(Vesperian/Metal Blade) Terzo album per gli statunitensi Dry Wedding, band di cui finora ignoravo l’esistenza, ma in grado di conquistarmi sin dalle primissime note di questo nuovo lavoro. “The Back Of Beyond” è il classico disco in grado di stregarmi e deliziare le mie orecchie, mettendomi allo stesso tempo in grande difficoltà quando, in veste di recensore, mi ritrovo a dover incanalare la band in un genere ben preciso: impresa tanto inutile quanto impossibile in questo caso, cosa che rende la loro musica ancor più intrigante. La band proveniente da Portland propone infatti un caleidoscopio di sonorità che partono dal post punk intriso di dark wave che ha reso “In The Flat Field” dei Bauhaus un capolavoro assoluto, appesantendo i riff con potenti dosi di fuzz e introducendo marcati elementi doom e stoner, dissonanze che creano atmosfere riconducibili al black, inserti noise che a malapena celano una vena southern e sonorità country, queste ultime riconducibili ai testi di ambientazione western. Un bel minestrone, insomma, ma ben equilibrato, con ingredienti che a volte creano forti contrasti, rendendolo ancor più appetibile. L’unico difetto che posso rilevare è la voce di Davey Ferchow, una sorta di via di mezzo tra Andrew Eldritch e Peter Murphy: riesce a emulare il tono cavernoso del primo, ma non la potenza espressiva, mentre del secondo conserva alcune similitudini, ma manca totalmente di quella follia isterica e quasi sgraziata. In realtà, il buon Davey è dotato anche di una buona voce, solo che si ostina a cantare sempre su un unico registro, rischiando di appiattire brani che fanno dell’eclettismo il loro punto di forza. Per il resto, l’album si rivela un’autentica boccata d’aria fresca, in grado di ammaliare rifuggendo facili paragoni e limitanti paletti.

(Matteo Piotto) Voto: 8,5/10