Sabato 24 agosto 2019. L’una del mattino. Forse le due. Forse più tardi.

Mi guardo in giro… siamo ancora dentro l’USF. O forse fuori. O forse nel limbo del mezzo. Fischiano ancora le orecchie dopo il favoloso concerto del grande Abbath.

Incontro Mia Wallace e le faccio i complimenti. Cazzo se è tosta sta ragazza…

C’è una sala (il limbo?) dove due D.J. sparano hit hard rock… qui dentro sono tutti ubriachi, mezzi nudi, e bevendo ulteriormente ballano a casaccio con brani di WASP, Alice Cooper, Ozzy, Iron, Manowar e tanti altri.

I ragazzi della mitica Dark Essence sono tutti andati. Nel senso che non ci stanno più con la testa. Qualcuno se ne è pure andato per davvero… in Norvegia sembra che quando decidi di andartene in quanto sbronzo, prendi e te ne vai, non saluti e, cosa strana per noi Italiani, non fai l’ultimo giro (cosa triste ma forse intelligente). Icx Vortex è a pezzi. Il cantante dei Krakow mi saluta, ma ride per i cazzi suoi: è andato. Hoest è ubriaco e la sua appariscente groupie appare più strafatta che strafica.

Perdiamo contatto con dei colleghi stampa dall’Italia… e sperando non siano caduti nel fiordo seguiamo Animæ, vocalist dei Darkend, verso la galleria d’arte di Gaahl: “ha detto che ci aspetta lì, apre apposta per noi, andiamo a far festa!”. Bisognosi di una passeggiata rinvigorente nella frizzante notte norvegese, seguiamo la capigliatura a trecce del vocalist italiano… e arrivando alla galleria, notiamo che è effettivamente aperta. Le luci sono accese, perlomeno. Animæ è talmente andato che vuole saltare su ogni barca ormeggiata al porto, una specie di pirata dalle tendenze ritualistiche occulte, mentre Gaahl è talmente sbronzo che, forse, è finito addormentato nel cesso.

Così che è finito il Beyond the Gates VIII, anno MMXIX. Ma per arrivare a queste strazianti condizioni, vi giuro, di cose ne sono successe… e la musica ha suonato tanto. Tantissimo.

Il lunedì prima del fest, ovvero due giorni prima dei Watain (leggi qui), è stato un giorno tranquillo. Poca gente in giro, colori vivaci. I soliti dannati residenti, o legati all’organizzazione. Alcol a fiumi, ma tutto normale. Niente di nuovo.

È dal martedì che, girando per la piovosa città, si inizia ad intravedere quella gente … aehm… poco raccomandabile. Le famose brutte compagnie, le quali poi convergono ai primi eventi nel nome del signore delle tenebre, dell’innominabile.

Giovedì, Venerdì e Sabato: tre giorni senza pausa, senza sosta. Senza respiro. Listening sessions ovunque (Lindy-Fay Hella, Darkend, 1349 e molti altri). Concerti pomeridiani. Concerti serali. Il percorso verso la dannazione eterna appariva molto ben definito. E con traccia GPS!

Giovedì, L’ultima cena.

Scelta difficile, ma la listening di Lindy-Fay Hella presso la Galleri Fjalar di Gaahl (tra l’altro guest vocalist e forte collaboratore nella realizzazione di questo album) diventa una tappa piacevolmente obbligatoria, un punto di ritrovo per moltissimi animali oscuri, attratti da Lindy, attratti da Gaahl, dalla galleria e dall’esposizione dei dipinti di Liorcifer. Ed il vino offerto dall’elegante e gentilissimo Gaahl, è un invito seducente oltre che una pre carburazione per la serata.

Come prima sera all’USF, le cose vanno alla grande: locale stracolmo fin dalla primissima band. Non semplicemente ‘tanta gente’: direi tantissima… il pienone!!!

Sul palco si avvicendano cinque rituali estremi, oscuri, massacranti:

Obliteration: decisamente catchy ma estremamente violenti. Mid-tempo laceranti alternati a riff poderosi, sempre veloci, assolutamente micidiali. Un death estremo, spinto oltre con lussuriosi dettagli black e…. punk!

