
L’appuntamento ferragostano al Frantic non si sceglie, ormai si rinnova da solo.
L’identità del microcosmo di “Francavilla al MaLe” si è allargata edizione dopo edizione, ma il suo nucleo di musica estrema con proposte alternative, sole spietato e gente che torna sempre – più quella nuova che arriva e se ne innamora – resiste intatto.
È trascorso quasi un decennio e non te ne rendi conto finché non noti le stempiature dei tuoi amici, qualche ruga in più, ripensi al passato e inizi a comprendere di essere sempre stato presente durante la crescita della “creatura Frantic”, vedendola migliorare un pezzo alla volta, un banchetto alla volta, un gazebo alla volta, un cartello di carta alla volta (poi divenuti schermi LED)… ci sono voluti proprio tutti questi anni!
E quest’anno, dal 13 al 15 agosto, al Tikitaka Village, per tre – quattro – giorni si è registrato un nuovo bellissimo racconto di metallari, figli di metallari, metallari con figli, band che hanno scritto la storia nei tour mondiali – venute in Abruzzo! –, moshpit, arrosticini, birra e polvere che non si è mai posata fino all’ultima nota.
La chicca all’ingresso è stata l’installazione dedicata ai Mayhem, headliner della terza serata, che ricreava la celebre foto della band spalmata su una panchina, diventata ormai parte del paesaggio del festival e punto in cui scattare foto commemorative dell’edizione sotto la scritta “Francavilla al MareM”.
Ma il vero festival comincia sempre prima del festival.
Giorno zero
Arrivare il giorno prima ha un rituale tutto suo: si scarica la macchina, si abbracciano le facce che si rivedono solo lì, si fa l’inventario di chi manca e di chi invece si è aggiunto quest’anno. Il pre-party ha aperto le danze con qualche nome minore, ma è stato l’ingresso dei 666 a mandare tutti in confusione nel modo più bello possibile: la costola punk-metal dei Plakkaggio ha smontato e rimontato le melodie da corteo estivo degli 883, sporcandole di distorsione e goliardia fino a renderle irriconoscibili e perfette allo stesso tempo. Un set breve, ma capace di far ridere e pogare contemporaneamente, che è già di per sé un piccolo manifesto di cosa sia questo festival.
A chiudere la serata, il dj set anni Novanta dei Los Noventas ha fatto il resto: risate a non finire tra tormentoni e perle neomelodiche e gente già completamente fuori controllo prima ancora che iniziasse ufficialmente la rassegna delle band.
Giorno 1 – Giovedì 13 agosto
Il Frantic è bello anche perché è coerente con la sua vocazione di sentirsi più grande di quanto gli spazi contenuti del Tikitaka Village lascerebbero immaginare.
Il respiro, nonostante tutto, resta internazionale, e la formula ormai collaudata di “vecchia scuola che dialoga con le nuove proposte” funziona anche qui, come all’estero, riuscendo a incuriosire pure chi certi generi li ignora del tutto o non li ha mai frequentati. La selezione delle band, meticolosa, si è confermata vincente.
Il primo pomeriggio della prima giornata ufficiale si è aperto sotto un caldo che non fa sconti, e a scaldare ulteriormente i motori ci hanno pensato tre band italiane. I torinesi Ural, con un thrash classico di qualità, hanno aperto le danze sotto il Tent Stage: sia quelle del festival, sia quelle del primo dei tanti gonfiabili che sono andati a punteggiare le esibizioni, marchio di fabbrica ormai riconoscibile del Frantic quanto la polvere sotto i palchi. Poco dopo sono saliti i Crawling Chaos e, nonostante l’afa, il tendone si è riempito in modo sorprendente: quello che ha colpito di più sono stati i giri di chitarra decisamente più elaborati e ricercati di quanto ci si sarebbe potuti aspettare dall’orario. A completare il trittico italiano di piacevoli scoperte, i molisani Dawn of a Dark Age, un mix di suggestioni folk e black metal atmosferico capace di conquistare anche chi si trovava lì per caso.
Il primo vero cambio di passo è arrivato con i Necrot sul Main Stage: death metal old school, essenziale, diretto, portato avanti con la sicurezza di chi lo ha quasi fondato. Ha reso il tutto ancora più godibile il siparietto tra il membro toscano della band e i due colleghi statunitensi, con qualche battuta lanciata in italiano che ha strappato sorrisi e applausi al pubblico.
