(Southern Wolfcult Records / Edel) Nonostante siano giunti all’ottavo album in circa vent’anni di carriera, i tedeschi Wolfchant non sono mai riusciti a fare il salto di qualità e a farsi conoscere dal grande pubblico; se da un lato i continui cambiamenti stilistici denotano un certo eclettismo, dall’altro privano la band bavarese di un’identità ben definita, creando non poca confusione tra gli ascoltatori. Negli anni, infatti, la band è passata da un folk metal epico e viking, tanto caro agli Ensiferum, al death metal più brutale, una sorta di Amon Amarth con più blast beat, passando per derive power non lontane dai Grave Digger. Se queste influenze fossero ben mescolate tra loro, potremmo anche trovarci davanti a qualcosa di interessante; qui, invece, spesso e volentieri, tali influenze sono evidenti in un brano, mentre altre lo sono in quello successivo. Non va meglio quando queste stesse influenze confluiscono in una singola canzone, perché risultano spesso male amalgamate e inserite forzatamente. È un peccato, perché quando la band è ispirata dimostra di saperci fare: basta ascoltare “Under a Twilight Star”, ottimo connubio tra potenza, melodia ed epicità, tra i migliori pezzi mai composti dalla band, mentre “Lifeblood” sembra una versione estrema dei Grave Digger più epici; ma sono i due pezzi più ‘centrati’, mentre il restante materiale affoga in un mare di orchestrazioni talvolta fin troppo pompose, controbilanciate maldestramente da sfuriate che, a mio avviso, c’entrano nella struttura dei brani come i cavoli a merenda. Le capacità tecniche dei musicisti sono fuori discussione, così come l’ottima produzione, messe però al servizio di molte idee sconclusionate e confuse.
(Matteo Piotto) Voto: 5,5/10




