(Napalm Records) Giungono all’ottavo album in studio gli italiani Temperance, fautori di un power/symphonic stilisticamente consolidato, ma allo stesso tempo in costante evoluzione, con pezzi estremamente curati negli arrangiamenti, pomposi e magniloquenti, eppure accattivanti, diretti e senza fronzoli. L’intero album ruota intorno a tematiche che in qualche modo hanno a che fare con l’arte divinatoria e i tarocchi, con ciascuno dei brani abbinato a una carta degli arcani maggiori. Apre le danze “The Fool”, cavalcata tipicamente power metal in pieno stile Gamma Ray, dal chorus glorioso, in un trionfo di doppia cassa. Ben più rocciosa “The Magician: Into The Fire”, anch’essa costruita intorno al refrain, potente, corale e armonizzato dalla voce di Kristin Starkey, che vola verso tonalità altissime. Decisamente catchy “Death: Right Before We Die”, dominata dalle keyboards e caratterizzata da pregevoli intrecci vocali dal sapore pop/folk, mentre “The Tower: Lean Into Fear” è oscura, potente, sabbathiana fino al midollo. Un po’ banalotta “The Devil: Sin, Sin, Sin”, dalle melodie che sanno di già sentito, anche se devo ammettere che funzionano e si lasciano ascoltare volentieri, pur non raggiungendo livelli eclatanti; livelli che vengono invece raggiunti da “Temperance: Forgiveness”, molto ben strutturata, con tastiere e chitarra intrecciate alla perfezione, un drumming solido e potente e l’ennesimo refrain vincente. Molto particolare “The Chariot: Alla Ricerca Dell’America”, dal testo cantato in italiano, inglese e svedese e resa ‘cinematografica’ da un suggestivo tappeto di tastiere, queste ultime protagoniste anche nella successiva “Justice: Shame And Glory”, dove duettano con la chitarra prima dello splendido solo di quest’ultima. Dopo le pregevoli melodie dell’ottima “The Star: Surrender Control”, arriva uno dei pezzi forti dell’album, ossia la veloce, potente e rocciosa “Wheel Of Fortune: Come And Call Me”. Decisamente più hard rock oriented “The Moon: The Man Of Moonlight”, con quelle tastiere e quelle linee melodiche che mi ricordano moltissimo gli Helloween di “This Is Tokio”, alla quale si contrappone la lunga, intricata, ispiratissima e progressiva “The Hanged Man: Petrichor”, che vince a mani basse il premio di capolavoro assoluto di un album solido, con un’identità ben consolidata, senza per questo avere remore nell’osare qualora fosse richiesto. Un disco che mostra una decisa evoluzione della band piemontese, che avrà l’onore di aprire per i Kamelot nelle date italiane che la formazione americana terrà a novembre.

(Matteo Piotto) Voto: 8,5/10