Svartidauđi: qui, l’oscurità abbraccia una dimensione immensa. Il loro black é poderoso ma in qualche modo pregno di una essenza spirituale: una spiritualità degenerata, perversa, maligna. Una riaffermazione deviata delle tenebre più inquietanti.

Behexen: la mia attenzione viene attirata da una anziana signora che entra all’USF con la maglietta di questi animali, i quali regalano con infinita violenza momenti di piacere alla nonnetta. Violenza seguita da altra violenza e poi ancora dalla violenza. I finlandesi non giocano troppo con melodie o atmosfere: il loro black è primordiale, radicale, ancestrale… e devoto al male assoluto. É un ‘miracolo’ (termine un po’ fuori luogo, eh?) che l’USF abbia retto a cotanta disumana furia.

Marduk: garanzia che non scade. Mai. Puro assalto frontale. La divisione panzer é sempre carica, megatoni di esplosivo letale che viene metodicamente sparato contro un pubblico votato al suicidio.

Mayhem: Loro sono nell’olimpo dei dannati. E, in quanto dannati, si esibiscono… dannatamente old school. Loro sono il male. Il male puro. I Mayhem sono l’inizio. Ed anche la fine. La vostra fine. La nostra.

Venerdì. La passione.

Non ricordo a che ora il mio corpo abbia iniziato a funzionare in modo simile a qualunque altro essere umano. Forse ormai all’ora della seconda serata? Ah si… ora ricordo… volevo a tutti i costi partecipare alla listening session dei 1349, tuttavia un’ora dopo la fine dell’evento (pomeridiano) il mio corpo era ancora alle prese con la colazione.

 

Buongiorno, cazzo! Dal letto… direttamente all’USF!

E quel buongiorno me lo danno i Varathron: una nebulosa di oscurità dal sapore sinfonico, tipico di un gusto stilistico classico probabilmente influenzato dalla provenienza ellenica. Il tutto innestato dentro una violenza primordiale, caratterizzata dal feroce ed avvolgente tepore mortale scatenato dalle fiamme dell’inferno. Malvagità occulta che tuona dall’esotico monte Olimpo!

Horisont: psichedelici, rockeggianti, anima boogie, spirito vintage. Tra acido ed alcol, ed anche tra divertimento ed autoironia durante un problema alla connessione del basso, risolto professionalmente senza mai fermare lo spettacolo!

Arcturus: rispetto alla band che li precedeva in scaletta, offrono un cambiamento drammatico ed estremo. Il set old-school, con ampio uso del growl devastato di Ics Vortex, è una collisione cosmica totale: una orda di demoni mascherati provenienti da gelide galassie lontane la quale si abbatte su un pubblico in completa estasi. Ma quando la set list permette ad Ics di abbandonarsi al suo famoso clean singing… è il momento nel quale la band esplode: giullari interstellari inviati sul nostro insignificante pianeta per raccontare storie assurde, riflettere sull’infinito e sul nostro terreno vagare notturno.

Emperor: EMPEROR! Box set, video e business vario ma questa band è produttivamente defunta da quasi venti anni. Tuttavia Ihsahn e Samoth, troneggiando da sopra quel palco, ricordano a tutti che loro sono gli Emperor, una delle band più infami e violente dei vecchi tempi. Appartengono alle fondamenta. Alle origini. E per quanto il tempo passi e lo stile maturi (Ihsahn ormai è completamente avvolto dalla musica sperimentale), loro, tutti assieme, osannati da un’orda di dannati, producono musica riassumibile con una parola: Ferocia. L’essenza della depravazione del movimento black, la sublime tecnica di una band tutt’altro che estinta, ha regalato  al pubblico   l’esecuzione dell’intero “Anthems to the Welkin at Dusk”, portando il concetto di black metal indietro di un ventennio!

Primordial: non so perché, ma qualsiasi cosa che viene dall’Irlanda mi mette sete. E mentre bevevo, bevevo e bevevo (l’epilogo della terza sera sopra descritto non è stato tanto diverso da quello di tutte le altre notti), i Primordial erano su quel palco, epici ed infinitamente coinvolgenti. Come sempre molto personali, quasi inclassificabili ma dannatamente esplosivi!

