METALHEAD

Archive for settembre, 2011

PYRRHON – “An Excellent Servant but a Terrible Master”

by on set.30, 2011, under ALBUM, P

(Selfmadegod Records) Esordio coraggioso per i newyorkesi Pyrrhon. Coraggioso perché suonano un death metal estremamente progressivo e contaminato da dissonanze e cacofonie jazzate. Un sound intricato e complesso che già dopo l’iniziale “New Parasite” tiene letteralmente soffocato l’ascoltatore nei labirinti chitarristici e dei tempi. Non è un lavoro semplice “An Excellent Servant but a Terrible Master”, sicuramente impressionante e contemporaneamente mancante di fluidità. Sono poche le finestre melodiche che si aprono nel turbinio dell’album, come “Correcting the Mistake” e “Flesh Isolation Chamber”, il resto è tutto sommerso da una cinica freddezza esecutiva. I Pyrrhon sono degli eccellenti esecutori, ma musicalmente incompleti in quel comporre che li vede protagonisti solo per la tecnica eccelsa. Un sound privo di compromessi, adatto a chi ama perdersi in dimensioni parallele che diventano intricate e cerebrali.

(Alberto Vitale) Voto: 6/10

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RAIN – “XXX 30 Years on the Road – 1980/2010”

by on set.30, 2011, under ALBUM, R

(Aural Music) Il mercato discografico propone spesso dei prodotti superflui, soprattutto quando si tratta di celebrare un evento o anniversario. Fortunatamente ai nostrani Rain è venuta l’idea di raggruppare un bel po’ delle loro canzoni, riarrangiarle, ricantarle e rivedendole digitalmente in studio, con Mats “Limpan” Lindfors ai Cutting Room Studios di Stoccolma. Il risultato è si quello di un “The Best of”, ma che offre una nuova chiave di lettura e un sound moderno e incredibilmente poderoso. Tredici scatenati pezzi di hard rock/heavy, nei quali si segnala l’inedito “Whiskey on the Route 666” e la versione acustica “Rain Are Us”. Una release capace di andare oltre la mera sintesi di una carriera, la quale non la racchiudi in 13 canzoni, e in grado di proporsi ai fans, ma che è anche un buon punto di partenza per chi vuole approfondire una band di rilievo del metal italiano e che tanto ha suonato oltre confine.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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THULCANDRA – “Under a Frozen Sun”

by on set.29, 2011, under ALBUM, T

(Napalm Records) La seconda prova dei Thulcandra è una conferma, per chi scrive queste righe, di quello che è la band black metal tedesca: ovvero una gruppo capace di suonare il black metal in modo pulito e senza quel briciolo di cattiveria che invece il genere spesso richiede, oltre ad essere tenacemente incollata a schemi che ricordano i Dissection, ma anche i Dark Funeral. I Dissection vengono addirittura omaggiati riprendendo il loro art work, come accade nelle copertine del primo album “Fallen Angel’s Dominion e in questo secondo. Le nuove composizioni, come “Gates of Eden”, “Ritual of Sight”, “In Blood and Fire”, riportano alla memoria gli svedesi e nonostante il fatto che “Under a Frozen Sun” non abbia sbavature e tutto suoni in ordine, con le melodie opportunamente sviluppate, ciò non determina una maggiore considerazione verso i Thulcandra. In questo sound immutato, a voler inseguire quello altrui, trova spazio anche una cover: Unanimated, “Life Demise”. Anche questa non è farina del loro sacco!

(Alberto Vitale) Voto: 5,5/10

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ABSU – “Abzu”

by on set.29, 2011, under A, ALBUM

(Candlelight Records) Con il nuovo album “Abzu” la granitica e malsana band texana di black-thrash metal Absu scrive un nuovo capitolo della propria storia, usando un linguaggio abbastanza simile a quello degli ultimi due lavori. Sarà banale, ma il titolo e la stessa copertina rimandano inevitabilmente al precedente album omonimo del 2009. Questo è un segnale che la logica nel songwriting rispetto ai lavori  antecedenti a “Tara” è più marcata, a discapito della violenza istintuale tipica del loro sound. A conferma di questo modo nuovo di sviluppare le canzoni si può citare “Song for Ea”, un brano diviso in sei movimenti e della durata di oltre 14’. La suddetta linea stilistica in parte avviene anche grazie all’ingresso in formazione di Vis Cron alla chitarra, il quale ha un riffing molto più fluido e variopinto rispetto ai suoi predecessori. La formazione viene completata ovviamente dall’inossidabile Proscriptor McGovern, il quale si dimostra come sempre un batterista di tutto rispetto, e dal bassista Ezezu, entrato nella band al termine delle registrazioni di “Absu”. “Abzu” è un lavoro spedito, grazie a progressioni davvero furiose e ad altre più articolate perché più in sintonia con il thrash metal. A corredo si odono inserti tastieristici col mellotron, capaci di aggiungere ai pezzi quegli brevi scorci dal tono epico e mistico, necessari per sottolineare i testi mitologici d’ispirazione sumera. Fa piacere sentire che la band texana abbia ancora qualcosa da dire, con la speranza che proprio un brano così progressive come “Song for Ea”, possa essere una loro nuova direzione. Come lo stesso Proscriptor ha scritto, “la natura non rivela i suoi misteri, una volta per tutte”.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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SPEED LIMIT – “Unchained/Prophecy”

by on set.29, 2011, under ALBUM, S

(Karthago Records) Gli austriaci Speed Limit erano tornati in pista qualche mese fa, dopo un silenzio lungo ben 18 anni, con il nuovo album “Moneyshot”; l’interesse nuovamente suscitato dalla band ha condotto la Karthago Records a ristampare (per la prima volta su cd) il disco d’esordio “Unchained”, datato nientemeno che 1986, cui si aggiunge l’ep “Prophecy” di due anni dopo. Ma forse siamo in una di quelle situazioni in cui il ‘ripescaggio’ non era indispensabile; e il ricco piatto, temo, finirà nelle mani dei soli collezionisti più invasati degli eighties. Cominciamo naturalmente da “Unchained”. Non è troppo convincente “Into the Future”, meglio le veloci “Burning Steel” e “Slave of Desire”; ma nonostante il nuovo master i suoni restano insufficienti e come ‘soffocati’. “Marriage in Hell”, sicuramente uno degli apici del disco, ha allo stesso tempo un tocco epico e marziale; “Fight to survive” suona incredibilmente inglese, “Wings of Steel” fa sognare ma è incolore la ballad “Toybombs”. Passando ora all’ep “Prophecy”, “The Prophecy/Dead Eyes” è ancora più evidente la matrice anni ’80 del sound, quasi che i nostri avessero voluto spingere verso un esasperato purismo. Dell’ep i brani migliori sono sicuramente “Lady” con il suo tocco americano e la sbarazzina “1000 Girls”, con in più lo scherzo finale “My Bonnie”. Alcuni spunti interessanti ma, in onestà, niente di eccezionale.

