L’AMA Music di quest’anno si rivelò fin dai primi annunci estremamente attraente, specialmente per chi ama le sonorità più heavy: Scorpions il sabato, per il 60° anniversario (ottima occasione per l’ennesimo tour d’addio), Alice Cooper il giorno dopo, promettendo un weekend di quelli belli tosti.

Il festival è grosso, bello grosso: non ha nulla da invidiare agli altri festival open air che si svolgono in Italia durante l’estate, ma ha un vantaggio non indifferente: è praticamente dietro casa mia! So dove parcheggiare gratuitamente (quindi senza vendere un rene, quello serve per i token), ci arrivo in 10 minuti e divento attraente per i pendolari del metal, gente che preferisce casa mia agli hotel della zona.

Una di queste persone, la quale gode del mio massimo rispetto e della mia stima (ci conosciamo da prima che diventasse quella che tutti voi ammirate), è Titania di Radiofreccia.

Titania non è solo mia ospite: si accampa direttamente a casa mia, facendo risparmiare alla radio un hotel a cinque stelle, magari lo stesso di Alice Cooper… pensa un po’ che sfiga.

Con lei si accampa la nostra fotografa, Monica Furiani Photography, e pure l’autista di Titania, il quale ha un nome che cambia in funzione del mood, dell’alcol e dell’orario. Per dovere di cronaca, in questo testo lo chiameremo Claudio.

Titania arriva il sabato ma va direttamente al fest: le avevo detto di fare la partenza intelligente il sabato mattina, viaggiare con un abbigliamento meno estremo del suo solito, fare una sosta relax a casa mia per poi affrontare quei 10 minuti di auto verso la venue, fresca, riposata e con un make-up impeccabile. Ma Claudio ha deciso che la partenza intelligente dovesse essere alle 13:00. Da Milano. Con probabilmente 45 °C. All’ombra. C’è chi narra che sulla A4 la temperatura avesse raggiunto i 60 °C e che l’asfalto si fosse liquefatto. Leggenda? Forse. O forse no. Le leggende hanno sempre un fondo di verità.

Vivi o morti, sobri o meno, cotti dal sole o no… ci si incontrerà DOPO il concerto, fuori dall’area del fest, per praticare uno dei nostri nuovi hobby preferiti: farci cacciare dai pub per aver ampiamente superato l’orario di chiusura. Ma su questo ci torno dopo.

Tra un giro nella bellissima location (la stessa dell’anno scorso, dove vidi i Prodigy), qualche sosta nell’Aperol Bar sul soppalco, un temporale che rinfresca l’aria e qualche altra birra (i token incautamente acquistati dovevano assolutamente essere consumati!), salgono sul palco i mitici Saxon, capitanati dall’inossidabile Biff Byford, frontman del gruppo britannico fin dagli inizi, risalenti al 1978: un signore di 75 anni che vanta ancora una presenza scenica e una voce invidiabili.

Il loro heavy metal, il loro NWOBHM è glorioso, è graffiante, è tuonante, grazie a una scaletta che esalta con la potenza di “Solid Ball of Rock”, l’amore per i motori di “Motorcycle Man” e “Wheels of Steel”, l’inno di “Denim and Leather” e il metallo scintillante di “Princess of the Night”.

Band in super forma, compatta, capace di coinvolgere e scaldare un pubblico sempre più numeroso, in attesa degli headliner della serata.

Foto: Monica Furiani Photography

Gli Scorpions. Dannazione, questa band è in giro dal 1964. Sono più di sessant’anni! Il chitarrista Rudolf Schenker è ancora lì, 78 anni il prossimo mese, in forma, scattante, capace di saltare letteralmente da una parte all’altra del palco, offrendo uno spettacolo esplosivo e iconico. Anche Matthias Jabs è bello carico: assoli potenti, presenza scenica esuberante… con due personaggi del genere, spinti dal drumming devastante di Mikkey Dee dei Motörhead (sarà Mikkey Dee dei Motörhead per l’eternità!), lo show diventa travolgente per forza.

E Klaus Meine? Oh. Klaus Meine, il leggendario frontman, non è più tanto in forma. Fin dall’anno scorso vari spettacoli subirono la cancellazione (alcune date in Sud America nel 2025 e, più di recente, in primavera, le date in India) a causa di alcuni problemi respiratori che lo affliggono. Eppure Klaus, 78 anni compiuti, è sul palco di Romano d’Ezzelino, un po’ esitante, palesemente debole, con una voce molto lontana da quella della sua inconfondibile ugola, una voce poco energica anche quando parla a un pubblico che comunque lo ama, lo osanna, lo rispetta e lo ringrazia per tutti questi anni di incredibile rock’n’roll, di musica che unisce almeno quattro generazioni; tra il pubblico, infatti, ci sono molti coetanei dei membri storici della band, e poi gente di 60, 50, 40, 30 anni… fino ai teenager, e pure i tanti bambini sotto i dieci anni che un domani non ricorderanno un concerto di questa portata, ma conserveranno i racconti dei genitori, le foto scattate e, chissà, magari un giorno narreranno ai loro figli la storia di questa band intramontabile amata dal nonno, una band che ha firmato momenti epici nella storia del rock… momenti che prendono forma quando migliaia di fan fischiano assieme la melodia di un evergreen come “Wind of Change”, un inno che, per il suo significato, continua a essere attuale anche nel caos geopolitico dei nostri anni Venti del XXI secolo.

