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OSSUAIRE – “Derniers Chants”

by on Ott.22, 2019, under ALBUM, O

(Sepulchral Productions) Chiudono il cerchio i canadesi Ossuaire, pubblicando ‘gli ultimi canti’, ovvero la seconda parte del concept pensato su due album, il quale tratta la caduta del Cristianesimo ed una ambita ascesa della pura e totale eresia. L’idea è iniziata con il recente “Premiers Chants” (‘primi canti’, recensione qui); questo secondo capitolo, pur è in linea con il precedente probabilmente anche per l’ovvia continuità stilistica data dalla vicinanza delle release e delle stesse composizioni, offre un sapore più complesso, più ricercato, con una componente melodica più intensa, mid tempo più avvincenti, pur restando sui canoni di un black dalla deviazione mentale tipica del paese di origine. “Pestilence Rampante” è pura furia, un brano ansioso, volutamente caotico. “À l’ombre du Très-Haut” segue lo stesso percorso della precedente, ma inizia ad iniettare una corposità melodica trascinante, la quale esplode in un climax seducente con la poderosa “Sous l’Autel des Immaculés”, un brano ricco di arpeggi decadenti, mid tempo pulsanti, linee ritmiche suggestive fino all’epico cambio dove il brano diventa ancor più attraente ed intrigante. Il breve strumentale di stampo folk “Élévation” conduce all’imponente “L’oeil-Sang”, una canzone complessa, con un percorso ritmico e melodico entusiasmanti, mid tempo ammalianti, rallentamenti ai confini con il depressive ed un finale drammatico. Altro brano dalla lunghezza importante è la conclusiva “Derniers Chants (Un monde dépourvu de Dieu)” (‘Ultimi canti, un mondo provo di Dio’, ndr), ovvero l’epilogo dell’intero concept, il quale esalta l’eliminazione delle forze divine: anche in questo caso una traccia contorta, multiforme, che spazia da blast beat furiosi annegati in un sound volutamente nebbioso ed informe, fino a parentesi atmosferiche con parlato (in growl) altamente angosciante. Un black ricco di intensità, carnale e molto avvincente. Davanti agli occhi dell’ascoltatore si materializzano freddi paesaggi, lontani da tutto, quasi dimenticati, abbandonati, assorbiti in un vortice di decadenza fisica e spirituale, la quale sembra essere una stupenda metafora di un religione morente, di un dio falso ed incoerente, di un culto vicino all’oblio.

(Luca Zakk) Voto: 8,5/10

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