(Renato de Filippis) Voto: 6.5/10

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BRAINSTORM – “On the Spur of the Moment”

by on set.29, 2011, under ALBUM, B

(AFM-Audioglobe) Sono un gruppo longevo, i tedeschi Brainstorm: eppure non hanno mai sfondato, perdendosi un po’ nell’immenso calderone dell’heavy/power tedesco più duro. La carriera iniziata nel 1989 giunge oggi al nono disco, “On the Spur of the Moment”, animato ancora dalla voce di Andy B. Franck (in forza anche ad altre formazioni, come i Symphorce, sullo stesso stile). L’inizio è affidato a “Below the Line”, cupa, arcigna, serrata: il sound della band non è per niente originale ma è oro per chi ama il power più moderno e “cattivo”. Lo dimostra anche “Still insane”, dal guitar working molto compatto. Vicine al thrash la breve “Temple of Stone” e “Where your Actions lead you to live”, mentre “No Saint no Sinner” ha la carica giusta per trascinare l’ascoltatore. “In these Walls” è il singolo scelto per pubblicizzare il disco, ed è sicuramente il pezzo dall’appeal più radiofonico e immediato: ma il risultato, va detto, resta alquanto standard. E alla lunga il problema del disco si rivela proprio questo: monolitico nel suo incedere, “On the Spur of the Moment” non offre alcun tipo di sorpresa. Forse che sia proprio la staticità del songwriting il limite di questa band?

(Renato de Filippis) Voto: 6.5/10

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FREUND HEIN – “Bourbon Triggered Death Machine”

by on set.28, 2011, under ALBUM, F

(Twilight) La suddetta band nasce in Austria verso la metà degli anni ’90. Solo nel 2006 riesce a pubblicare il primo album, dopo essere passata per release minori, tra le quali anche un video in VHS. “Bourbon Triggered Death Machine” è un album imperniato su un riffing ampiamente in debito con il thrash metal classico, ma affiancato in più occasioni, e senza eccessi, da tastiere sotto forma di organo e pianoforte elettrico. Le tastiere non si limitano a fare da sottofondo, ma costituiscono proprio un aggiunta melodica ai brani in cui capitano, restituendo un tocco di originalità. Si apprezza il risultato di canzoni come “Atomicalypse”, molto in sintonia con i Megadeth del periodo “Rust in Peace”, il mid-tempo che sviluppa “Frenzy Inside” che sa tanto di Metallica, oppure “Bourbon Time” e “Motör Constrictor”. Tuttavia è l’insieme della tracklist che rende al meglio e offre un album con pochissime cadute. La stessa riproposizione di riff abbondantemente noti diventa un “simpatico” omaggio, grazie anche agl’interventi tastieristici. La produzione è stata affidata a Matt Bayles (Mastodon, Pearl Jam, Isis, Burned by the Sun), il quale ha saputo bilanciare al meglio i suoni, con il missaggio avvenuto al Red Room Studio di Seattle. Solo un paio di appunti sono necessari: il cantato di Dirty Harry è troppo gutturale per un album thrash metal e Hombre, il tastierista, ha fatto un lavoro pulito, ma dovrebbe emergere maggiormente dal tessuto del songwriting. Resta inteso che i Freund Hein sono autori di qualcosa d’insolito e accattivante, sperando che il prossimo lavoro non si faccia poi attendere più del dovuto.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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LEVIATHAN – “Beyond the Gates of Imagination – Part1”

by on set.28, 2011, under ALBUM, L

(Bret Hard Records) I Leviathan, nome per nulla originale, sono una band tedesca nata da pochissimo tempo. Nel 2010 hanno realizzato un EP autoprodotto e in questo 2011 la connazionale Twilight pubblica il loro debutto, con il mastering a cura di Waldemar Sorychta. I ragazzi della Westfalia si esibiscono in un placido e melodico death metal fortemente progressivo, ma non eccessivamente complicato nei toni in quanto è giocato soprattutto sulle melodie e il loro susseguirsi, le atmosfere e le fasi smaccatamente heavy metal. I brani più tipicamente progressive sono “The Scourge We Wield” e “Sway Of The Stars”, una mini-suite di 9’; loro però amano passare da fasi veloci e agguerrite a soluzioni che strizzano l’occhio all’epic metal, come accade nella seconda parte dell’assolo di “Where Light and Death Unite”, brano comunque dalla velocità infinita, o anche a melodie medievaleggianti e folk, come in “Servants Of The Nonexistent” e “About Fangs And Feathers”. I Leviathan riescono a tessere riff dall’ampio respiro, sorretti da influenze epic-cassic metal e inevitabilmente dalla tradizione progressive metal più recente. Avrebbero potuto sbagliare questa prima vera prova, ma i Leviathan, senza voler strafare, si sono dimostrati all’altezza.  Adesso non resta che attendere la parte 2 di questa storia!

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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SKELETAL SPECTRE – “Occult Spawned Premonitions”

by on set.28, 2011, under ALBUM, S

(Selfmadegod Records) “Occult Spawned Premonitions” è l’album adatto a chi ama doom possente  e con suoni corposi e dai ritmi andanti. Gli Skeletal Spectre mischiano il doom e il death metal old style, provocando un suono roccioso e robusto, privo di fronzoli e con tanta immediatezza. Un drumming essenzialmente semplice e perennemente in modalità tum-tam! Le voci sulfuree sono cariche di riverbero e la copertina ha uno stile il quale ricorda le copertine di “Vampirella” o Lanciostory. Sono questi i tratti distintivi del trio svedese, composto da Vanessa Nocera alla voce, Behold the Pentagram alle corde delle chitarre e del basso, e Haunting the Beyond alla batteria. “Occult Spawned Premonitions” offre diversi spunti piacevoli come la inquietante “Raw Head & Bloody Bones”, l’insolita, per via del ritmo, “Sekhmet Prowls the Azure Night”, “Screams from the Asylum”, dal retaggio metal punk e qualche episodio sabbathiano sparso in giro nei pezzi. Alla lunga però “Occult Spawned Premonitions” tende anche a stancare, difetto dovuto alla durata, in media sui 5’, di questi nove pezzi rocciosi e che poche volte si rivelano dinamici. Gli Skeletal Spectre si rivelano comunque interessanti, soprattutto per la loro attitudine sincera e abbastanza underground.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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MANILLA ROAD – “Playground of the Damned”

by on set.27, 2011, under ALBUM, M

(High Roller Records) Con la rinascita dell’heavy metal risorge anche il vinile: e gli storici epic-metallers Manilla Road hanno ceduto alla High Roller Records i diritti per la realizzazione di 1000 LP della loro ultima fatica “Playground of the Damned”. Come spesso è accaduto nella lunghissima discografia di questa cult band, ci sono pochi legami fra un disco e l’altro: nell’opener “Jackhammer” il sound è del tutto diverso rispetto a quello dell’ultimo “Voyager”, e Shelton ci riporta sui lidi magici e direi edwardiani cari alla band. Peccato per la produzione veramente minimale, che evidenzia troppo i suoni alti della batteria. Molto più serrate “Into the Maelstrom” e la titletrack, che invece risentono di una atmosfera vagamente thrash. “Grindhouse” è un omaggio al genere di b-movies riportato in auge da Tarantino e Rodriguez: forse è il pezzo più debole del lotto per una certa staticità, ma si fa notare l’acido solo conclusivo. Si accennava ad Howard, ed ecco appunto che la bella “Fire of Ashurbanipal” mette in musica un suo racconto; in conclusione “Art of War”, dove ad una prima parte prevalentemente acustica ne succede una seconda 100% epic metal dura e marziale. “Playground” dovrà sgomitare parecchio per entrare nel cuore dei fans, attratti dai capolavori anni ’80 della band, ma non è certo da disprezzare.