Una riscoperta, però, porta il nome dei Perchta. Già visti a un Hellfest affollatissimo, dove inevitabilmente si perdono pezzi e dettagli, qui si sono potuti godere in un modo completamente diverso: gli spazi contenuti permettono di apprezzare davvero tutto, dalla componente scenica a quella più squisitamente atmosferica, passando per strumenti che difficilmente capita di vedere su palchi metal; tra questi, uno xilofono che aggiunge un tocco quasi rituale al loro sound.
Con i Warning il pomeriggio è precipitato in un doom pesante, lento, di quelli che si sentono nello stomaco e nel fegato prima ancora che nelle orecchie. Poi sono arrivati gli Scorpion Milk, e qui si è registrata probabilmente la scoperta migliore della giornata: un post-punk oscuro e magnetico che ha colto di sorpresa più di un ascoltatore e che ha riportato convinzione sui volti titubanti dei genitori accompagnatori degli adolescenti!
Il testimone del tardo pomeriggio è passato ai Sacred Reich, una delle sigle storiche del thrash metal statunitense, sulla scena fin dagli anni Ottanta e tra le band che hanno contribuito a scrivere le regole del genere per come lo conosciamo oggi: vederli sul palco, con quell’energia vista nei videoclip rimasta intatta, è stato un piccolo pezzo di storia che si è materializzato sotto il Main Stage proprio nell’ora dorata del tramonto. Il contrasto con chi è salito subito dopo non poteva essere più netto: gli Spiritual Front hanno portato eleganza, teatralità e un songwriting più cupo e cantautorale, regalando una delle esibizioni più curate della giornata. A rendere il momento ancora più speciale ci ha pensato la partecipazione di Salvatori, sia come performer sia come presenza nei giorni successivi, mimetizzato tra il pubblico con le sue magliette metal, da vero metallaro qual è; un dettaglio che racconta bene quanto il confine tra chi sta sul palco e chi resta sotto sia tutt’altro che netto.
Dopo il buio è arrivato il momento di Carpenter Brut, e con lui il Tikitaka ha cambiato completamente pianeta: synth, luci, fumo, immaginario da videogioco distopico. C’è chi ha notato qualche momento di silenzio di troppo e un pubblico meno scatenato del solito, forse non la sua prova migliore in assoluto, ma resta il fatto che per un’ora buona ha ipnotizzato chiunque, trasformando il festival in una grande festa dark dove tutti, indipendentemente da cosa ascoltassero fino a un attimo prima, hanno finito per muoversi sulla stessa lunghezza d’onda. La chiusura, affidata ai Vígljós sul Tent Stage, ha riportato tutto verso atmosfere più cupe con un’originale proposta “black metal che parla di apicoltura”, giusto il tempo di lasciar decantare la giornata prima di crollare, riflettendo però sull’unicità delle proposte, tanto in contrasto quanto in armonia nel complesso.
Giorno 2 – Venerdì 14 agosto
Il secondo giorno è partito con ancora addosso i segni delle birre della sera prima e con la sensazione di rientrare in una città che si era solo momentaneamente lasciata in pausa. Il caldo, va detto, non ha mollato la presa nemmeno stavolta, ma i più temerari non hanno rinunciato ai propri outfit pesanti, indossati con orgoglio anche a costo di sudare come non mai, e il richiamo delle band in scaletta è stato più forte di qualsiasi stanchezza.
L’afa non ha allentato la presa, chiaro, ma il pubblico sotto il Tent Stage è comunque cresciuto rispetto alla prima serata. Ad aprire sono stati i romani Mind/Knot, seguiti dai pescaresi 217, entrambi militanti nella scena hardcore.
Sono stati però i canadesi Phobocosm, subito dopo, a dare la sveglia con un death metal più fosco e cerebrale, capace di costruire un muro di suono che è sembrato congelare l’aria sotto il tendone, prima che il Main Stage passasse agli Obscura, punta di diamante del technical death europeo, precisi e con cambi di tempo vertiginosi – anch’essi tanto desiderati al festival – che hanno rispettato le aspettative nonostante l’orario dell’esibizione. L’ennesimo contrasto distintivo è arrivato puntuale con i brasiliani Fossilization, che sul Tent Stage hanno riportato tutto verso un death/doom cavernoso e più lento, scavando un solco più marcio e strisciante, alternando rallentamenti quasi funebri a improvvise accelerazioni.
