MORTICIAN – “Mortician”
(Pure Underground-Audioglobe) I Mortician austriaci, da non confondere con quelli americani, sono la classica heavy metal band fondata negli eighties, sciolta nei nineties e rifondata in questo momento (temo ormai al termine) di revival a tutti i costi. Questo è il loro primo full-“length” ufficiale, dato che il cd uscito due anni fa altro non è che la raccolta dello scarno materiale pubblicato fra il 1987 e il 1989. Non credo ci sia qualcuno dubbioso sulla natura e le caratteristiche del sound, quindi passo subito all’analisi dei brani. Si comincia con l’indiavolata “Change your Behaviour”, una vera e propria dichiarazione di guerra. La band spinge anche in “Reflection of your Soul”, da qualche parte fra gli Exxplorer e i Judas Priest. La traccia autotitolata presenta imprevisti elementi alla AC/DC; la classicissima “Worship Metal” nasce per festeggiare il festival greco Up the Hammers, al quale i nostri hanno presenziato lo scorso anno, mentre “No Light” ha un finale da crescendo da urlo, dove emerge tutta la barbarica bravura del drummer Gergely Nagy. Si chiude con tre tracce live dal Keep it true 2010. Il mercato è intasatissimo ma questo prodotto ha i numeri per farsi valere.
(Renato de Filippis) Voto: 7/10
































(To React Records) E’ il secondo album dei Within Your Pain, questo “Ten Steps Behind”. La band si conferma ancorata a idee che riprendono in grossa dose i breakdown e lo stile mosh, soluzioni che tentano di diversificare i Within Your Pain dall’immenso calderone metalcore dal quale provengono. La produzione ruvida ci risparmia ogni laccatura possibile, in modo da proporre un sound più selvaggio. Non ci sono rivoluzioni stilistiche in “Ten Steps Behind”, anzi qualche recupero da autori metalcore di grido è in vista, in particolare “This Quiet Silence”, tanto Soilwork. C’è anche qualcosa di interessante come “Traitor”, un breve e virulento esempio di death metal imbastardito dall’hardcore, “No Dream We Can Trust In”, “Sometimes Fuck is the Only Word” (grande titolo!) e le sue evoluzioni ritmiche. Parlando di evoluzioni c’è da segnalare la fase centrale, in stile jazz, di “Ghost of Myself” che s’incastona perfettamente in quei basamenti ritmici giganteschi e lenti. Lo slow down è un pezzo forte della band, ma nelle fasi veloci al tendenza al metalcore di marca svedese rischia di esporli all’essere scontati. Riassumendo, i Within Your Pain hanno registrato un album con luci e zone meno illuminate, ma offrono tre quarti d’ora devastanti.