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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FALLOCH – “Where Distant Spirits Remain”

by on set.26, 2011, under ALBUM, F

(Candlelight Records) I Falloch nascono nel 2009, a Glasgow in Scozia, sotto la spinta di Andy Marshall e Scott mcLean. La concezione musicale dei due è legata a radici folk, post-rock, atmosfere uggiose e sofferte. “Musica dell’anima”, verrebbe da dire, musica fatta per viaggiare con lo spirito. Del resto gli stessi testi sono imperniati sul ricordo, la nostalgia, la malinconia, ma anche la natura. Il resto il nome Falloch deriva dalle omonime cascate situate nel villaggio di Crianlarich. La maggior parte dei pezzi hanno un’andatura soave che viene poi accelerata da progressioni che rivangano quelle dei Godspeed You! Black Emperor e degli Agalloch. Tante chitarre, distorte e acustiche, alcuni strumenti folk, tastiere celestiali sullo sfondo e qualche soave voce femminile a rinforzare le melodie: il duo ha studiato bene l’arrangiamento dei pezzi! I Falloch iniziarono le registrazioni nel 2010, ma solo nel 2011 l’album è stato completato, con la produzione di Ronan Chris Murphy (Ulver, King Crimson e altri). C’è tanta tristezza e malinconia nelle canzoni ed è già la copertina a darne il messaggio, ma c’è anche energia che si sprigiona proprio da quelle progressioni di cui sopra, oltre ad una piacevole eleganza nel riuscire a ricamare insieme suoni acustici e distorti. Un lavoro sperimentale e straniante che trasporta tutte le anime, vive e morte, nelle sconfinate Highlands.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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KITTIE – “I’ve Failed You”

by on set.26, 2011, under ALBUM, K

(Massacre Records) Ottimo ritorno delle ragazzette più imbestialite della scena metal. Le canadesi Kittie raggiungono quota sei album nella propria discografia e salta subito all’orecchio la riduzione della matrice metalcore e dello stesso nu metal. Le Kittie, in questo album, sono più thrash metal (“Already Dead”) e con richiami allo sludge. Quasi abbiano asciugato e sottratto qualcosa al proprio sound. Potrebbe essere letto come un discorso di maturità e di evoluzione, dopo cinque album devi pur guardarti dentro invece di prestare attenzione a quello che ti succede intorno! I riff cavalcano possenti, affiancati dal drumming robusto di Mercedes Lander e l’insieme diventa una parete di granito, la quale viene abbellita melodicamente solo dalla voce di Morgan Lander, quando è nelle fasi clean perché per il resto è quella di un’indemoniata. La monoliticità dei suoni e la maggior parte dei tempi medi e lenti rende necessario qualche ascolto in più, per memorizzare tutto il guitarworking e le linee melodiche. C’è comunque qualche scorcio giunto dal loro passato stilistico, come “Never Come Home” e “Whisper of Death”. Con “I’ve Failed You” le Kittie non hanno per niente fallito!

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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HATESPHERE – “The Great Bludgeoning”

by on set.26, 2011, under ALBUM, H

(Napalm records) Due anni e gli HateSphere ritornano con un nuovo album. Intanto la band di Peter “Pepe” Hanssen, chitarra, ha visto l’avvicendarsi di cantante, batterista e bassista. Esben “Esse” Elnegaard As We Fight) prende il posto di Albrechtsen alla voce, Mike Park (Mercenary) quello di Dennis Buhl alla batteria e Jimmy “The Talent” Nedergaard (Gob Squad) quello di Mixen Lindberg alla batteria. Formazione completata e gli HateSphere si lanciano in due tour americani con Nevermore e The Black Dahlia Murder, poi con Tue Madsen tutti in studio per questa nuova fatica. “The Great Bludgeoning” è venuto fuori bene, la produzione è da manuale, il sound thrash/death dei danesi è in salute e i pezzi sono abbastanza diversificati tra loro. Tuttavia, a voler essere sinceri, il “già sentito” incombe, anche se è un riascoltare il tipico sound degli HateSphere e non i canonici plagi. Del resto “The Great Bludgeoning” è il settimo album in dieci anni, nel metal dati del genere rischiano di portarti al ristagno! Qualche influenza sensibile è però ascrivibile agli ultimi Testament, come appare evidente nella titletrack, ma è innegabile che “The Great Bludgeoning” è forse tra quanto di meglio abbiano fatto gli HateSphere.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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PRO-PAIN – “20 Years of Hardcore”

by on set.26, 2011, under ALBUM, P

(AFM Records) Per celebrare il ventennale della band newyorkese hardcore Pro-Pain ecco pronta una raccolta corredata da CD e DVD. Nel CD sono presenti 23 canzoni: 4 nuove, 4 classici rieditati, 1 cover (dei Böhse Onkelz) e le restanti provenienti da un live a Brno, nella Rep. Ceca. Totale di 78 minuti. Il DVD include esibizioni live, particolarmente un live a Belgrado del 1988, filmati girati dai fans, e materiale video inedito di vario genere. Esaurita la scheda tecnica del prodotto, viene da chiedersi come mai per una band che ha già pubblicato due raccolte, un live e un DVD, oltre ad essere stati oggetto di un tribute, si decida di proporre un CD ricolmo di un live tutto sommato registrato maluccio, visto che i brani perdono nella resa finale. Pubblicare un semplice live in due dischi, ripulendolo delle carenze sonore o un singolo DVD sarebbe stato molto meglio. “20 Years of Hardcore” diventa penalizzante per chi non ha mai ascoltato a fondo i Pro Pain e diventa un capitolo documentaristico per chi li ha seguiti da sempre. Per questi 20 anni si poteva pensare a qualcosa di qualitativamente superiore.

(Alberto Vitale) Voto: 5/10

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PINK FLOYD, parte oggi “why Pink Floyd?”

by on set.26, 2011, under NEWS

Inizia il 26 settembre la campagna dell EMI intitolata “Why Pink Floyd?”. L’etichetta, la quale ha perso una causa con la band inglese per la vendita dei singoli brani nel formato mp3, lancerà sul mercato una nuova rimasterizzazione del catalogo Pink Floyd, ovvero 14 album. Inoltre in tre date separate, saranno pubblicati dei box contenenti Cd, DVD Blu-ray (sono stati ripescati filmati dell’epoca) e materiale cartaceo, per gli album “The Dark Side of the Moon”, Wish You Were Here” e “The Wall”. Questo tipo di formato è detto “Immersion”, “Experience” la versione doppiocd e “Discovery” quella rimasterizzata del singolo album.
Contemporaneamente viene pubblicato anche “A Foot In The Door – The Best Of Pink Floyd”, nuova raccolta delle canzoni più famose.

Per le copertine, i booklet e i menù dei DVD, insomma di tutta la parte grafica, è stato coinvolto Storm Thorgerson, storico autore delle copertine dei Pink Floyd.

Nello specifico il 26 settembre esce “The Dark Side Of The Moon”, in edizione Box “Immersion” da 6 dischi e l’edizione ”Experience” da 2CD, oltre alla versione in vinile e diversi formati digitali.
Sempre in questo giorno verranno pubblicati tutti i 14 album in studio rimasterizzati in digitale, disponibili separatamente o in versione box set.

Il 7 novembre 2011 uscirà “Wish You Were Here” in due versioni: “Immersion” in box con 6 dischi e l’edizione “Experience” da 2CD. All’interno materiale inedito della band, tratto dal concerto di Wembley del 1974. e la registrazione, mai del tutto sfruttata, di “Wish You Were Here” del violinista jazz Stephane Grappelli, allora ospite d’eccezione. Anhe in questo caso sarà disponibile la versione in vinile da collezione e diversi formati digitali.

Il 27 febbraio 2012 sarà la volta di “The Wall”, reso disponibile in edizione “Immmersion’ box-set da 7 dischi ed una “Experience” edition da 3CD. Anche per The Wall sarà disponibile la versione in vinile da collezione e diversi formati digitali.

