
(Subsound Records) Sono in circolazione da vent’anni (anche di più, se consideriamo le precedenti incarnazioni). Sono arrivati al quarto album e il loro genere strumentale è ormai praticamente indefinibile: doom? Stoner? Space rock? Prog? Post metal? Forse tutti questi generi mescolati assieme con l’aggiunta qualcosa in più. Divagazioni sonore, riff impetuosi, melodie seducenti, aggressioni ritmiche, distorsioni e suggestioni, atmosfera e sperimentazione: un sound che continua a evolvere, andando ben oltre la canzone, oltre il singolo brano, oltre qualsiasi confine o regola ‘da seguire’ per una musica che poi viene racchiusa in un vinile o in un CD. Quattro brani corposi, forse un’opera divisa in quattro atti, con tutta probabilità l’ipotesi di un intero concerto suddiviso in quattro movimenti. L’ascolto di “The Praise of Folly” richiede molto ma, in cambio, offre ancora di più, tanto che i quattro brani sembrano non esistere, non essere mai stati realmente scritti, perché figli dell’istante e dell’improvvisazione, scolpiti nell’etere dall’ispirazione e, quasi per caso, registrati, fotografando un momento irripetibile che può essere evocato ma non replicato in forma identica. “The Praise of Folly” sembra cambiare a ogni ascolto: pare che il quartetto italiano abbia fissato un’idea che si materializza in modo diverso ogni volta, confermando il concetto di fondo, richiamando lo stesso titolo e dando vita a un autentico e spettacolare elogio della follia.
(Luca Zakk) Voto: 9/10




