(autoproduzione) Un suono oscuro e ruggente avvolge “Burn Holy”, che manifesta anche sbalzi d’umore e trasformazioni d’atmosfera. Ancorati a un post doom con cenni sludge, psichedelici e rock, i Burial Clouds di Portland esternano il tutto con un’energia emotiva attraverso la propria musica. In soli tre anni gli statunitensi hanno pubblicato due album, oltre a tenere concerti in patria e nel Regno Unito, inserendo al contempo al microfono Marina Lavelle, protagonista di un video per una loro precedente canzone. È lei, infatti, a dimenarsi davanti alle chitarre e alla sezione ritmica energica e ben ispirata. I Burial Clouds sviluppano attimi di decadenza e malinconia, controbilanciandoli con impeti di energia e rabbia. Tra queste schermaglie emotive entrano in gioco persino fasi estemporanee, stranianti, sospese tra il sogno e l’abbandono al ricordo. Con “Burn Holy” la mente dell’ascoltatore può caricarsi di elettricità oppure di una deriva emozionale che lo disperde altrove. Alla musica così altalenante, ma pur sempre concreta, si aggiungono le urla, il growl, il sussurrare e, dunque, il cantare della Lavelle, anche in solitaria con l’acustica in accompagnamento. Lei diventa il termometro emotivo di questi passaggi possenti e imperiosi. “Burn Holy” è un suonare libero dalle forme, strettamente collegato al voler suonare con forza, come se i musicisti della band volessero farsi sentire a prescindere, per sempre e in ogni angolo del mondo. Questo album iniziò a germogliare tre mesi dopo la pubblicazione del primo, “Last Days Of A Dying World”, subendo continue modifiche e revisioni. Infine, l’esplosione di energia ed emotività che lo completa trova la sua forma definitiva tre anni dopo.
(Alberto Vitale) Voto: 8/10