La scaletta è esaltante, le immagini sul maxischermo celebrano questa favolosa storia… e non solo quella della band di Hannover, ma anche quell’altra di Londra: decisamente stupendo il tributo ai Motörhead durante l’assolo del loro batterista Mikkey Dee!

La difficile “Blackout”, brano tratto dall’album che segnò i primi problemi alla voce di Klaus, problemi poi superati con una dimostrazione di resilienza incredibile, e la mitica “Rock You Like a Hurricane” vengono lasciate in chiusura, evidenziando sia i limiti di Klaus, ma anche la sua straordinaria tenacia, quella tenacia che, ancora una volta, mi ha permesso di vedere questa iconica band dal vivo. Sarà l’ultima volta? Forse, ma ricordo che lo pensai anche qualche tour d’addio fa… eppure loro sono ancora qui. Irriducibili!

Foto: Monica Furiani Photography

Fine. Si migra al pub. Prendiamo d’assalto un tavolo: io, condottiero di missioni devastanti, la nostra fotografa Monica, Elena, quella di Radiofreccia, Titania, che finalmente può bere, e il suo autista, il Sig. Claudio.

Abbiamo fame. Abbiamo sete. Tanta. Pinte di birra e gin tonic si susseguono, mentre i dialoghi sono quelli della nostra gente: dalla birra al metal, dalla performance del tale artista fino alle vibrazioni di quell’energia che rimane nelle vene dopo uno spettacolo grandioso.

Soddisfacendo il piacere del nostro nuovo hobby, ci facciamo gentilmente cacciare, ma non restiamo a secco: casa mia ha un bar molto fornito (ora non più; in queste due notti rock è passato una specie di cazzo d’uragano che m’ha azzerato le scorte). E facciamo giorno. L’alba. Il gallo canta, con molta più voce di Klaus Meine!

A una certa decidiamo che servono energie per il prossimo concerto. Bisogna riposare. All’indomani (in verità dopo qualche ora) ci sarebbe stata l’altra serata del festival… questa volta senza alcuna previsione di pioggia rinfrescante. Claudio, di questo, ne era immensamente felice.

Dormo qualche ora. Mi sveglio mentre il resto della gang ronfa… Mangio. Riposo. Rimangio. Ho una fame chimico-nervosa: il corpo esige cibo per ricostruire le cellule devastate dagli eccessi della notte precedente. A un certo punto i miei ospiti si svegliano (tipo due ore prima dell’apertura dei cancelli). Hanno fame. Anch’io ho fame. Ancora.

Forti degli insegnamenti tratti dalla pergamena che leggiamo a scrocco grazie ad un’amica che vanta un abbonamento a vita alla rivista Donna Feudale degli amici di Feudalesimo e Libertà, io e Claudio ci scambiamo uno sguardo complice: le dame DOVREBBERO comportarsi come si confà alle dame di corte… quindi ordiniamo loro di andare in cucina a preparare una molto estiva zuppa di fagioli, da gustare innaffiando il palato con pinte di cervogia.

Lo so che volete vedere una foto di Titania mentre cucina con Monica. Ovviamente ne ho scattate varie, con le donzelle in atteggiamento più sexy che culinario (…!). Però non ho intenzione di mostrarvele. Nemmeno sotto tortura. Nemmeno in cambio di (molto) denaro. Quello che posso comunque rivelare è la totale assenza della succulenta zuppa di fagioli, sostituita da sostanziose frittate con le verdure.

Da dove diavolo saltano fuori queste frittate? Dove diamine hanno trovato le due dozzine di uova fresche?

Si narra che, dopo lo spegnimento delle luci poche ore prima, al sorgere del sole, le due donzelle siano uscite di soppiatto per andare a uccidere quel gallo frontman che ci impediva di dormire; tuttavia, pare che il gallo abbia barattato la sua vita per quella del suo harem e della relativa discendenza. Ecco spiegate le uova. Ecco forse spiegate anche le galline sgozzate e smembrate ritrovate nei dintorni, fatto per il quale lasciamo valida la versione ufficiale dei notiziari locali: rituale satanico!

Un’altra leggenda. Con il suo fondo di verità. Forse.

Si torna all’AMA. Io torno sul palchetto dell’Aperol, prendo un drink e mi stendo sulla sdraio. Ogni bagnante delle nostre coste mi avrebbe invidiato. Altro che riviera romagnola! Mi ripiglio solo per andare a vedere la band di apertura della serata: i Messa.