Ma è sul Main Stage che è arrivato uno dei momenti più genuini della giornata, quando sono saliti i Ratos de Porão: leggende, fondatori dell’hardcore punk sudamericano – ancora in Brasile, da oltre quattro decenni – capaci di trasformare le prime file in un tripudio di gioia e casino allo stato puro. Sono saliti sul palco con la naturalezza di chi va a fare la spesa: il pit si è allargato a dismisura, i gonfiabili sono tornati a volare sopra le teste e il legame tra musica e messaggio “politico” è rimasto scolpito tanto nei testi quanto nelle magliette indossate. Insomma, un piacevole e rocambolesco delirio di caos e intercalari con bestemmie in italiano.
I Plakkaggio, subito dopo, hanno portato la loro attitudine comunicativa raccogliendo simbolicamente il testimone lasciato dai 666 nella serata d’apertura, riportando alcuni echi degli 883 dal palco fino al banchetto del merchandise.
Arrivata la sera sono saliti i Voivod, con Eric Forrest tornato temporaneamente alla voce per sostituire Snake, trattenuto in Canada da questioni familiari; il poco preavviso non si è sentito affatto e la prova ha convinto chi conosce la band da sempre quanto chi la scopriva per la prima volta: eccellenti i riff dissonanti e le strutture progressive, che restano ancora oggi difficili da incasellare.
Dopo il consueto metal-quiz “Sarapanda”, il Tent Stage è esploso con i Cripple Bastards, che in pochi minuti hanno trasformato polvere e birra in parte integrante dello show, davanti a un pubblico trasversale come raramente si vede altrove, dai veterani ai bambini con le cuffie antirumore. Fa sempre piacere vederli divertiti e non spaesati.
A chiudere il Main Stage sono arrivati gli Igorrr, headliner forse dell’intera edizione, e con loro il festival ha perso ogni riferimento di genere: black, canto lirico, elettronica, folk e passaggi barocchi si sono fusi in uno spettacolo tanto visivo quanto sonoro, capace di ribaltare completamente l’atmosfera ogni pochi minuti. Il progetto Igorr è tornato a Francavilla dopo un’apparizione che nel 2018 aveva già lasciato il segno tra breakcore, lirica, suggestioni mediorientali e improvvise virate elettroniche, senza che nulla suonasse mai fuori posto o casuale. C’è stato chi, tra il pubblico più abituato a coordinate più tradizionali, è rimasto spiazzato di fronte a uno spettacolo a metà tra il concerto e la performance circense, ma alla fine anche i più scettici si sono arresi al fascino della messa in scena. Uno show che raramente capita di vedere in un contesto così intimo: assistere a un incastro così complesso di generi apparentemente incompatibili è stato un privilegio.
I cechi Jig-Ai, a fine serata sul Tent Stage, ci hanno risvegliati con il loro goregrind ispirato alle terre nipponiche, prima che la seconda notte del Frantic si spegnesse tra la stanchezza e la voglia di ricominciare il giorno dopo, con le ultime riserve di energia.
Giorno 3 – Sabato 15 agosto
L’ultima giornata porta con sé quella malinconia dolce di chi sa che il sogno sta per interrompersi, ma anche la voglia di spremere fino all’ultima goccia le ore rimaste. Anche perché è brutto essere tristi a Ferragosto!
Ad aprire il pomeriggio sono i pescaresi Slyther con il loro thrash/crossover, seguiti dai romani Bianca. E qui arriva forse il contrasto più bello di tutta l’edizione: la voce della frontwoman, quasi angelica, capace di passare in un istante da un timbro quasi fiabesco a inflessioni più cupe e teatrali, si è stagliata sopra un black metal onirico e spigoloso e ha creato un attrito che disorientava e conquistava allo stesso tempo. Azzardo a dire che ne sentiremo parlare un bel po’.
Il legame con chi è salito subito dopo è stato più che musicale: i Patristic, che hanno chiuso il trittico italiano con un blackened death più rituale e viscerale ispirato all’Impero Romano e alle crociate, condividono chitarrista e batterista proprio con i Bianca, al punto da non aver dovuto nemmeno scendere dal palco tra un set e l’altro.
Nel tardo pomeriggio il Main Stage ha salutato gli svedesi The Crown, che nel loro ultimo anno di attività – dopo 35 anni – hanno portato al Frantic un death thrash ancora fisico e diretto: il frontman Johan Lindstrand ha dominato la scena con una presenza quasi granitica, ricordando più volte che quello a cui si stava assistendo era un vero e proprio addio. Probabilmente anche questo evento ha attirato diverse facce nuove.