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AS THEY BURN – “Aeon’s War”

by on set.25, 2011, under A, ALBUM

(Siege of Amida) Band francese, ma con musicisti multietnici, che si trova al debutto con un album davvero interessante e, soprattutto, non noioso o scontato. Gli As They Burn suonano un metalcore carico di groove e davvero cattivo, potente e ricco di spunti e situazioni mutevoli. Probabilmente perché ha in seno anche i germi del death metal e del thrash. C’è qualcosa dei Meshuggah nel loro sound, almeno dal punto di vista concettuale, perchè il metal degli As They Burn è quello di una macelleria che sminuzza ogni riff possibile. Sono francesi, quindi assimilano la lezione dei connazionali Gojira, ma loro sono più sinistri, cupi e “malati”. Un sound deviato, psicotico, devastante e a tratti progressive, prego ascoltare “Psychoactive Green Fairy”, oppure post metal come in “Unfinished Creature” e in alcuni squarci di “Distorted Rules” e “City ov Pyramids”. Etichette a parte e superando i tentativi di definizione, “Aeon’s War” è un magnifico debutto. L’auspicio è che gli eclettici As They Burn continuino così.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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GORATH – “Apokálypsis (Unveiling the age that is not to come)”

by on set.25, 2011, under ALBUM, G

(Twilight) L’ultimo lavoro in studio dei belgi Gorath è stato “MXCII”, dello scorso anno. La band del Limburgo è diventata oggi un’unità d’intenti di quattro musicisti, dopo essere partita, nel 1996, per volere dell’unico musicista Filip Dupont. Questa nuova release parla dell’Apocalisse, “Apokálypsis”, e di quando i sette angeli soffieranno nelle trombe, per dare l’inizio all’ultimo capitolo dell’era umana. Un argomento devastante, l’epitaffio dell’umanità. Eppure il black metal dei Gorath in questo nuovo album appare ancor più misurato e preciso. Non c’è caos, non c’è disperazione, ma una lucida costruzione dei pezzi tali renderli dei capitoli di una ipotetica narrazione dell’evento biblico. “Apokálypsis” è nel solco dello stile sperimentale e progressive della band, con momenti veloci e altri lenti e inesorabili, malinconici e sperimentali. Giocano sulle atmosfere, sulle sensazioni e le narrazioni di scenari decadenti i Gorath e ci sono riusciti davvero bene.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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ATTICK DEMONS, “un gruppo di amici che amano l’heavy metal”

by on set.25, 2011, under INTERVISTE

Il loro nome non è ancora noto al grande pubblico, ma i portoghesi Attick Demons hanno dato una bella scossa all’undergound dei defenders con un debutto che reinterpreta al meglio la lezione degli Iron Maiden… ne discutiamo con il batterista Gonçalo Pais.

Salve e grazie mille per questa intervista! Cominciamo come di consueto con una presentazione della band e del vostro album “Atlantis”…

Ciao! Beh, gli Attick Demons sono un gruppo di amici che amano l’heavy metal con un tocco NWOBHM e che hanno deciso quindici anni fa di riunirsi e comporre qualche brano, giusto finché avessero continuato ad amare ciò che facevano. Alcuni membri della band si conoscono da quando avevano 16 o 17 anni e scoprirono di avere la stessa passione, appunto l’heavy metal. “Atlantis” è il nostro primo album, e ci siamo impegnati moltissimo per completare questo piccolo esempio di Heavy Metal.

Che cosa significa il nome della band? Non sono sicuro di averlo capito!

Il nome “Attick Demons” significa molto per noi. Come ho già detto, eravamo ragazzi quando ci incontrammo, e abbiamo suonato per lungo tempo in un attico, iniziando normalmente a suonare alle nove del mattino! Così alcuni vicini cominciarono a chiamarci “quei piccoli demoni che fanno un sacco di rumore il sabato alle 9 di mattina”… e in seguito cominciammo a farlo anche di domenica! Così scegliemmo di essere gli Attick Demons. Questo nome fa ancora tremare alcuni dei nostri vecchi vicini! Sappiamo che non è scritto correttamente, ma fu elaborato 15 anni fa da ragazzi sedicenni e non abbiamo voluto cambiare niente (salvo il suonare il sabato mattina alle 9 in quell’attico… ora proviamo in uno studio!).

Riguardo alla copertina? È connessa con i temi del disco?

In realtà per “Atlantis” abbiamo pensato a copertine differenti da questa, ma dato che Atlantide è una città perduta, noi possiamo soltanto immaginare come fosse, e pensare che fosse uno splendido posto da vedere… quando abbiamo visto l’attuale copertina ci siamo meravigliati, siamo caduti su una sedia e abbiamo cominciato a telefonarci l’un l’altro: questa sarebbe stata la reazione se avessimo potuto vedere Atlantide dal vivo. Per cui quella cover va benissimo!

Le mie canzoni preferite nell’album sono “Sacrifice” e la titletrack, potete dirmi qualcosa di più su questi due brani?

“Sacrifice” riguarda il momento in cui Atlantide fu sommersa dalle acque. I sacerdoti radunarono i migliori abitanti della città, i più intelligenti, coraggiosi, perfetti, e provarono a salvarli per ricominciare altrove con Atlantide e tenere viva la città. Essi furono scelti per essere salvati al posto degli altri atlantidei. Per cui i cittadini “normali” furono di fatto “sacrificati” ad un ideale più grande, quello di tenere viva Atlantide e la sua conoscenza. Per quanto riguarda la titletrack, che è anche uno dei miei brani preferiti: si parla del fatto che Atlantide abbia una terribile armata che, come tutte, non era certo famosa per andare a pesca, ma per la paura che generavano le sue devastazioni e le sue conquiste, tutte compiute nel nome di Atlantide.

Per “Atlantis” avete lavorato con due leggende dell’heavy metal, Ross the Boss e Paul Di’Anno. Potete dirmi qualcosa su questa collaborazione?

Ci è piaciuto moltissimo lavorare con Paul, una grande persona e un grande cantante. Quando è entrato nello studio per registrare e ha cominciato a chiederci se la sua prova ci sembrava buona… diamine, ci siamo sentiti come dei! Chiedici piuttosto se la canzone è buona abbastanza per la tua voce! Mentre noi eravamo già su di giri e totalmente soddisfatti della sua performance, ci ha detto che voleva registrare di nuovo perché poteva eseguire ancora meglio la linea vocale. Ha fatto un ottimo lavoro! Quella stessa notte ha suonato un concerto con noi, abbiamo eseguito “Killers”, “Prowler”, “Running free” e un altro paio di brani… una giornata eccezionale! Con Ross the Boss abbiamo lavorato in maniera più distante perché non ha registrato con noi. Da parte nostra, che siamo tutti fan dei Manowar e che ad essi ci ispiriamo, volevamo che nel nostro disco apparisse il suo tipico stile chitarristico per gli assolo. È una persona molto utile e alla mano, per un po’ è sembrato che fosse uno di noi! È spettacolare ascoltare una nostra canzone che finisce con il suo assolo, l’assolo del Boss. Una grande conclusione.

La Pure Steel Records, la vostra etichetta, pubblicizza l’album dicendo che il cantante Artur Almeida è il figlio smarrito di Bruce Dickinson, e nella mia recensione ho scritto che sono totalmente d’accordo!! Effettivamente la somiglianza fra i due cantanti è notevole. Lo stile di Artur è un omaggio a quello di Bruce? Non temete critiche al riguardo?

