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RAMMSTEIN – “Untitled”

by on Mag.15, 2019, under ALBUM, R

(Universal) Dopo i due esplosivi singoli, “Deutschland” (recensione qui) e “Radio” (recensione qui), secondo me i Rammstein avevano già detto tutto, più di quello che c’era da dire, più di quanto chiunque sia in grado di ascoltare, di recepire. Ma se vuoi agire come ai vecchi tempi, sputi fuori uno o due singoli e ci attacchi dietro una manciata di filler. La cosa è molto divertente perché i filler sono poi altri nove brani tosti… ed è pazzesco vedere una band di musica sostanzialmente molto moderna agire con metodi antichi, quasi dimenticati dall’industria discografica odierna. Quell’atteggiamento che prende in iro tutti, poi, rimane latente: non solo al ritono dopo praticamente dieci anni di silenzio, hanno già un tour sold out, ma nemmeno si degnano di dare un titolo decente al disco! C’è chi scommette si chiami “Untitled”, chi osa pensare che il titolo sarà rivelato il giorno della pubblicazione, e c’è anche chi sputa alto ed afferma che in tale data sarà svelata anche la vera copertina, come se quel fiammifero se ne stesse li in attesa, pronto per essere sfregato ed acceso, per bruciare, per dar fuoco alle polveri. In apertura subito i due singoli noti… con tutta la loro potenza e dissacrante ironia. Ma dal punto di vista ironico, considerando poi che qualsiasi cosa fatta dai Rammstein va sempre vista da almeno due punti di vista, i seguenti brani sono puro genio… sono roba ‘qualsiasi’ resa micidiale da questi cinque inossidabili tedeschi, cinque artisti che -citando Masini, anche songwriter per i Death SS- ‘un po’ di mestiere ormai ce l’hanno’. Rock moderno con farcitura metal, il tutto trasformato in dramma ed apocalisse con “Zeig Dich”. “Ausländer” è provocante, sfacciatamente ottantiana, offensivamente pop… e schifosamente catchy con quelle strofe multilinga (Italiano compreso). Emerge un voluttuoso e sicuramente intenzionale odore di plagio con la pulsante “Sex”, un rock tra il classico e l’hair metal dove le linee vocali prendono in giro in modo dissacrante. “Puppe” (traducibile come ‘bambola’) è sensuale prima, disperata e volutamente mal cantata poi. Altre sonorità ottantiane, sia pop che metal, con “Was Ich Liebe”. Romanticismo oscuro e malinconico su “Diamant”, disperato su “Weit Weg”. Sferzante “Tattoo”, viscida e nuovamente sensuale la conclusvia “Hallomann”. Sempre coinvolgenti. Capaci di trasformare lo sciroppo più amaro nella bevanda più dolce e dissetante. Capaci anche di dare un senso musicale ed infinitamente poetico ad una lingua, il Tedesco, tipicamente secca, fredda, scontrosa e antipatica… e questo con un cantante dalla voce tuonante ma non certamente annoverabile tra le migliori ugole del pianeta. Questi cinque diavoli se ne sono stati rintanati nei loro macilenti inferi per due lustri… poi un giorno hanno deciso di sbucare in superficie nuovamente, di sorpresa, solo per ricordare a tutti chi comanda. Ed è maledettamente impossibile, anzi sconsigliabile, dar loro torto!

(Luca Zakk) Voto: 9/10

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