
(Massacre Records) Dopo circa trentacinque anni di ascolti assortiti, ho imparato ad amare il metal in tutte le sue forme, dal glam al grind, passando per power, death, thrash, black e nu metal. Ci sono poi alcuni generi che sento meno nelle mie corde, nei quali riesco a riconoscere la bravura di una band o la validità di un disco, ma che sono piuttosto lontani dai miei gusti, come il metalcore e il deathcore; mi è già capitato di recensire band di questo genere, molte delle quali ho valutato più che buone, ma che, per i miei personalissimi gusti, non rientrerebbero nella lista dei dischi che acquisterei. “Nemesis”, decimo album dei polacchi Frontside, rappresenta la classica eccezione che conferma la regola, entusiasmandomi sin dal primo ascolto grazie a un approccio al genere decisamente personale. Originariamente dedita a sonorità hardcore, la formazione polacca ha successivamente virato verso il metalcore e il deathcore, con qualche vago richiamo agli As I Lay Dying più incazzati, mantenendo però una personalità che la rende una realtà unica nel suo genere. In primis, il cantato in lingua polacca è una scelta azzeccata, sia come elemento distintivo sia perché è un idioma che si adatta bene all’aggressività della proposta. Musicalmente ci troviamo di fronte a composizioni potenti e muscolari, con qualche gradita digressione verso il thrash, come nel caso di “To Wszystko Co Masz”, oppure nei richiami per nulla velati ai Pantera presenti nella parte finale di “Omen” e ai Machine Head nell’incedere iniziale di “Kaplani Diabla”. Il wall of sound sollevato dalla band è impressionante, così come sono sorprendentemente melodici e tutt’altro che scontati gli ottimi assoli, mentre è promosso a pieni voti il nuovo entrato Wojciech ‘Mollie’ Moliński, autore di una prova vocale davvero bestiale, tra growl profondi e harsh vocals taglienti. Ma il momento che mi ha maggiormente sorpreso è stato l’ascolto di “Wejdź Prosto W Nowy System”, un brano totalmente diverso da tutto quanto ascoltato finora, con una linea di basso accompagnata da una batteria cadenzata, un po’ sullo stile di “Dawn Patrol” dei Megadeth, un parlato minaccioso e inquietante e un inaspettato assolo di sassofono. Un album inizialmente d’impatto per via del muro sonoro innalzato, ma che nasconde tante piccole sorprese che affiorano ascolto dopo ascolto, da parte di una band che, pur suonando un genere ben preciso, risulta uguale solo a se stessa.
(Matteo Piotto) Voto: 9/10