Artur ha una grande voce, ma ti stupirò dicendoti che nei primi tempi abbiamo speso forse due o tre giorni a convincerlo di questo! Per il fatto che la sua voce sia così simile a quella di Bruce, beh… lui non può farci niente, è la sua voce naturale, se lo sentissi parlare normalmente noteresti che è proprio così. Nel 2001 ha provato a “cambiare” la sua voce per distanziarsi da Bruce, perché cominciava a preoccuparsi di questa somiglianza. La cosa è finita in un disastro, perché per lui era una incredibile fatica quella di non cantare normalmente. Cominciò a perdere voce e non poteva finire uno show senza diventare roco. Per questo decidemmo di lasciare le cose così com’erano, per evitare che diventasse il peggiore solo per non essere paragonato al migliore!

Posso conoscere qualcosa sull’undergound heavy metal portoghese? In Italia conosciamo abbastanza bene quello spagnolo ma non il vostro.

La scena heavy metal portoghese è organizzata in modo tale che è quasi impossibile uscire dall’underground, perché le nostre etichette non investono realmente in quello che, lasciami dire questa cosa che odio, è uno stile ormai morto. Sarebbe 100 volte più facile se fossimo una band Nu Metal. Ma ci sono alcuni “sopravvissuti”, i Tarantula sono la nostra heavy metal band più longeva, e noi abbiamo il piacere di essere sul tribute album uscito nel 2001 per i loro venti anni di carriera. Possiamo dire che loro sono i nostri “padri” dell’heavy metal.

Avete già organizzato un tour? Per voi è facile suonare dal vivo? Avete mai suonato in un paese straniero?

Forse il prossimo anno suoneremo in qualche festival in Germania e Spagna, stiamo a vedere! Abbiamo qualche data anche in Portogallo e molto presto visiteremo Porto. Non ci suoniamo da molto tempo e forse questo è il momento giusto per farlo di nuovo e fare un grande spettacolo. Abbiamo suonato due volte in Spagna, l’ultima con i nostri grandi amici spagnoli Alhandal. Sono ottimi musicisti e anche veri compagni di strada, al momento li abbiamo inviati allo show per presentare l’album, siamo in costante contatto con loro.

Credo di essere nel giusto se dico che gli Iron Maiden sono una delle vostre principali fonti di ispirazione. Che pensate di loro oggi? Come giudicate “The final Frontier”?

Certo, siamo tutti fan dei Maiden, non c’è da dubitarne! “The final Frontier” è un buon disco, c’è stata una grande ripresa da “Dance of Death” a “A Matter of Life and Death” (ed era davvero una “questione di vita o di morte”). Rispetto tutto ciò che ha fatto la band in questi anni perché i membri registrano quello che sentono di volta in volta. Sono ansioso di ascoltare un nuovo album se gli Iron Maiden attuali sono quelli di “The final Frontier”, e in particolare mi è piaciuta “Mother of Mercy”. Ma se invece mi chiedi quale sia il mio album preferito, il primo che mi viene in mente è  “Seventh Son of a seventh Son”. “Powerslave” invece contiene due canzoni che per me sono i veri masterpiece della band: “The Rime of ancient Mariner” e la titletrack.

Vi lascio come di consueto la conclusione, grazie davvero per il vostro tempo e a presto!

A presto, e speriamo prima o poi che l’Italia incroci la nostra strada, ci piacerebbe visitare Roma, una delle città più antiche del mondo!

 

Renato de Filippis

Recensione: http://www.metalhead.it/?p=149

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ELECTRIC MARY – “III”

by on set.25, 2011, under ALBUM, E

(Listenable Records) La storia di questa band australiana inizia nell’aprile del 2004, quando il singer Rusty si ritrovò negli Electric Lady Studios di New York. Respirare l’aria di un luogo leggendario consacrato da Jimi Hendrix, gli ha dato l’impulso a mettere in piedi una band, battezzandola proprio con un nome hendrixiano. Dopo “Four Hands High” (2004) e “Down to the Bone” (2008) è il momento della terza release, appunto“III”. L’hard rock proposto è sempre un po’ freak, settantiano, ruvido e con radici negli Aerosmith (“So Cruel”, “Bone on Bone”), anche per via dell’impressionante similitudine del timbro vocale di Rusty con Steven Tyler. C’è il riflesso di sonorità desert rock e stoner (“Lies”) e naturalmente non mancano i Led Zeppelin (“Long Time Coming”). Un gioco di richiami e di accenni che rendono “III” un album rockeggiante, con sfumature retrò, tanto feeling, suoni corposi e ben registrati. Nessuna novità, ma questo è rock ‘n roll: essenziale, immediato e trascinante!

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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BETRAYING THE MARTYRS – “Breathe in Life”

by on set.25, 2011, under ALBUM, B

(Listenable Records) L’abito non fa il monaco, dice un vecchio proverbio. A guardare le foto promozionali di questa band francese non ti aspetti che siano così incavolati e distruttivi. I Betraying The Martyrs sono giovani di Parigi con la faccia abbastanza pulita, poi scopri che sono devoti del metalcore che realizzano con riff sviluppati tra scale e breakdown, costruiti ad arte e supportati da tastiere evocative, ricche di pathos e mai troppo ingombranti perché si muovono come ombre alle spalle della musica. La band francese è già autrice di un EP uscito nel 2009, il quale le ha dato un certo seguito e la possibilità di trovare spazio su diversi palchi in alcuni paesi europei. “Breathe in Life” è un lavoro poderoso, che trova un attimo di respiro solo in “Azalee”, dove le chitarre scompaiono quasi del tutto per lasciare spazio alla voce di Aaron, al pianoforte e all’elettronica. E’ una ballad semplice e per niente banale. Tuttavia il discorso principale nei pezzi di “Breathe in Life” è il metalcore nervoso, intricato e che richiede ancora qualche limatura negli arrangiamenti della musica e del cantato. Sono comunque una sorpresa piacevole, e potrebbero far parlare bene di se all’interno di un filone musicale ad oggi totalmente inflazionato.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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NOCTUM – “The Fiddler”

by on set.25, 2011, under ALBUM, N

(High Roller Records) La occult-doom metal band svedese Noctum ha all’attivo il solo album “The Seance”, il quale è uscito in versione limitata in vinile per la High-Roller Records e in CD per la  Stormspell Records, nel settembre 2010. “The Fiddler” è un EP, pubblicato in soli 500 esemplari in vinile, contenente tre pezzi: “The Fiddler”, “The Serpent Bride” e la cover di “Lazy Lady” dei Pentagram. Tre pezzi robusti e che ricalcano gli schemi sacri ai quali i ragazzi di Uppsala si rifanno, ovvero riff sabbathiani, atmosfere alla Black Widow, Pentagram, Uriah Heep e via dicendo. “The Fiddler” è un roccioso paesaggio settantiano, dunque privo di novità ma grazioso e in sintonia con altre iniziative simili provenienti proprio dalla Svezia, come Wichcraft e Graveyard. Di recente la band ha siglato un contratto con la Metal Blade.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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MORBUS CHRON – “Sleepers in the Rift”

