben dosati delle chitarre. I riff sono secchi, immediati, e in diversi casi di estrazione thrash metal, come l’incipit e non solonell’incipit di “Fortunes Engraved in Blood”. Sempre in tema chitarre, c’è da applaudire per gliagli assoli: numerosi nell’arco dell’album, fulminanti, brevi ma di una efficaciaun’efficacia inaudita. “Screams from Beneath the Surface” prevedemette in luce un dinamismo bilanciato da parte della band, la qualeche si mostra muscolare, e rapida, pur senza abusare con idei blast beat, i quali non sono prioritarirappresentano una priorità per i Monstrosity. Sette dei dieci dei pezzi vanno daida poco oltre i tre minuti ai quattro di durata, mentre gli altri tre vedono due da variano tra i cinque e i sei minuti e mezzo e uno da oltre sei e mezzo: questo sottolinea ala logica ben studiata sull’impatto della tracklist. Una band sicura dei propri mezzi, dunque e lo si sente dai, come dimostrano i tanti spunti tecnici, oppure semplicemente curati con e i cambi repentini nelle trame, e nelle melodie. Infine, Edwin Webb mette quelil suo growl ombroso, ma non eccessivamente profondo, a contrastare il suono granitico e vibrante suono delle partiture dei suoi colleghi.
(Alberto Vitale) Voto: 8/10




