BENEDICTUM – “Dominion”
(Frontiers) Ricordo bene quando esplose il fenomeno Benedictum: era il 2008, i nostri avevano alle spalle un debut, “Uncreation”, che aveva riscosso buoni consensi, ma “Seasons of Tragedy” li fece conoscere in tutto il mondo come la new sensation dell’heavy metal vecchia scuola. Confesso che non sono mai stato impressionato in modo particolare dalla band, e credo ancora che il loro successo (oggi ridimensionato) sia dovuto più che altro alle forme della vocalist Veronica Freeman: a confermarlo, “Dominion” è un onesto prodotto fra il metal anni ’80 e il thrash alla Pantera, nulla di più. E suona forse fin troppo americano per chi è legato ai ritmi europei! Fin dalla titletrack l’ascoltatore è assalito dallo stile aggressivo della giunonica singer: la sua voce è così graffiante che chi non conosce la band potrebbe anche scambiarla per un uomo! In “Grind it” la nostra eroina giunge perfino a qualche occasionale growl. “At the Gates” incalza ancora con un heavy/thrash molto moderno, mentre non è troppo riuscita “The Shadowlands”. “Dark Heart” è il brano dove i Priest si sentono maggiormente presenti; “Bang” è sicuramente il pezzo più immediato del lotto, con l’unico ritornello che si memorizza al primo ascolto. Alla leggerissima “Loud Silence”, che non si sa proprio cosa ci faccia nella tracklist, si contrappone “Epsilon”, dai toni vagamente progressivi, un altro dei picchi del disco. Conclude il tutto la cover di “Temple of Syrinx” dei Rush. Nessun miracolo all’orizzonte, ma merita un ascolto.
(Renato de Filippis) Voto: 6,5/10


(AFM-Audioglobe) Mat Sinner è una vecchia conoscenza per chi segue la scena heavy/power tedesca: oltre che con la sua band, che giunge oggi nientemeno che al sedicesimo album in studio, ha suonato con i Primal Fear, con lo Scheepers solista, con 









Nuclear Blast-Audioglobe) Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi di “Savage Poetry”! Oggi gli Edguy di Tobias Sammet sono al nono album in studio, e il vulcanico singer sembra essere tornato ad occuparsi della sua 







(Candlelight Records) La Candlelight pesca di nuovo dagli Stati Uniti per arricchire il proprio roster, con il second album dei Thee Living Fields. La band di Chicago è l’espressione di un doom dai tratti emotivi e variegati, creati con influenze epic, progressive, avant-garde e heavy metal. Un sound variopinto, poco funereo ma tanto “loquace”. Un lavoro che al primo ascolto rischia di disorientare l’ascoltatore, ma che reiterando la scaletta di otto pezzi pian piano si metabolizza. Del resto i The Living Fields propongono brani di una certa durata (alcuni da 9’, mentre la title track supera i 17’), i quali hanno bisogno di un legittimo tempo di assestamento nella mente. “Running Out the Daylight” è stato anche concepito con parti acustiche, cori, l’uso di strumenti come il pianoforte o i timpani: il tutto serve a proporre scorci inaspettati che non appesantiscono il songwriting, evitandolo di renderlo cervellotico. Un lavoro piacevole, soprattutto nei richiami a certi canoni del metal classico.