(Dusktone) Dopo tredici anni e cinque album all’attivo, si potrebbe tracciare una linea per rappresentare il valore della band italiana Shores Of Null, legata al death-doom di altri tempi. Senza alcuna intenzione di tacciare i connazionali di essere una band old style, si vuole piuttosto sottolineare come certi codici stilistici, tipici del doom inglese degli anni ’90, siano riconoscibili nelle loro composizioni. Quella scuola di riferimento, che comprendeva in particolare Paradise Lost, My Dying Bride e Anathema, ha tracciato il solco e loro, come tanti prima ancora, lo hanno seguito. In più, “Homesick” trova corrispondenze anche con i Moonspell, ma gli italiani sono decisamente meno seriosi e cupi. Un punto di valore, perché “Homesick” tratta del rapporto complicato con i luoghi, le persone e i ricordi che ci hanno formati e accompagnati nella vita, e quindi delle conseguenti nostalgie, dei condizionamenti, dei traumi e così via. Questo concetto, abbinato alla musica, fluisce in maniera dinamica. Gli Shores Of Null suonano con energia, attraverso una gamma stilistica rinfrescata che ripiega sempre su tracciature melodiche, al di là delle situazioni doom o death metal che possano presentarsi. Si familiarizza immediatamente con l’album, tanto che, dopo pochi ascolti, sembra di avere “Homesick” nella testa già da tempo. Anche dal punto di vista vocale si arriva a un equilibrio, con un cantato pulito che infonde interpretazione alle frasi che pronuncia. Gli Shores Of Null non hanno creato un nuovo stile, però hanno definito un modo di suonare attraverso uno stile che li rende riconoscibili. Da segnalare che Natalie Koskinen, voce degli Shape of Despair, è presente in “The Numbing Void” e che il buon Shaun MacGowan dei My Dying Bride ha inserito il suo violino in diversi brani, tra cui “Dreaming of a Scar” e “The Numbing Void”.
(Alberto Vitale) Voto: 8/10