Chi invece ha regalato la vera scoperta della giornata sul Tent Stage sono stati i Mephistofeles, power trio argentino capace di trasformare occult doom, stoner e psichedelia anni Settanta in qualcosa di sorprendentemente coinvolgente e ipnotico dal vivo.
I Dødheimsgard, altro pezzo di storia per chi collima col genere, hanno riportato il discorso su territori più storti e avant-garde, tra teli neri, trucco viola e un frontman che si è mosso sul palco energico come uno gnomo dispettoso. Il tempo è rallentato bruscamente con gli Evoken e il loro funeral doom pesantissimo, quasi un piccolo best of di carriera nel loro ultimo scorcio di tour. Con i Venom Inc. il pubblico però è tornato a scaldarsi, anche se della formazione originale è rimasto solo il bassista Tony “Demolition Man” Dolan: la band ha comunque avuto il merito di riportare in vita pezzi di un capitolo fondamentale della storia del thrash/black britannico, anche a costo di perdere un po’ di quello zolfo sgangherato che li aveva resi celebri. Tuttavia, lo show ha funzionato e il pit pieno ne è stata la dimostrazione.
Hanno chiuso il pomeriggio i Wolfbrigade, che hanno festeggiato trent’anni di carriera con un’esibizione devastantemente impattante per “la cattiveria”. Poche parole per loro: se si sono distinti nel mondo crust un motivo c’è. Privilegio vederli dal vivo e assistere anche allo spettacolo che si crea nel pubblico.
Poi sono arrivati i Mayhem, terzi headliner, e il festival si è fermato davvero per un attimo per dare spazio a una sorta di liturgia.
La scaletta è proceduta a ritroso nel tempo, in tre atti: si è partiti dal materiale più recente, si è passati per l’imprescindibile “De Mysteriis Dom Sathanas” – con Attila Csihar che ha dominato il palco come un sacerdote oscuro tra fumi d’incenso e paramenti scenici – per chiudere infine con le origini di “Deathcrush” e “Pure Fucking Armageddon”. Si è assistito a un rito che ha restituito, meglio di ogni altra cosa, il senso di quarant’anni di storia condensati in un’ora e mezza, con Necrobutcher glaciale su un lato del palco, la batteria di Hellhammer che è sembrata crescere come gli anelli di un tronco e i cambi di scena, luci e costumi calcolati nei minimi dettagli. Davvero una bomba.
Non era ancora finita, però: gli svedesi Skitsystem hanno regalato la loro primissima data italiana in assoluto sul Tent Stage, un’iniezione di crust punk che a mezzanotte e mezza ha fatto esattamente l’effetto di un ultimo caffè prima di dormire.
A chiudere tutto, definitivamente, come sempre, ci ha pensato l’aftershow de Il Vescovo Dj con perle EBM, remix improbabili, cover pop in chiave metal e la vista surreale – e meravigliosa – di metallari che hanno ballato su “Barbie Girl” o “Toxic” di Britney Spears mentre alle loro spalle si smontavano i palchi.
Le ultime birre, qualche limone, spensieratezza assoluta, ma è stato soprattutto il momento di una doverosa “decompressione” per immagazzinare al meglio l’impatto di tutte le esperienze visive accumulate e non pensare al viaggio di ritorno.
Sono stati quattro giorni vissuti come sempre a pieno regime, tra scoperte inaspettate, ritorni attesi da anni e la sensazione, più rara altrove, di essere nel posto che appartiene davvero a chi lo vive. Ma la cosa che questo Frantic ha reso ancora più chiara è che la sua vera forza non sta solo nei nomi in scaletta, quanto nelle persone con cui parli, in quelle band che si fermano al banchetto merch a parlare con chi le ha appena scoperte o nei genitori che ci portano i figli invece di provare a tenerli lontani da questa musica. È in questo intreccio di volti familiari e nuovi arrivi che si misura davvero la crescita dell’evento assieme a quella umana di chi vi partecipa, senza mai perdere la propria identità goliardica e accogliente. Il Frantic cresce negli headliner sempre più ambiziosi, senza perdere un grammo della personalità che lo rende diverso da tutti gli altri festival italiani. Ci si ritrova ogni anno, sempre più numerosi, sempre più stanchi, sempre più consapevoli di essere parte di qualcosa che conta.
Ci vediamo assolutamente l’anno prossimo!
(Aleksandra Katarina Klepic)




