
(Amor Fati Productions) Continua il viaggio nei meandri delle miniere dei tedeschi Dauþuz! Dopo “Uranium” uscito due anni fa, ecco la continuazione, il successore, il prossimo capitolo… il sesto album. Black melodico, black anni ’90 esaltato con un tocco personale, identificativo, questa volta reso più incisivo da Werwolf, batterista chiamato come ospite per la realizzazione del disco. La melodia diventa più affilata, si intensifica; tornano anche le chitarre acustiche, che esaltano il senso di malinconia, nonostante le linee vocali appaiano più estreme, più disperate. Come suggerisce il titolo, l’album torna a concentrarsi sull’estrazione dell’uranio e sugli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Questa volta, tuttavia, l’attenzione è rivolta ai tormentati lavoratori coatti e alle vittime della regione di Joachimsthal e della Boemia. Qui vengono messe in luce le condizioni disumane nelle miniere, negli impianti industriali e nei campi gestiti dai sovietici e successivamente dai comunisti, nonché il progressivo degrado di un intero paesaggio, una rovina dello scenario naturale programmata e inarrestabile, cosa che ricorda un po’ troppo anche l’epoca odierna. Migliaia di minatori, distrutti e logorati a morte, hanno dovuto pagare con sofferenza e tormento la corsa sovietica alla bomba atomica… verso l’oblio, verso il nulla. Verso la totale mancanza di senso, di senno, di umanità. Ancora una volta i Dauþuz mettono in musica queste pagine di storia, questo disagio, il tutto con maestria, con genialità, con gusto, con coinvolgimento. Certo: ascoltare questa musica senza sapere chi suona o l’argomento trattato, complice la lingua inospitale del growl e degli scream, può far sembrare tutto semplice black metal. Però, con un piccolo esercizio conoscitivo, sapendo di cosa tratta il disco, ecco che tra riff furibondi e aperture melodiche si possono sentire le urla strazianti dei minatori, urla sovrastate dal silenzio dell’oblio, url
(Luca Zakk) Voto: 9/10




