
(Century Media / Sony Music) Attivi da quasi quindici anni, gli americani Worm sono un crossover tra black sinfonico in linea con Dimmu Borgir o Old Man’s Child e un black che offre grande spazio alle chitarre, alla melodia, agli assoli… con brani quali la title track, che sparano dentro un black ricco di tastiere e iniettano un assolo della sei corde decisamente lungo e avvincente… sembra quasi una fusione tra black sinfonico anni ’90 e shred tipicamente anni ’80. Un abbinamento prevedibile? Illusi! Ecco che “Halls of Weeping” diventa un banchetto di tempi lenti ma pesanti come un macigno, un incrocio tra doom sepolcrale e blackened death. Tutto ciò evidenzia che i Worm cambiano aspetto: certo, se catturiamo un sample a caso dai loro brani, un sample di trenta secondi, ecco che le similitudini con altre band o generi emergono immediatamente… ma valutando i brani interi, tra l’altro tutti pezzi da sette, dieci, dodici… quattordici minuti, ecco che spunta fuori questa genialità nel mettere assieme grandiosi tasselli della storia del metal: tasselli che, da soli, hanno scritto la storia di ogni epoca, tasselli che messi assieme stupiscono e sorprendono nel loro susseguirsi, facendo sognare, riportando la mente a capitoli essenziali negli annali del metal più o meno estremo. “The Night Has Fangs” è più crudele, ma ancora una volta è un alternarsi tra black sinfonico pregiato e assoli di chitarra e tastiera degni del più raffinato neoclassical/progressive power metal… magari proprio quello finlandese. Più drammatico l’incedere sinfonico di “Dragon Dreams”, più taglienti i riff e l’atmosfera, mentre l’assolo inizia veramente a minare lo skill di chitarristi di alto livello, solitamente appartenenti a varianti più ‘leggere’ del metal. Avvincente e con un bellissimo tocco ottaniano, “Blackheart”, la quale precede la lunghissima e conclusiva “Witchmoon – The Infernal Masquerade” la quale non solo conferma quanto detto sopra ma, come una ciliegina sulla torta, ospita Sua Maestà Marty Friedman… divinità che non scomodi se non gli offri una dimensione sonora molto valida sulla quale scatenare la sua sette corde. “Necropalace” è un disco che coinvolge subito, in quanto apparentemente un collage di cose grandiose ma ‘già sentite’; tuttavia i successivi ascolti demoliscono questa affrettata teoria, rivelando sublime genialità, tecnica sopraffina, gusto di classe, una passione profonda e una potenza e completezza sonora così vaste da far dubitare che la line up sia composta da sole due persone!
(Luca Zakk) Voto: 8,5/10




