Le nostre recensioni di novità o album già in circolazione, le impressioni, le sensazioni, le analisi e dei nostri ascolti su tutta la musica della scena metal & rock.
SMOHALLA – “Resilience”
(Arx Prod.) Gli Smohalla sono la coesistenza di due elementi: Slo, chitarre, batteria, voce e tastiera, e Camille, al basso. I due francesi provengono da piccole pubblicazioni e questo “Resilience” è il sospirato debut album, nel quale si dedicano ad un black metal molto esoterico, glaciale, con atmosfere che avvolgono ogni cosa. In alcuni momenti ricordano gli Emperor nelle loro fasi lente o nelle orchestrazioni (per esempio “Oracle Rouge” oppure “Au sol les toges vides”) e questo perché le tastiere hanno un ruolo cospiquo, da protagoniste. Gli Smohalla creano melodie e poi tendono a disperderle in coltri ghiacciate, malinconiche, ma anche inquietanti oppure epiche. “Resilience” è uno stato emotivo altalenante (vedi “Marche Silencieuse” dominata dai synth con le chitarre praticamente smarrite in lontananza) pregno di oscurità, che richiede nervi saldi per seguirne i pezzi senza perdere la bussola del proprio umore. C’è da dire che alcuni brani andavano affinati, ma la sostanza del loro sound è probabilmente l’essere una pietra grezza che riluce di un bagliore spettrale.
(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

(This Is Core Music) Nel 2010 gli Screaming Eyes realizzarono “Still Breathing”, contenente tre tracce prodotte da Ettore Rigotti (dei Disarmonia Mundi e guru di molti altri gruppi). Un anno fa i riff avevano una potenza non indifferente, ma adesso “Greed” si dimostra per davvero un passo avanti. Pur riconoscendo che gli Screamings non propongono novità, dimostrano di avere un sound redatto con buona convinzione nei propri mezzi. La produzione è ad opera di Becko (Hopes Die Last, Everland) e Cresta (Doomsday, Everland) presso lo Skie Studio di Roma; lo stile si ancora nettamente alle correnti metalcore europee: tanta ritmica martellante e assoli di chitarra dal tocco scandinavo, mentre il riffing è generalmente pregno di fasi veloci, grooves e di ampie aperture melodiche, mentre la voce di Bruno gioca sul cantato in clean, growl e momenti puramente urlati. Tutto rispetta il copione di questo genere, con una scaletta (i pezzi sono 10) in grado di svilupparsi con agilità. “Greed” è, va detto, una prova facilmente collocabile nei dettami di un certo recinto musicale, ma la band italiana suona in modo europeo e di noia non se ne vede l’ombra.








(Atom Records) Nonostante siano austriaci da buoni rockettari i Cornerstone (attenzione, non quelli di Doogie White) puntano decisamente all’audience statunitense. Lo si era già capito con il primo album “Head Over Hills”, il quale fu licenziato, come questa nuova release, dalla statunitense Atom Records. Il rock dei Cornerstone ha diversi spunti AOR e tenta di essere fluido in canzoni come “Breathing for You”, “Follow You Follow Me”, “Strut” e “Right or Wrong”, la quale ha una progressione al piano che ricorda “Holiday” di Richard Wright. Questi sono brani placidi, non definibili ballad, ma sono oltremodo diversi da pezzi spinti come “Like a Stranger” e “High and Low”, mentre “Rise and Shine” è accattivante con il suo iniziale riff accelerato alla Police. Dunque un rock opportunamente melodico e non eccessivamente tendente al pop. Forse questo è il punto sul quale poi tirare le somme: sono capaci di essere più rock oppure la loro anima è incline al pop? “Somewhere in America” non chiarisce la loro essenza, la quale sembra tranquilla ed elegante, ma non del tutto definita.





















