(Indie Recordings) Ma cosa hanno fatto? Così strano, così eccentrico, così eclettico da far letteralmente rinascere i Windir! I Vreid tornano, dopo 5 anni dall’ottimo precedente “Wild North West”, e tornano più ispirati ed esplosivi che mai! Che disco, questo “The Skies Turn Black”! Immedesimatevi in un promoter impegnato nell’organizzazione di un festival. Vi serve una band black? Chiamate i Vreid. Vi serve una band thrash? Cazzo, chiamate i Vreid. Vi serve del dark metal? Vreid! Qualcosa di female-fronted, ricco di suggestione? Ancora Vreid. Metal classico? Vreid. Vi serve la parte avventurosa e sperimentale che i Windir sapevano offrire? Vreid! “The Skies Turn Black” non è un album: è una compilation di brani… tutti composti e suonati dai Vreid… tanto che sembra quasi impossibile che questi undici brani siano stati tutti concepiti dalla stessa band… anche se, scavando nel profondo, ascoltando bene… la vena ispiratrice del Sogndal è tutta lì, più esposta e brillante che mai. In trent’anni di carriera, i Vreid hanno ben chiaro un sacco di concetti: dove sono, dove stanno, dove sono stati e dove vogliono andare, tanto che “The Skies Turn Black” mostra vari percorsi, tutti diversi, ma tutti conducenti verso l’infinito, verso il domani. Verso quel che sarà, qualsiasi cosa sarà. Indescrivibile, se non con un’ipotesi di track by track, comunque insufficiente per rivelare l’immensa potenza esplosiva del disco. Subito impattante ma anche sognante “From These Woods”, brano con repentini cambi di tempo e tematiche. La title track non perdona: riff di matrice antica, groove impetuoso, complessità sonora annegata in espressività semplice e diretta, arricchimenti teatrali che donano un senso di gloria al pezzo. “A Second Death” è thrash vecchia scuola; “Kraken”, parte della colonna sonora del film omonimo, suona come le sperimentazioni esaltanti dei Windir. Interessante e inaspettata “Loving the Dead”, con la voce femminile di Agnete Kjølsrud (già ospite di Dimmu Borgir, Kampfar e Solefald); pungente e pregna di intensa ma luminosa negatività “Build & Destroy”; introspettiva e pesante “Chaos”, con quell’evoluzione che ancora una volta onora i Windir, quasi come l’alba di questo tempo, l’origine di tutto. “Flammen”? La tradizione continua, più evocativa che mai; “Smile of Hate”? Dell’altro micidiale headbanging, circondato da una progressione melodica e tematica avvincente, prima dei due brani posti in chiusura, ovvero il dark-prog di “Echoes of Life” e quel sound vintage in chiave moderna della possente e conclusiva “The Earth Rumbles”. I Wind… ops, i Vreid sono in un momento di massima potenza, massima creatività, massima consapevolezza della loro storia e del loro presente incastrato nell’epoca attuale. Un album immenso, capace di soddisfare una vasta gamma di palati, capace di stuzzicare un innumerevole ventaglio di gusti. Musica? Metal? Black? No, miei cari: questa è arte, questa è un’immensa forma d’arte, solo una fottuta e sublime forma d’arte!

(Luca Zakk) Voto: 10/10