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NAGLFAR – “Téras”

by on Apr.07, 2012, under ALBUM, N

(Century Media) Teras: feto malformato, con organi carenti, ridondanti, fuori posto, deformi. Dizionario medico. Un mostro. Sicuramente questo é ciò che Niklas Sundin (Dark Tranquillity) ha disegnato, generando la stupenda copertina di questo sesto capolavoro degli svedesi Naglfar. “Tera-“: primo elemento della terminologia scientifica, dal greco téras, “cosa portentosa”. Sicuramente é questo ciò che Kristoffer, Marcus ed Andreas, hanno creato, scrivendo questo nuovo maestoso libro nero, testo oscenamente sacrilego per un culto decadente, misantropico e perduto. Téras: pezzo di apertura, quasi un introduzione. Avvolgente minaccia, messaggio di morte. Sensazione di morte che arriva con “Pale Horse”. Una sensazione frastagliata, mutilata, ostile. E perversa, grazie ad un riff ridondante che non vi abbandonerà mai più. Morte ed incubi: “III: Death Dimension Phantasma”, altro capolavoro. Un’altra tortura mentale tipica dei Naglfar, dove tecnica, melodia, e ritmiche devastanti si intrecciano perfettamente con le lyrics, perfetto incastro, un infernale puzzle che rivela, tassello dopo tassello, i baratri del grande vuoto rappresentato da una vita che non ha più senso vivere. Questa triade iniziale é l’anticipo, un acconto sulla dannazione eterna. Ora che vi sentite delle figure fatte di ombra in bilico sull’estremo confine del nulla, vi abbandonate al culto infernale di “The Monolith” seguita dalla malefica “An Extension of His Arm and Will”. Ospite “un altro” dannato della scena black europea nella seguente “Bring Out Your Dead”: Matthias Jell (Azathoth), voce degli inferi per i Dark Fortress fino al meraviglioso album “Séance”. Pezzo cadenzato, classico, quasi una pausa prima della del finale: la potente ed oscura “Come Perdition” che descrive la degenerazione dell’uomo impegnato costantemente nell’annientamento della sua stessa specie, “Invoc(H)ate”, semplice e diretta manifestazione di rabbia cieca, furia fuori controllo e piacere del sangue, ed infine la monumentale ed imponente “The Dying Flame Of Existence”. Finale inno all’oscurità che vi conduce oltre, al di là degli oceani dissecati del nulla. Attraverso le lande desolate dell’infinito, quello oscuro, freddo, pervaso di odore di morte, decomposizione, negazione dell’esistenza. Cinque lunghi anni di silenzio, cinque lunghi anni di oblio. Sono finiti. E loro sono tornati. Maestri nell’arte della poesia misantropica, dei riff che sono lunghi chiodi piantati nelle carni, delle melodie che sono una crocifissione. Totale abbandono alla notte. Luce che cessa di esistere. Finto sollievo offerto da una morte senza fine, eterna.

(Luca Zakk) Voto: 8,5/10

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