(Andromeda Relix) Giungono al terzo album i veronesi Astrolabio, il quarto se consideriamo il disco “Monologando”, quando ancora il moniker era Elettrosmog. Sono passati ben nove anni dall’uscita di quel capolavoro di rock progressivo intitolato “I Paralumi Della Ragione”, un lavoro che ancora oggi cresce a ogni ascolto e che considero uno dei miei dischi preferiti di tutti i tempi e di tutti i generi. L’album trattava tematiche incentrate sul lavoratore dipendente, con un senso dell’umorismo che aveva un non so che di ‘fantozziano’, e con il classico uomo medio intento a passare gran parte della vita a essere sfruttato, a dover produrre in cambio di denaro sufficiente per permettersi quei beni di consumo dai quali, con il passare del tempo, è diventato dipendente. Il nuovo album si collega idealmente allo stesso tipo di personaggio, questa volta un consumatore sobillato in maniera esasperante dai mezzi di comunicazione, siano essi televisione, giornali e, sempre più ai giorni nostri, telefoni e computer. Siamo sempre più indotti a possedere cose inutili solo perché il personaggio di turno decide che chi non possiede quella determinata cosa è uno sfigato, un emarginato, argomento trattato con cinica ironia ne “La Dittatura Delle Cose” e “Grandi Magazzini”. Un’ironia che diventa quasi sarcasmo su “Prima Della Pubblicità”, introdotta dal famoso jingle del “Carosello”, con il testo che narra di una persona che, pur di avere il proprio momento di gloria e celebrità, decide di suicidarsi in diretta televisiva; arrivato il momento di compiere l’estremo gesto, l’unico tentennamento deriva non da un ripensamento o da un rinsavimento, ma dalla paura che nel momento clou venga mandata in onda la pubblicità, negandogli così l’eterna gloria mediatica. Quei media che garantiscono di comunicare con il mondo intero a persone in realtà sempre più in difficoltà nell’esprimere pensieri propri, rifugiandosi in concetti precostituiti e frasi fatte, quello che la band definisce “La Fiera Del Luogo Comune”. Dal punto di vista prettamente musicale, lo stile rimane inconfondibile, tra melodie decisamente catchy ed evoluzioni tecniche di notevole fattura, in grado di rendere i brani imprevedibili senza renderli troppo cervellotici o dispersivi. La scelta di inserire una seconda chitarra rende il sound più corposo e rock, con il leader Michele Antonelli e il nuovo axe man Paolo Giberti bravi a intrecciare riff, assoli e parti acustiche. Personalmente manterrei la formazione a due chitarre, ma non abbandonerei le tastiere, soprattutto perché Babbi, qui presente in veste di guest, ha uno stile ben definito che ha marchiato a fuoco gli album precedenti. Un’altra caratteristica di questo nuovo album è il lavoro di basso, incisivo come non mai, sia in sede ritmica sia in alcuni virtuosismi davvero da applausi. Un album estremamente maturo, il migliore della band dal punto di vista delle tematiche, mentre dal punto di vista musicale ci manteniamo su livelli di eccellenza assoluta, anche se, ripeto, il suono delle tastiere un po’ mi manca; ma questo è un dettaglio marginale, dettato dai miei gusti personali, che non inficia minimamente la qualità eccelsa di questo ennesimo capolavoro di rock progressivo o, come lo chiamano loro, ‘degressivo’.

(Matteo Piotto) Voto: 9/10