by on set.24, 2011, under ALBUM, M

(Pulverised Records) Un nome  del genere, “il morbo di Chron”, è davvero sinonimo di ruvido e malsano death metal. Con questa band svedese si ritorna indietro nei primi anni ’90 a sonorità maledettamente old style e dal carattere per niente patinato, ma totalmente sporco e grezzo. Dopo due demo nel biennio ’09-’11 e l’EP “Creepy Creeping Creeps” giunge l’attesa full lenght con nove pezzi dannati e infernali. Il drumming è compresso e ogni colpo proferito sulle pelli è un tuono che si abbatte nel tempestoso riffing che, in diversi frangeti, ricorda i Death di “Scream Bloody Gore”, ma anche gli Entombed dei primordi. Parlando di Entombed c’è da segnalare il patrocinio nella produzione dell’album da parte di Nicke Andersson e il mastering di Magnus Lindberg dei Cult Of Luna. Tuttavia un’attitudine molto più diretta  la si avverte con pezzi come “Ways of Torture” e “The Allucinating Dead”. Lo scorrere delle canzoni è una via crucis di morte e devastazione, perché i Morbus Chron pestano di brutto e lo fanno in continuazione, mentre il cantato di Robba è quello di un invasato incatenato dentro ad un manicomio. Non c’è tregua in “Sleepers in the Rift”, salvo per qualche introduzione, in alcuni pezzi, più misurata e sinistra. Nessun compromesso, solo tanta furia infernale che potrà appassionare esclusivamente gli appassionati dell’old-style.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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BLOOD STAIN CHILD, “Cerchiamo sempre di battere nuove strade”

by on set.23, 2011, under INTERVISTE

I giapponesi Blood Stain Child con il nuovo album dal titolo “ε-psilon”, hanno realizzato qualcosa che tenta di rompere ogni barriera stilistica nel metal. La chiacchierata con Ryo, G.S.R. e Sophia è si utile per conoscere la band, ma lo è anche per avere una disamina inaspettata sul Giappone.

Come descrivereste la vostra musica?

Ryo: Melodic-Trance-Death Metal, forse?
G.S.R.: Musica dei Blood Stain Child!

Come sono i responsi su “ε-psilon”?

Ryo: Ci sono persone che ne parlano bene e alcuni che ne parlano male. C’era da aspettarselo, quando fai qualcosa di nuovo. Il modo nel quale ognuno lo percepisce è differente, vero? Personalmente sono felice se l’album raggiungesse quante più persone possibili, non importa poi cosa pensino alla fine.
G.S.R.: Abbiamo cambiato dei membri nella band e il nostro sound è cambiato molto, di conseguenza ognuno è rimasto sorpreso! Tuttavia dicono sia un buon album.
Sophia: I responsi ricevuti fino ad ora sono buoni, sia in Giappone che all’estero. All’inizio io stessa ero un po’ riluttante, perché la band era cambiata molto rispetto al precedente album, ma sono felice che la gente abbia accettato i nuovi BSC con tanto entusiasmo! Sono sicura però che ci sono persone alle quali non sono piaciuti i cambiamenti. Non si può accontentare tutti!

La musica sull’album è variegata, con tanta elettronica e heavy metal. Siete soddisfatti delle diversità stilistiche raggiunte?

Ryo: Se intendi che siamo soddisfatti di noi stessi, ti dico che non siamo rimasti bloccati a quanto abbiamo fatto con “e-psilon”. Voglio mostrare qualcosa di meglio con il prossimo lavoro. I BSC sono in costante evoluzione.
G.S.R.: Io non posso dire che siamo soddisfatti. Cerchiamo sempre di battere nuove strade per fare sempre meglio e meglio ancora!

Di cosa parlano i vostri testi?

Sophia: Scrivo io i testi. Parlano dell’avidità e l’impotenza della natura umana e della mia delusione su di essa. Le lotte interne, la sete di conoscenza e di illuminazione, il paranormale, lo spazio esterno, X-files, ecc. Il messaggio è che stiamo vivendo in un mondo decadente e noi siamo davvero i peggiori esseri della creazione.

Potete dirmi qualcosa sulle differenze, se ci sono, tra i fans europei e giapponesi?

Ryo: I fans d’oltreoceano hanno idee più chiare. Ogni cosa che pensano è giusta. I giapponesi basano le loro opinioni sull’ambiente circostante, non danno voce alle loro opinioni. Inoltre i giapponesi sono presi in giro, e tanto, dai mass media [ride,nda]
Sophia: Il Giappone è sempre stato un paese “chiuso” e sta ancora cercando di mantenere la sua individualità, mantenendo la nazione e il proprio modo di pensare in generale omogeneo. Si può parlare se questo sia giusto o sbagliato. Io però sono europea, ho un nome greco. Siamo nati liberi. La mia mente è libera. Forse ancora troppo libera per gli standard giapponesi.

State programmando un tour?

Ryo: Abbiamo un tour in Giappone, ma andremo in Europa in autunno.

Potete dirmi qualcosa sulla tragedia di Fukushima? Parlerete di questo evento nei vostri testi?

G.S.R.: E’ stata una situazione davvero sfortunata, ma sono sicuro che il Giappone tornerà in piedi. Per questo motivo ognuno sta dando il meglio di se.
Sophia: Ero a Tokio durante il terremoto, l’ho sentito sotto la mia pelle…Pensavo che Godzilla saltasse fuori da un momento all’altro! Naturalmente lo tsunami non ha avuto effetti su Tokyo, ma le radiazioni l’hanno contaminata e tutto quanto intorno…La situazione è stata fuori controllo e il mondo lo sa, ma i media giapponesi difendono la loro morbosa propaganda ancora oggi. L’informazione è generalmente controllata, senza dubbio alcuno. Le persone che hanno opinioni diverse vengono messe a tacere, minacciati e respinti. Ora sembra che i media internazionali sono stati costretti a fermarsi per informare il mondo sulle ultime novità in riguardo a questo tema, quindi siamo condannati ad avere informazioni solo dai media giapponesi e fonti alternative internet. Personalmente, come qualcuno che ha vissuto Chernobyl, dal nord la Grecia è stata colpita dalla nube radioattiva e possiamo vederne gli effetti sulla salute dei cittadini greci anche oggi … mi limiterò a dire che il futuro (se c’è) sembra molto triste. Tanto che sempre più persone concordano sul fatto che l’incidente abbia superato quello di Chernobyl. I greci sono molto informati su questo ultimo fatto, perché ne siamo stati colpiti… E ‘solo storia che si ripete, in una versione molto peggiore e brutale. Quello che sta succedendo ora è un genocidio silenzioso, un implacabile omicidio di massa, insieme ad uno dei più grandi insabbiamenti degli ultimi decenni. Non oso pensare cosa sarà del Giappone in futuro. La situazione appartiene già a un film horror/sci-fi. Mi ricorda il film di Akira Kurosawa “Sogni”. Se inserirò Fukushima nei miei testi? Se lo farò l’album non verrà mai pubblicato in Giappone. Come ti ho detto, questo tipo di comportamento non è tollerato là …. No comment!

Vi ringrazio infinitamente per questa intervista e vi prego di salutare i nostri lettori.

Ryo: Noi verremo in Europa, per favore venite da noi!
G.S.R.: Ascoltate Epsilon! Stiamo arrivando in Europa, non vedo l’ora di incontrarvi!
Sophia: Abbiate cura della vita che vi è stata data, perché non c’è una seconda chance. Grazie per la lettura!

