
(ATMF) C’è un senso di ansia e devastazione nelle composizioni degli americani Galvanist. C’è una furia disperata, apice più estremo del death metal; c’è una dannazione profonda, derivante da uno stato d’animo marcatamente doom, e c’è un’imprevedibilità melodica – a tratti dissonante – che evidenzia una fantasia sperimentale, quasi progressiva. Suoni in costante mutamento, composizioni sconfinate, senza regole imposte, con confini che si allargano all’occorrenza. Da parentesi minimaliste a un suono compatto, travolgente, oppressivo, con una tensione psicologica micidiale. Ci sono momenti più lenti, più riflessivi: ma non sono interludi, piuttosto spazi necessari per far coincidere spessore sonoro e pace mentale, rendendo più impattante e profondo il flusso musicale che avvolge e annienta l’ascoltatore. Capitoli come “Dreich” offrono un esplicito ventaglio dell’eccentricità eclettica delle composizioni dei Galvanist, i cui brani — mai banali, mai brevi — diventano macigni sonici impattanti, tra chitarre violente e tastiere cosmiche, blast beat furibondi e progressioni atmosferiche, il tutto sorretto dalla crudeltà delle linee vocali, sempre aggressive, sempre sofferenti, sempre strazianti, tra assoli e aperture melodiche, tra pressanti concentrazioni di strati sonori e delicatezze che abbracciano arpeggi o suggestioni sognanti. “The Silence Between Stars”: un titolo perfetto, quasi geniale, sicuramente incisivo. I Galvanist puntano veramente a riempire quella desolazione silenziosa che si trova tra il fragore cosmico che avvolge ogni stella, ogni corpo celeste, nel maelstrom scatenato da atmosfere che tuonano e asteroidi che si scontrano, generando caos, alimentando disordine, ispirando ogni singola nota di questo monumentale album.
(Luca Zakk) Voto: 8,5/10




