(Season of Mist) Ero a Bergen per il Beyond the Gates 2025 (leggi qui) quando mi arriva una mail. Il mittente era Kjetil Nordhus, da quasi venticinque anni vocalist dei norvegesi Green Carnation, una band in giro dal 1990, anche se giunta al debutto solo un decennio dopo. Kjetil si era fatto dare dall’organizzazione del fest il mio indirizzo email per invitarmi al listening party del nuovo disco il primo agosto presso l’Apollon, noto pub di Bergen. Gli risposti che non potevo sapere se avrei potuto (leggete il report e capirete), che comunque ci saremmo incontrati comunque per una birra o due (cosa poi successa la sera e l’indomani); ammirando questa attività diretta del vocalist (e non dell’etichetta), mi resi conto d’esserne moto incuriosito, tanto che decisi di anticipare il party… ascoltando privatamente il materiale, cosa che continuo a fare senza alcuna voglia di smettere. Con il nuovo lavoro, il settimo, il prog si intensifica, tornano certi aspetti di “Light Of Day, Day Of Darkness” del 2001, c’è più melodia, anche più di quella di “Leaves of Yesteryear” del 2020, quasi con l’intensità poetica di “Acoustic Verses” del 2006. Ma i Green Carnation non guardano indietro, non si imitano, piuttosto si reinventano costantemente, tanto che questo nuovo album vuole (e sarà!) il primo capitolo di una trilogia, un progetto al quale la band stava pensando da tempo. “As Silence Took You” e “In Your Paradise” offrono una favolosa linea melodica, sia musicale che vocale, senza comunque privarci di riff corposi, crescendo intensi, rivelandosi catchy con ritornelli memorabili. C’è fusion, c’è jazz, ci sono linee di basso intense su “Me My Enemy”, brano con arrangiamenti meravigliosamente provocanti e un altro ritornello che ipnotizza, arricchito ulteriormente dalla voce di Kjetil. E dopo la calma apparente di questo brano, arriva la violenza di stampo black metal offerta da “The Slave That You Are”, pezzo che ospita la diabolica voce di Grutle Kjellson (Enslaved); la canzone offre spazio a Grutle per le parti aggressive, spazio che Kjetil si riprende nelle parti prog, dando vita ad un brano tanto duale quanto genialmente equilibrato. Sognante e ricca di musicalità “Shores of Melancholia”, pezzo con una gran chitarra, delle intense tastiere e le percussioni di Henning Seldal (che ha lavorato anche con In Vain), prima della conclusiva “Too Close to the Flame”, quasi dieci minuti di progressive metal, dipinto con pennellate di jazz e una dimensione rock/metal tanto avvolgente quanto travolgente. Dietro una incantevole copertina di Niklas Sundin, i Green Carnation hanno forse creato un capolavoro che penetra la corteccia cerebrale, invadendola, occupandola, stimolandola in modo superlativo ad ogni singolo ascolto.

(Luca Zakk) Voto: 9/10