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AVAST – “Mother Culture”

by on Ott.23, 2018, under ALBUM, A

(Dark Essence Records) Stavanger, in Norvegia, è un altro punto di riferimento per il black metal. Ed è proprio da questa zona che arrivano i debuttanti Avast (hanno all’attivo solo un EP del 2016). La cosa però però che li identifica è il fatto che loro non fanno black metal… o almeno non nel senso più stretto della definizione! Tanto per cominciare i testi sono ispirati alla novella “Ishmael” dell’autore e filosofo ambientalista americano Daniel Quinn, scomparso agli inizi di quest’anno, pertanto hanno a che fare con una visione poetica e filosofica di questioni ambientali, relative al ruolo dell’uomo e della civiltà sul pianeta: tematiche non prettamente black metal, forse più appartenenti ad una visione stilistica più ribelle, più punk, ma anche ottimale per ispirare concetti ambient ed atmosferici. Ed è proprio qui che arrivano le sorprese, in quanto gli Avast danno vita ad un blend musicale quasi indescrivibile, ma esaltante, violento, provocante e pure suggestivo! Il risultato è una base black metal che spesso fugge su tendenze post e dark rock, con vaghi riferimenti anche al dark wave, materializzando rabbia, sfogo ma anche una pace spirituale eterea, legata a visioni di una natura incontaminata, stupenda, brillante ma costantemente sotto una temibile minaccia. La title track in apertura rivela molto: inizio tra l’ambient ed il noise, seguito da una esplosione feroce di pregiato black metal, con un vocalist devastato, disumano e crudele; questo fino alla comparsa -prima sporadica poi più esplicita- delle tastiere e dei samples che portano il suono in una versione rock & heavy di un’atmosfera che ha gusto cinematografico, decadente ma trionfale, quasi ispirando visioni appartenenti all’universo inquietante di Twin Peaks. “The Myth” riprende l’atmosfera sognante del brano di apertura, dando una visione crudelmente celestiale al sound, sogni idillici cadenzati da un drumming poderoso, quasi un tuono che sconvolge la pace autunnale di un paesaggio naturale senza confini. Il concept continua con la nascita dell’uomo: “Birth of Man” è immediatamente brutale, tirata, veloce; black metal furioso che cresce verso un sapore atmosferico che questa volta fa riflettere, togliendo le immagini rilassanti della natura ed insinuando uno stato di ansia in bilico tra violenza e rabbia ribelle. Toni depressi con “The World Belongs to Man”: una depressione prima melodica, poi più doomy fino alla maschera che viene tolta rivelando brutalità efferata, spietata, esplosiva, prima di tornare progressivamente alle sensazioni dell’inizio del brano, passando per contesti post metal. Ottima e coinvolgente “An Earnest Desire”, brano di rock oscuro, metal intenso, black lento, post metal esaltante. La conclusiva “Man Belongs to the World” esplora concettualmente l’opposto della quarta traccia, abbracciando quindi i due estremi della filosofia di Quinn, secondo la quale l’umanità si divide in ‘lascia’, quelli convinti che l’uomo appartenga al mondo, come tutte le altre specie, e ‘prendi’ i quali considerano il mondo una proprietà dell’uomo da sfruttare a proprio piacimento dove la specie umana risulta superiore a tutte le altre; musicalmente questo brano è ricco di pathos, fa riflettere e crea un equilibrio fantastico tra black metal e post rock, senza però passare -come potrebbe sembrare ovvio- per il post-black. Album ricco di energia, di spiritualità ed emozioni. Album violento: a volte musicalmente, a volte psicologicamente. Un lavoro che fa riflettere, che invoglia ad approfondire i temi trattati, generando -con melodie intense- uno spunto di ragionamento e visione diversa dell’umanità che ci sta attorno e di quel pianeta che ci troviamo sotto i piedi.

(Luca Zakk) Voto: 9/10

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