Alberto Vitale

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FLESHGOD APOCALYPSE – “Agony”

by on set.23, 2011, under ALBUM, F

(Nuclear Blast records) “Agony” è il ritorno in pompa magna, a due anni da “Oracles”, degli italiani Fleshgod Apocalypse, visto il patrocinio della major Nuclear Blast. Un motivo di vanto dopo aver girato l’Europa al fianco di band come Behemoth, God Dethroned, Marduk, Vader, Keep Of Kalessin e altre illustre band. “Agony” è cinquanta minuti di robusto death metal sommerso da tonnellate e tonnellate di orchestrazioni epiche, altisonanti e classiche, grazie a Francesco Ferrini che da sempre ha dato una mano agli altri per le tastiere e orchestrazioni e che ora è entrato in pianta stabile nel gruppo. Questo impianto sinfonico è un elemento distintivo, ma che appare anche eccessivo. A voler dire le cose francamente su questo album, è evidente come le onnipresenti parti orchestrali diventino soffocanti nei confronti degli altri strumenti. Il drumming quasi non riesce a sovrastare le stratificazioni sinfoniche e ancor peggio è per la voce gutturale di Tommaso Riccardi tenuta a livelli decisamente bassi rispetto all’intensità della musica, ma la stessa sorte accade a quella del bassista Paolo Rossi . Arrivati alla terza traccia si ricava l’impressione che, per quanto mastodontico e ambizioso risulti essere “Agony”, sembra un lavoro maggiormente sinfonico e orchestrale, accompagnato poi con sottomissione dai canonici strumenti metal. Meglio sarebbe stato il contrario. Giocando e insistendo sulle partiture classiche il risultato è quello di ritrovarsi di fronte a dieci pezzi simili tra loro. L’impatto con l’iniziale “Temptation” è si devastante, ma il reiterare certi schemi nei brani in scaletta è sembrata una scelta davvero eccessiva.

(Alberto Vitale) Voto: 5,5/10

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AXEL RUDI PELL – “The Ballads IV”

by on set.23, 2011, under ALBUM, P

(SPV-Audioglobe) In quest’epoca di file sharing e raccolte a metà prezzo, il buon vecchio Axel Rudi Pell segue gli antichi canoni e pubblica una nuova raccolta (la quarta!) delle proprie ballate. Anticipo subito il consiglio che darei alla fine: se siete amanti del vinile, questa è una compilation da acquistare nel lussuoso doppio gatefold colorato, per godere al meglio le rotonde evoluzioni della chitarra di Pell (immagino che spettacolo i suoni di “Touching my Soul” o di “Curse of the Damned”); su cd, un prodotto come questo perde gran parte del proprio appeal nonostante i tre inediti, posti ad inizio scaletta. In tutta onestà la prima new song, “Where the wild Waters flow”, è soltanto un compito ben eseguito, nulla di più. Non avrei scommesso neanche un centesimo sulla versione slow/orchestrale di “Holy Diver”, l’immortale classico di R. J. Dio (R. I. P.), ma Johnny Gioeli è particolarmente ispirato e ci regala una performance oggettivamente straordinaria. “Hallelujah” (sì, quella di Leonard Cohen) crolla non appena subentra la batteria di Mike Terrana: forse qui si è osato troppo, ci sono certi brani che, semplicemente, non possono essere trasposti in chiave hard rock, punto e basta. Per il resto, i dieci pezzi in scaletta vengono soprattutto dagli ultimi dischi della band: ci sono ancora due cover, la discreta “Love Gun” (Kiss) e l’ottima “In the Air tonight” (Phil Collins), che mantiene con gusto vintage i suoni anni ’80. Per chi segue il chitarrista tedesco nessun’altra novità; per gli altri, un bel modo di accostarsi alla sua musica.

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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DOMINANZ – “As I Shine”

by on set.23, 2011, under ALBUM, D

(Industrial Silence) Il combo in questione proviene dalla nera e malsana Norvegia, ovvero la terra del black metal. I Dominanz sono certamente figli di quel filone musicale, ma la loro attitudine vira decisamente verso sonorità che tendono a creare atmosfere sinistre, torbide e allucinate. Parlare di “As I Shine” significa dover tirare in ballo l’industrial, il gothic, il dark, l’atmospheric black metal e cose del genere. Non è materia semplice questo debutto di Roy Nordaas, polistrumentista e ex Cult of Deception, Jørn Tunsberg, chitarrista e con un passato negli Immortal e Old Funeral, e Frode Gustad, batterista, ex Thy Grief. Le tastiere sono l’anima del sound, mentre le chitarre, poderose ed epiche, vengono doppiate da un basso denso e fragoroso, tale da rendere il sound ancora più nero. Un metal d’atmosfera dannatamente evocativo, con scorci inaspettati come la sperimentale e black ‘n roll “Last Day of Your Life”. Si incontrano anche idee nello stile dei Cradle of Filth (“Man on Top”), Dimmu Borgir (“The Philantropic”) e, perché no, dei Tiamat e gli ultimi Satyricon. Non è possibile parlare di plagio con “As I Shine” perché i Dominanz sono una torbida sintesi di quanto malsano e inquieto metal estremo sia stato realizzato negli ultimi dieci anni. Non tutte le canzoni sono al top – ma quanti sono in grado di riuscire in tutte?- ma giunti alla fine della morbosa e sensuale “The End of All There Is”, posta a chiusura di “As I Shine”, non si resta assolutamente tranquilli e sereni.

(Alberto Vitale) Voto: 7,5/10

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CRIMINAL – “Akelarre”

by on set.22, 2011, under ALBUM, C

(Massacre Records) I cileni Criminal danno alle stampe un nuovo album, il settimo della carriera, dopo due anni dal precedente “White Hell”. La formazione ha intanto subito un avvicendamento, con  il chitarrista Rodrigo Contreras sostituito da Omar Cascallar. Il sound è rimasto marcatamente thrash/death e gode di buona salute, carico di tanto groove, ritmi snelli ma solidi e qualche divagazione in generi collaterali, come il quasi industrial di “Resistence Is Futile”. Notevoli sono le influenze dai Sepultura, in particolare il brano “Akelarre” rivanga quelli di “Beneath the Remains”; ma c’è anche la scuola Bay Area, la quale è il filone più espressivo nel sound dei Criminal. Dunque un thrash metal non moderno, ma che poggia sulle solide basi di quello degli anni ’90 e con tinte di  death metal sparso in giro. Il sound dei cileni non è assolutamente innovativo, ma è espressivo della loro capacità di coinvolgere l’attenzione e risultare fruibili. Dieci canzoni veloci, dieci muri di granito contro cui tutto si frantuma!

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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IRON LAMB – “The Original Sin”

by on set.22, 2011, under ALBUM, I

(Pulverised Records) La Pulverised, in costantemente ricerca di nuove, nel senso di sconosciute, realtà metal da proporre snida in Svezia una band che vede in organico Johan Wallin (General Surgery, ex-Repugnant), Thomas Daun (Dismember, ex-Insision), Daniel Ekeroth (ex-Dellamorte e autore del celebre libro “Swedish Death Metal”) e Grga Lindström (ex-Repugnant). Questi nomi e relative band di provenienza, lasciano da subito intuire come il sound oltre ad essere tipicamente svedese, possiede un carattere old style ma fortemente indirizzato al death ‘n roll. “The Original Sin” è un lavoro immediato e spensierato perché affonda le proprie idee nel punk più lurido, ma riletto con le fragorose chitarre metal. E’ una release figlia di quella corrente che ha voluto riproporre quel modo di fare in stile Motörhead e Venom. Un modo di fare che ha fatto breccia in molti cuori, come gli Entombed, i Darkthrone dei quali lo stesso Fenriz ha indicato gli Iron Lamb nel proprio Myspace come “Band Of The Week”. Inltre, per chiarire ulteriormente il sound degli irons, tra i dieci pezzi di questo debutto, figura anche la cover di “Poison” dei Motörhead. Un lavoro dunque piacevole, ampiamente nei confini del genere proposto. Molto bella la cover, realizzata da Erik Danielsson dei Watain.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

