
(Pest Records) È molto ispirato il secondo album del duo italiano Urluk. C’è passione, c’è narrativa, c’è una progressione non solo musicale, ma soprattutto cinematografica, quasi come se le cinque tracce non convenzionali facessero parte della colonna sonora di un film contorto, complesso, difficile da seguire senza la giusta apertura mentale. Black. Doom. E tanto folk. Voci estreme e clean vocals, chitarre distorte, chitarre classiche e armonica a bocca, potenza sonora ed esplorazione introspettiva. Dimensioni prog, con punte psichedeliche, dentro un doom depressivo esaltante: c’è veramente di tutto in questo disco, in questa mezz’ora abbondante, in questa dichiarazione di intenti. La lunghissima opener “Angles of Hauntology” spiazza completamente: spiazza per le linee vocali, spiazza per l’impostazione così doom, sorprende per l’evoluzione black. Contorta e misteriosa “Lying There”, avvincente e semplicemente favolosa “Liminal Vortices”: un pezzo ossessivo, con quelle linee vocali così graffianti ma anche così incisive. In chiusura c’è una dimensione onirica e sognante rappresentata da “The Last Watch”, una canzone molto melodica ma molto tetra, capace di svelare un ennesimo lato creativo del duo lombardo. Oscurità illuminata da una luminosità creativa. Sonorità estreme rese epiche da divagazioni in molteplici direzioni. Se con il debutto, “More”, gli Urluk offrivano musica esaltante ma molto sintetica nella struttura e nella sostanza, con “Memories in Fade” c’è una palese crescita stilistica, compositiva e creativa in generale. Sorge un unico dubbio: ci sarà la volontà e la capacità di portare tutto questo su un palco scenico? Le basi per un’esperienza senzazionale ci sarebbero tutte…!
(Luca Zakk) Voto: 8/10




