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JUDAS PRIEST – “Firepower”

by on Mar.13, 2018, under ALBUM, J

(Epic Records) Certe volte il destino è proprio crudele e beffardo; la notizia della malattia di Glenn Tipton, affetto da morbo di Parkinson, ha gettato nello sconforto tutta la comunità heavy metal. Questo è il lato crudele. Il lato beffardo è che questa terribile notizia sia giunta alla vigilia dell’album più ispirato dei Judas Priest dai tempi di “Painkiller”. “Firepower” è un album meraviglioso, che riporta i Priest ai fasti di “Screaming For Vengeance”, “Defenders Of The Faith” ed il citato “Painkiller”. Già la copertina lascia ben presagire, con evidenti richiami cromatici a “Screaming For Vengeance”. Se poi aggiungiamo che la produzione è stata affidata a Tom Allom, storico producer della band (affiancato da Andy Sneap), potremmo dire che l’operazione nostalgia è perfettamente riuscita. In parte è così, ma sappiamo che i Judas Priest non amano fossilizzarsi e, pur rimanendo sempre riconoscibili e fedeli a se stessi hanno cercato, album dopo album, di evolversi continuamente. Ecco quindi che “Firepower” rappresenta la perfetta via di mezzo tra l’aggressività degli ’80s e l’epicità già presente su “Nostradamus” e “Redeemer of Souls”. Ma andiamo con ordine: la title track prende a pugni l’ascoltatore con una ritmica terremotante ad opera del devastante Scott Travis. Il riffing è incalzante, abbastanza classico ma estremamente efficace. Rob Halford si ripresenta in forma smagliante, dosando gli acuti ed impreziosendo il brano con la sua timbrica inconfondibile. “Lightning Strikes” riprende un po’ la struttura di “Hell Patrol”, un po’ come la titletrack di “Redeemer Of Souls”. “Evil Never Dies” rallenta un po’ il ritmo che si fa cadenzato e roccioso, con un ritornello anthemico da arena. L’epicità si taglia a fette su “Never The Heroes”, brano dalle forti tinte acceptiane molto intenso. Questo quartetto fa apparire leggermente in secondo piano la successiva “Necromancer”, leggermente più ordinaria nella struttura ma ugualmente splendida e dotata di un tiro allucinante e ritmiche spezza ossa. “Children Of The Sun” vede salire in cattedra i Judas Priest più sulfurei e sabbathiani di “Sad Wings Of Destiny”, dal riffing pesantissimo e lugubre al ritornello epico, passando per oscuri arpeggi e grandi assoli. La breve strumentale “Guardians” introduce l’epica e marziale “Rising From Ruins”, condotta da un Rob Halford in grande spolvero ed autore di una prova ricca di pathos. “Flame Thrower” allegerisce l’atmosfera con sonorità decisamente hard rock. Il riff roccioso mi richiama alla mente “Get The Fuck Out” degli Skid Row, riletta con un feeling alla “You’ve Got Another Thing Coming”. “Spectre” è più intricata nel suo sviluppo, con le chitarre che macinano pentatoniche senza soluzione di continuità prima di esplodere in una serie di assoli da applausi a scena aperta. “Traitors Gate” presenta una progressione simile a quella di “Lightning Strikes” per quanto riguarda il riff portante, ma con un intermezzo arioso ed epico. “No Surrender” è breve, semplice e con un ritornello ruffiano, nato per essere urlato a squarciagola dal pubblico durante il concerto. “Lone Wolf” è oscura, monolitica e rabbiosa, accostabile per certi versi al materiale contenuto su “Jugulator”. L’album si chiude con “Sea Of Red”, power ballad come solo i Priest sanno comporre, basti pensare a capolavori come “Blood Red Skies” o “Beyond The Realms Of Death”. Le nubi sul futuro della band sono sempre più fosche; a mio avviso farebbero bene ad uscire trionfalmente di scena, piuttosto che trascinare il carrozzone senza una colonna portante come Glenn Tipton. Ma questo si vedrà più avanti nel tempo. L’unica certezza è che i Judas Priest sono tornati ispirati come da moltissimo tempo non erano più, regalandoci uno degli album migliori della loro lunghissima carriera.

(Matteo Piotto) Voto: 10/10

(Epic Records) Ebbene sì, anche un ipercritico come me è stato conquistato da “Firepower”, diciottesimo album dei Judas Priest e, probabilmente, il migliore da dopo la reunion. Capiamoci, però: “Painkiller” resta qualcosa di insuperabile, e il paragone con i prodotti degli eighties non lo facciamo neanche partire; ma se “Nostradamus” va considerato fuori scala, “Angel of Retribution” aveva momenti alti ma anche qualche stagnanza, e “Redeemer of Souls” mi aveva dato (e non solo a me…) l’impressione di essere soltanto un compitino ben eseguito, “Firepower” conquista (quasi) dalla prima all’ultima nota. La titletrack butta giù un riffone a cui non si può dire di no; tutto è già sentito, ci mancherebbe, ma l’headbanging è garantito e Halford ci mette una cattiveria che non ti aspetteresti da un 66enne… “Lightning Strike” è un terremoto, e mostra ancora una volta che la classe non è acqua: i Judas non sono lì per caso, prendono una struttura abusata e riescono a renderla irresistibile… molto è certamente dovuto alla produzione, potente, pulita e modernizzata quanto basta, dell’impeccabile Andy Sneap (affiancato dallo storico produttore degli anni ’80 Tom Allom). “Evil never dies” si sviluppa in un crescendo maligno; martellante “Necromancer”, mentre “Children of the Sun” recupera qualche scampolo dell’anima settantiana della band, con grande gioia di chi scrive. Epica nel senso più proprio del termine “Rising from Ruins”, mentre “Spectre” è un mid-tempo che mi ha ricordato molto le atmosfere di “Redeemer of Souls”. La scaletta continua, lunga ma mai sfiancante: “No Surrender” ha alcuni dei caratteri dell’inno da stadio, mentre la conclusiva “Sea of Red” cresce con potenza fluviale, e negli ultimi minuti trovano spazio anche cori abbastanza inusuali per il Prete. “Firepower” potrebbe essere una ottima e gloriosa chiusura di carriera, cosa che “Redeemer” non avrebbe mai potuto essere.

(René Urkus) Voto: 8/10

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