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ZOMBIE INC. – “A Dreadful Deceased”

by on set.22, 2011, under ALBUM, Z

(Massacre Records) Gli austriaci Zombie Inc. sono la nuova espressione di Martin Schirenc, ex vocalist dei grandissimi Pungent Stench, e di Wolfgang Rothbauer (Disbelief e Eisblut). “A Dreadful Deceased” è il debutto assoluto, realizzato con la produzione dello stesso Schirenc e il missaggio del mago Dan Swanö. Un biglietto da visita ricco di credenziali, le quali si dimostrano essere una garanzia già dall’opener “The Chaosbreeder”, nella quale il death metal fatto con idee un po’ retrò e qualche esile innesto thrash metal dimostrano come “A Dreadful Deceased” riesca ad andare ben oltre la semplice release da calderone. Non è un demerito ai cinque musicisti, gli altri tre sono Gerald Huber, chitarra, Daniel Lechner al basso (ex Lacrimas Profundere) e Tomasz “Nefastus” Jamiszewski alla batteria (ex Belphegor e Debauchery), far presente che un serbatoio di influenze è ben udibile nel sound, riempito con richiami allo Sweden metal di Göteborg e al death inglese, in particolare Napalm Death e Carcass, ma la fruibilità dell’album e la sua capacità di tenere l’ascoltatore incollato ai continui colpi e ai riff carichi di veleno è davvero altissima. “We Must Eat!”, “Grim Brutality”, Horde Unleashed”, sono alcuni pezzi degni di nota di un insieme robusto e ben riuscito. I Zombie Inc. sembrano provenire direttamente da 15 anni fa, ma dimostrano sicurezza e qualità (la produzione è perfetta). Insomm a chi ama queste sonorità non potranno non piacere.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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THE RAIN I BLEED “Narcissist”

by on set.22, 2011, under ALBUM, T

(Twilight-Masterpiece) The Rain I Bleed è una band greca di symphonic metal che può vantare per il proprio debut la partecipazione di Jeff Loomis dei Nevermore e di Jonas Kejllgren degli Scar Simmetry. “The Utter me” testimonia, per fortuna, che i suoni sono più orientati verso il power che verso il gothic: più che dalle parti dei Nightwish o degli Epica siamo da quelle degli Edenbridge. Il ritmo di “Nocturne” è già sentito ma molto indovinato, poi il disco prende una piega molto radiofonica con “Eternally” e con “The Rain into my Eyes”, che ci portano troppo vicino agli Evanescence. “Narcissist” praticamente finisce qui: solo nove i brani presenti (per un minutaggio complessivo di neanche 39 minuti), con la leggera e area ballad “Lullaby” a completare un prodotto con ben poca originalità e dove la seconda parte della tracklist replica la prima.

(Renato de Filippis) Voto: 5.5/10

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MAJESTY – “Own the Crown”

by on set.22, 2011, under ALBUM, M

(Massacre-Audioglobe) Dopo la sfortunata parentesi come Metalforce presso la Magic Circle di Joey DeMaio, i tedeschi Majesty tornano in pista con il monicker che li ha resi famosi fra i defenders, e per festeggiare pure il ritorno alla fedele Massacre danno alle stampe questo doppio e ricchissimo “Own the Crown”. Il primo cd costituisce un greatest hits di ben 75 minuti: dovendo pescare da soli quattro dischi, la band non ha certamente il problema di escludere qualcuno dei propri piccoli classici. In apertura, i nostri posizionano i tre pezzi da novanta della propria discografia: “Metal Law” nella versione del 2006, con la partecipazione vocale di Udo Dirkschneider, “Reign in Glory” e “Sword and Sorcery”. Ma c’è pure spazio per l’anthem “Keep it True”, per l’ambiziosa “Aria of Bravery” e per la grezza ma epica “Hellforces”, il brano che dà il titolo a quello che ritengo essere la migliore uscita dei teutonici. Il primo cd si chiude su due altri inni ingenui quanto trascinanti (“Heavy Metal Battlecry” e “Into the Stadiums”). Il secondo, della durata di un’ora, presenza anzitutto due inediti: la titletrack dell’intera raccolta è un mid-tempo cadenzato di epica genuina, mentre “Metal on the Road” è un altro brano autocelebrativo nel puro stile Majesty. È evidente la volontà di collocarsi in stretta continuità con quanto prodotto fino al 2006. Segue una nutrita serie di nuove versioni (anche di brani dei Metalforce o apparsi solo nei demo) e bonus tracks; completano la raccolta “Troopers of Steel” live (ma la folla sembra poco partecipe) e la riproposizione dello storico primo demo del 1998. I Majesty hanno un sound derivativo quanto volete, ma nell’ormai irreversibile crisi dei Kings of Metal si può puntare su di loro ad occhi chiusi.

(Renato de Filippis) Voto: 8/10

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TRANSNIGHT – “The Dark Half”

by on set.22, 2011, under ALBUM, T

(Pure Underground-Audioglobe) Poche informazioni in rete sui Transnight: si sa soltanto che sono tedeschi, che hanno alle spalle tre demo, e che tre membri su quattro portano lo stesso cognome, il che lascia pensare che siano in qualche modo imparentati… “The dark Half”, il loro debutto, ha quel tipico sound heavy metal underground che un tempo era così difficile da trovare, e che oggi invece si ascolta a tutti gli angoli delle strade! La breve “Devil don’t wear Plaid” è tutta accelerazioni e ripartenze, che si complicano ancora di più in “You gotta do what you got to do”, dove le strofe semplici contrastano con il refrain fracassone. Brani come “The System” hanno una bella struttura, alternano più tempi e più atmosfere, il che limita l’impressione di già sentito. “False Prophets” ci porta senza indugi nel thrash, e da qui in poi, piuttosto sorprendentemente, il disco prende queste sonorità molto quadrate; si differenzia soltanto la conclusiva “MOHN (Mistakes of human Nature)”, con tempi dispari e growl accentuati. Un prodotto acerbo ma a suo modo ben riuscito.

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

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WAR UNDER BLOOD – “Tactical”

by on set.21, 2011, under ALBUM, W

(Nuclear Blast) I War Under Blood sono un progetto musicale nato qualche anno fa dall’inventiva di Deron Miller, dei CKY. Miller nel corso del tempo ha potuto contare sulla collaborazione di James Murphy dietro al mixer, in particolare nelle prime composizioni realizzate, successivamente ha creato una formazione stabile con il batterista Tim Yeung, attualmente nei Morbid Angel, Risha Eryavec dei Decrepit Birth al basso e Luke Jaeger all’altra chitarra. Il risultato è questo “Tactiacl”, un album death metal nel quale sussistono ampi margini di melodia, la quale è incastonata nel solido riffing e dove il tutto viene scandito dai mostruosi ritmi martellanti e furiosi di Tim Yeung. Nei quasi 34’ dell’album i War Under Blood dimostrano però anche di avere un songwriting abbastanza ripetitivo nelle modalità, fatta eccezione per i vari bridge e ritornelli nei quali i connotati melodic death rompono la monotonia compositiva. Decisamente più fantasioso il pezzo “Revere’s Tears”, vera chicca di “Tactical”. L’ album devastante, comunque in grado di essere assimilato subito, particolarmente per le capacità esecutive dei War Under Blood, i quali potranno fare sicuramente ancora di più.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

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