copKIMIKARKI(Svart Records) Bellissimo titolo per questo album. Un titolo (“l’osso delle mie ossa”) che ricorda una visione introspettiva dell’artista, un viaggio interiore profondo, una esperienza orientata alla scoperta, alla rivelazione. Triste, cupo, malinconico questo lavoro è lontano da concetti heavy metal. E forse anche dal rock stesso, inteso come genere pieno di potenza ed energia. Kimi Kärki si affida a chitarre acustiche, a pulizia di suoni, a ritmi lenti, rilassanti, riflessivi per proporre un disco pieno di emozione, pensiero, personalità. Ma per quale ragione recensiamo qualcosa di così non marcatamente metal? I Sig. Kärki non è uno qualunque. Stiamo parlando di un ottimo chitarrista che milita nei doomster Lord Vicar, nei futuristici E-Musikgruppe Lux Ohr (che abbiamo avuto già l’immenso piacere di recensire), nei sublimi vintage rocker occulti Orne (chi vi scrive elenca gli Orne tra le sue band preferite)… ma con un passato (come Peter Vicar) su un altro importante progetto doom: i Reverend Bizarre. Un musicista legato alla chitarra che però non si risparmia in tutti questi progetti, facendosi carico anche di strumenti particolari quali il fantastico Mellotron (lo cura negli Orne, per i quali è uno strumento essenziale). Però Kimi è anche autore di complessi testi in molti di questi progetti, ed è pure un cantante (in questo disco) dalla voce sensuale, calda, romantica, capace di coinvolgere ed incantare. E con una copertina bellissima (si nota il legame con gli Orne), arriva finalmente il primo disco solista dell’artista finlandese: qualcosa più di mezz’ora da dedicare ad un relax mentale, ad una ricerca del proprio io, lasciandosi coinvolgere dai sempre ottimi testi che Kimi riesce a comporre, dalle sempre ottime melodie alla sei o dodici corde, dal sempre immenso fattore emozionale che riesce a trasmettere alle sue composizioni. Stupenda “My Name Is Free”. Una preghiera verso l’ignoto è la meravigliosa “Archipelago” dove cori femminili (usati anche nel resto del lavoro) rendono ancora più intensa la percezione emozionale mentre risulta particolarmente intensa “Young Goodman Brown” anche grazie al testo e specialmente all’energia trasmessa mentre viene cantato. In pezzi come la lunga e toccante “Taxiarch” viene invece viene evidenziata la matrice folk sperimentale, sostanzialmente una delle componenti del genere proposto da Kimi. Un disco diverso, profondo, da percepire più che ascoltare, da assorbire più che sentire. Un artista pieno di poesia, cultura, tradizione e modernità che regala una composizione estremamente personale, dove la personalità non è solamente la sua, ma anche quella di chiunque si avvicini alle sue creazioni.

(Luca Zakk) Voto: 8/10