
(Perception – A Division Of Reigning Phoenix Music) Nuovo progetto per Antonio Calanna, già cantante delig All For Metal, formazione con cui ha avuto un buon successo, ma all’interno della quale la sua libertà creativa appariva inevitabilmente più circoscritta. A Cold Paradise, infatti, si distanzia parecchio dalle sonorità metal senza compromessi della band italo-tedesca, passando a un sound dove il metal comunque predomina, accogliendo però svariate contaminazioni, come un uso massiccio di elettronica e sintetizzatori assortiti, vocals a volte filtrate e, soprattutto, un’estrema libertà espressiva, definita da Antonio come ‘modern alternative metal’. “Here I Rise” parte con un bombardamento di synth ai limiti della dubstep, per poi diluirsi con i riff potenti e secchi delle chitarre, a sostegno di grandi melodie vocali, portandoci su territori power con un forte tocco industrial, un mix presente anche su “The Prettiest Girl On Earth”, con melodie che richiamano molto da vicino i migliori Edguy. Irresistibilmente ruffiana “El Perdón”, cover di un brano reggaeton di Nicky Jam ed Enrique Iglesias, due artisti e un genere che si collocano agli antipodi rispetto a quello che sono abituato ad ascoltare; eppure continuo a canticchiare quel maledetto ritornello ‘Yo te estoy buscando / Por la calle gritando…’, un refrain che si attacca alle orecchie e si insinua nel cervello. Prima parlavo di estrema libertà espressiva, palesata da un brano assurdamente variegato ma paradossalmente coerente come “Once Upon A Dream”, che parte come un pezzo country, con chitarre acustiche che improvvisamente diventano distorte, inglobando sonorità rock che si spingono verso il nu metal, prima del finale nuovamente country. “Is It Really Over” è un interludio piuttosto inquietante, cinematografico, una sorta di trailer per un horror movie. “Claws Of The Lion” e “Kill U Softly” sono due pezzi hard rock moderni e orecchiabili, con un utilizzo limitato dell’elettronica, la quale ritorna prepotente su “Impatient”, dalle sonorità non lontane da certa eurodance, con un ritmo in quattro quarti decisamente ballabile. “Talking To The Moon” ha buone melodie, arrangiamenti curati e di classe; tuttavia, non mi ha esaltato più di tanto, mentre la rocciosa “Waking Up” convince grazie a riff granitici e ottimi assoli. Si chiude in bellezza con la solenne “Your Lullaby”, dominata da orchestrazioni, linee vocali à la Beatles e un refrain potente. Un album che rifugge da ogni catalogazione, senza confini, eppure ancorato a salde radici metal.
(Matteo Piotto) Voto: 9/10