Sabato: il mistero della discesa agli inferi.

Giornata intensa scandita dalla listening session dei Darkend, con un altro evento alla Galleri Fjalar, con altro vino offerto, altro percorso verso la serata -l’ultima- all’USF.

Necros Christos: Sepolcrali come il doom più fetido e malato. Catchy, macchine da headbanging come il death metal più tagliente. E maligni, maligni come il black più dannato!

Lucifer: Satanismo diffuso con il fascino della front-woman Johanna Sadonis, una strega dalla seducente bellezza ingannevole, al comando di una orda di stregoni appartenenti ad altre epoche, altre dimensioni, antichi culti ed impensabili inferni… compreso il drummer degli Entombed Nicke Andersson!

Midnight: Ovvero quando una band di creature immonde decide di prendere un volo dagli States per venire in Norvegia a mettere sotto assedio il Beyond the Gates. Palco a ferro e fuoco. Furia selvaggia a base di speed metal infestato di black’n’roll viscerale.

Candlemass: Johan Längqvist si è finalmente reinserito nella band e la sua performance è stata nettamente superiore alla data italiana del 2018 tenutasi subito dopo il rientro in sostituzione di un Mats Levén che nel 2017 con la band ci dava dentro alla grande. Ora la band di Leif Edling è tornata ad essere la creatura capace di sferzare il pubblico, specie quello del Beyond the Gates, con un doom pesante, lento, macilento: una infinita fonte di headbanging in slow tempo, dannatamente massacrante, totalmente lacerante. Quante vertebre saranno esplose?

Abbath: mi piace scrivere di musica. Mi piace commentare, cercando anche di esibire una parvenza di professionalità. Ho visto migliaia di concerti, mi piace osservare, giudicare, apprezzare… raramente mi lascio andare. Però in questo caso, manderei a fare in culo la professionalità… perché Abbath è stata la miglior band del fest! Poche chiacchiere: il miglior concerto… con un Abbath antipatico, spavaldo e sprezzante come solo lui sa -per fortuna- essere, oltre che meravigliosamente aggressivo ed.. auto ironico! Ma la cosa esaltante, quella che rende il concerto favoloso è la sua intelligenza: i pezzi degli Immortal (come la superlativa “In My Kingdom Cold”) o degli I… mandano in estasi un pubblico devoto all‘headbanging costante. Devozione che mi ha coinvolto in modo irresistibile!

Domenica. La resurrezione.

Anche quest’anno finisce il Beyond the Gates. Si spengono le luci. La gente, a questo punto, non vanta più un livello cognitivo degno dell’homo sapiens. La città è infestata da creature sull’orlo del collasso, mentre decine di taxi sfrecciano per riportare tutti a casa, in albergo, o da qualche altra parte non ben precisata.

Il giorno seguente è soleggiato. Bergen brilla! Fa caldo. Qualche zombie vestito di nero ancora vaga per la città… forse si tratta di qualcuno che si è appena ripreso dall’ultima bevuta dopo il concerto, o forse qualcuno ancora in giro dalla notte precedente. Noi passeggiamo per Bergen. Respiriamo la sua aria rinvigorente, ed ammiriamo il suo paesaggio.

Convinti che il giorno della resurrezione sia davvero un giorno di pace, andiamo a cena fuori… in un allegro ristorante, l’Hoggorm, consigliatoci da Gaahl in persona, un cliente abituale.

Una cenetta tranquilla dopo giorni blasfemi, demoniaci, violenti, rumorosi.

Finalmente la pace.

O forse no…

L’allegro ristorante è -guarda caso- anche sede del party post-festival di tutti gli addetti alla security dell’evento… i quali, abituati alla nostra presenza (terzo anno di fila), ci invitano senza mezze misure ad unirsi a loro.

Dopo tutto per loro è il primo giorno di festa dopo questi giorni intensi (da notare che sono tutti volontari… e che provengono da ogni parte del mondo!). Per noi? Un altra notte insonne e ai confini della coscienza.

Mi ronza in testa un solo un vago ricordo, quello di una tizia che mi sussurra: “no rest for the wicked”.

(Luca Zakk)