copdiabularasaPer tredici anni ci sono stati i Tabula Rasa, mentre da almeno sette anni è nata la nuova formazione denominata Diabula Rasa. L’idea è stata quella di prelevare melodie e testi del XIII e XIV secolo e di rendere il tutto presentabile a noi contemporanei. Ne vien fuori una sorta di folk heavy, in alcuni casi anche rock, estremamente dinamico e vivace, oltre ad avere nel suo corpo sonoro un qualcosa anche della musica tradizionale e non solo medioevale. Questo nuovo album ci presenta nuovamente uno scenario d’epoca, dal quale i Diabula Rasa sembrano direttamente provenire. Loro sono la testimonianza di un messaggio che approfondisce tematiche storiche (cantate in latino e non solo) e ripercorrendole anche con l’utilizzo di strumenti tipici e antichi a corda, oltre all’organo a canne, cornamuse, cembalo, liuti e altro. Da subito si mostrano piacevoli non sole le melodie dei pezzi, ma anche le voci di Samantha Bevoni (anche basso) e Daniela Taglioni (anche composizione, organo, cembalo e tastiere), ma il settore vocale vede anche l’esibizione maschile di Luca Veroli (padre del progetto Diabula Rasa, compositore, cornamuse, ghironada e altro). A questo punto completa la formazione Stefano Clò (chitarre e altri strumenti a corda), Sonia Nardelli (chitarre) e Moreno Boscherini (batteria). La Taglioni e Veroli sono gli autori di questi brani indescrivibili, per come sono sospesi tra un metal robusto e mansueto e una serie di melodie costruite con un retaggio melodico antico. La cornamusa dell’opener “Ghirondo”, una strumentale, si inserisce nel tessuto creato da chitarre ben distorte, un drumming spigliato e tastiere che contribuiscono a rendere il brano quasi symphonic metal, per l’ampiezza delle sue melodie. “Tsanich” (canzone presente nel precedente album, come “Taberna”, ed entrambe rivisitate) spiazza per il cantato, al femminile, che recita un testo proveniente dalla tradizione folklorica bulgara. Forse  uno dei migliori, per via di quell’incedere tarantolato e quasi gitano nella linea vocale. “Congaudentes” vede un testo basato su un anonimo spagnolo del XIII secolo. Il brano detiene un cantato, maschile, tipo monacense e una struttura basata su due parti principali: la prima di tipo heavy metal progressive e la seconda che lascia spazio ad una costruzione di polifonie e che gioca tutto su una melodia portante e poi sostituita da una di chiusura. “Astarte” possiede anch’essa qualcosa del symphonic metal. La linea vocale è soave, le chitarre brontolano mansuete e le tastiere costruiscono lo scenario andante al tessuto compositivo. I passaggi folk o comunque creati da strumenti acustici e di estrazione medioevale creano dei momenti di grande bellezza. In particolare ho apprezzato il lavoro svolto da questi, insieme a cornamusa, chitarre elettriche, la batteria (sempre bravo il Boscherini) in “Maledicantur”, forse il brano più tipicamente folk metal tra tutti. Servirebbe un track-by-track dell’album per esprimere totalmente ogni bellezza che alberga in queste canzoni, però e non è proprio il caso di farlo. Nominarne solo alcune e tacere su altre diventa un torto, ma il punto è che non basterebbe solo descrivere la bellezza delle melodie e la buona fattura dei pezzi, ma andrebbero anche elencati gli strumenti che contribuiscono a farli, ma su molti non ho conoscenza. Non so nemmeno come suonino un Chitarrino di Merda o un Bouzouki, ambedue suonati da Stefano Clò. Inoltre il discorso testuale meriterebbe anch’esso un ulteriore approfondimento. Non è un album semplice “Ars Medioheavy”, nelle intenzioni, eppure non credo si possa sentire qualcosa di così ambizioso, strutturato e da risultare immediatamente affascinante e coinvolgente sin dal primo ascolto.

(Alberto Vitale) Voto: 9/10