
(Xtreem Music) Un argomento che mi sta a cuore e che ho già avuto modo di trattare in passato è quello riguardante le cosiddette ‘band gregarie’, ossia quelle formazioni che, pur non avendo raggiunto la fama presso il grande pubblico, hanno comunque fornito il loro prezioso contributo alla creazione di un genere musicale. Per quanto riguarda la prima ondata di death metal svedese, accanto a giganti come la triade costituita da Entombed, Dismember e Grave, sono nate altre band comunque blasonate, come ad esempio Unleashed, mentre altre sono altrettanto valide ma conosciute soprattutto dagli appassionati, come Nirvana 2002 e Sorcery, band oggetto di questa recensione. Nata nel 1986, la formazione guidata dal cantante Ola Malmström – unico membro sempre presente nella storia della band – aveva tutte le carte in regola per salire sul treno verso la gloria su cui è salita la triade precedentemente citata, grazie allo spettacolare debut “Bloodchilling Tales”, gemma purtroppo dimenticata dai più, eppure in grado di brillare di luce propria per brutalità, oscurità e melodia. Purtroppo l’album non ha avuto un seguito per molti anni, a causa di continui cambi di line up che hanno portato la band allo stallo, durato dal 1997 al 2009, per poi pubblicare nel 2013 il favoloso “Arrival At Six”, l’ottimo “Garden Of Bones” nel 2016 e il buonissimo “Necessary Excess Of Violence” nel 2019, tre dischi in grado di testimoniare l’ottimo stato di forma degli svedesi, condizione che si conferma con “The Immaculate Sin”. “Shadowborn” dà inizio alla mattanza, con le classiche chitarre a motosega che lacerano le carni, mentre la voce di Ola si conferma tra le migliori del genere per ferocia, rimanendo comunque perfettamente comprensibile, cosa rara in ambito death metal, dove spesso serve avere il booklet sottomano per capire i testi. Molto bella l’accoppiata formata da “Terminate” e “Paralyzed”, nelle quali si ripete più o meno lo stesso canovaccio melodico, inserito in un riffing furioso nella prima, rallentato e oltremodo potente e minaccioso nella seconda. I brani sono intricati, variegati e ricchi di colpi di scena, per una durata che non supera mai i cinque minuti, mantenendosi quindi compatti e fruibili anche dopo diversi ascolti. Un album che dimostra una volta in più la classe innata di una band che avrebbe meritato una carriera ben più fulgida di quella che ha avuto.
(Matteo Piotto) Voto: 8,5/10




