(Mighty Music) Gran bella mazzata questo “Perpetual Ruin”, secondo album dei danesi Avarice; il loro sound ci riporta a quel death thrash moderno proposto dai Sepultura post “Arise”, dagli Slayer più hardcore e dai primi Machine Head, con qualche spruzzata di death della natia Scandinavia. L’arpeggio iniziale dell’opener “Beyond The Grave” è una via di mezzo tra quello che apre “Beneath The Remains” dei Sepultura e quello di “When The Sun Burns Red” dei Kreator, al termine del quale si innalza un muro sonoro di chitarre, potente e monolitico, sovrastato dal feroce growl di Anders Sinding, la cui voce è registrata, a mio avviso, un pelino troppo alta, andando in alcuni frangenti a coprire le chitarre, soprattutto nelle parti più rallentate. Devastante “Empire Of The Sand”, una fucilata di pura matrice slayeriana, con una parte centrale più groovy e linee vocali che alternano growl e harsh vocals. “New Age Of Enslavement” si fa più complessa nel riff portante, stilisticamente affine ai Testament; secondo me è uno degli highlight dell’intero album. Le ritmiche rallentano, ma la potenza resta invariata nella monolitica “The Bacchanalia”, claustrofobica nel suo incedere pachidermico, con il growl che stavolta affossa un po’ la scorrevolezza di un brano che avrebbe sicuramente beneficiato di un cantato più melodico. Discorso inverso per “Enter The Arena”, pezzo nato per aggredire fisicamente l’ascoltatore, in un’esplosione di rabbia che non fa prigionieri. Sono rimasto sorpreso dalla conclusiva “The Wolf King”, decisamente old school, con tanto di vocals alla Rob Halford. Non ho dati sottomano per sapere se si tratti di una cover o di un loro brano, fatto sta che è stata una gradita sorpresa. Un album certamente derivativo, ma suonato con passione e convinzione, e quindi meritevole di un ascolto da parte di tutti gli amanti del thrash/death moderno di fine anni Novanta.

(Matteo Piotto) Voto: 7,5/10