Davanti a me c’è FLUO-MAN. Nessuno sa da dove sia arrivato. Voi non lo conoscete, non lo conosce nemmeno la Marvel, ma io e Claudio lo adoriamo. Alto due metri, con scarpe fluo e, cosa importante, berrettino fluo! Praticamente un supereroe dell’era post-nucleare: non si è mai mosso dalla sua postazione, non con i Messa, non con i The Damned e tanto meno con Alice Cooper; non è mai andato in bagno. Non ha mai bevuto. E alla fine del concerto, puff, scomparso nel nulla, teletrasportato in una dimensione parallela nella quale il plutonio è servito a colazione.

I Messa sono divini. Sara è divina. Alberto è sempre più vicino al virtuosismo, mentre Mark Sade e Mistyr creano un tappeto ritmico travolgente. La loro esibizione è stupefacente, la migliore che io abbia visto… tra il mistico e il tuonante, con l’intimità di un piccolo club portata sull’enorme palco dell’AMA.

I The Damned sono una di quelle band che meritano la definizione di ‘eterna’. Punk. Goth. Dark Rock. Una band irriducibile da ben 50 anni, capace di un concerto esaltante, intenso, anche molto teatrale, con un Captain Sensible scatenato, un David Vanian favoloso e un Rat Scabies molto invecchiato, ma per questo non meno scatenato dietro le pelli.

Foto: Monica Furiani Photography

Foto: Monica Furiani Photography

I roadie lavorano sodo e creano dal nulla la scenografia di Alice Cooper, il quale ci riversa addosso uno spettacolo mostruoso. Lui non sente minimamente i suoi 78 anni, anzi. È diabolico, teatrale ai massimi livelli, si muove con scioltezza trascinando con sé i tre bravissimi chitarristi (Ryan Roxie, Tommy Henriksen e la recente ottima new entry Anna Cara), il grande Chuck Garric al basso, sempre granitico e pulsante, e un tuonante ed esplosivo Glen Sobel alla batteria.

Ovviamente non mancano le scene tipiche di questo mitico shock rocker: tombe, cadaveri, boia, zombie, vittime… Lui stesso viene ucciso con la complicità della sua adorata moglie… tanto che trovo geniali quegli opposti scenici: lei che solleva la testa mozzata di lui prima, i due che si baciano davanti a un pubblico in delirio, poi.

Le prime file, dannati loro (forse anche Fluo-Man), vengono innaffiate di plettri, bacchette, scettri e qualsiasi altra diavoleria che viene scaraventata dalla band verso il pubblico: sicuramente molti fortunati si sono portati a casa trofei decisamente unici… tranne Titania, che non è riuscita a prendere al volo il plettro che le hanno lanciato contro.

In scaletta brani simbolici: “No More Mr. Nice Guy”, “I’m Eighteen”, “Feed My Frankenstein”, “Hey Stoopid”, la geniale “Poison”, la dolcissima “Only Women Bleed”, la ribelle “School’s Out” e pure “Smells Like Teen Spirit”, con dedica di Alice al compianto Kurt Cobain.

Foto: Monica Furiani Photography

È domenica sera, notte. Il concerto è finito. Il weekend sotto il palco è finito.

Ma noi rifiutiamo la fine del divertimento. Non abbiamo nessuna intenzione di salutarci, poi c’è sempre un pub che ci aspetta (grazie Lara!). E così ecco un’altra notte. Un’altra alba.

Cosa rimane di tutto questo, stanchezza per orari ed eccessi a parte?

L’emozione. Perché esibizioni come quelle dei due headliner lasciano il segno. Un marchio indelebile.

E poi l’amicizia.

Perché condividere la passione alimenta l’amicizia, condividere il sudore di un open air estivo alimenta l’amicizia.

Perché, dopo tutto, anche quando la vita torna ‘normale’ rimane quel senso di esaltazione che puoi condividere solo con dei veri amici, in quanto solo loro possono capire fino in fondo, solo loro sono in grado di vedere quanto in profondità, dentro il tuo io, queste sensazioni riescano a scavare. Per mettere le radici. Per proliferare.

L’AMA è tornato in silenzio. Certo, ci sono altre date, ma non potranno fare tutto il baccano di questi due giorni hard rock.

Casa mia si è svuotata (prima di essa il frigo).

Tutto è tornato alla routine, alle faccende quotidiane: io sono seduto al Mac per scrivere queste parole, Monica Furiani Photography è in piena post-produzione fotografica, Claudio avrà riconsegnato Titania alla radio (e parcheggiato l’auto), Titania starà invece pianificando come intrattenerci in occasione della sua prossima Ultima Luna.

Silenzio.

Il muro di Marshall è silenzioso. I riflettori sono spenti. Le diavolerie di Alice Cooper sono state impacchettate e spedite verso qualche prossimo concerto o verso la sua cripta.

Eppure questo silenzio sta ancora facendo un baccano terribile.

Sarà il pulsare aggressivo dei nostri cuori, che battono, che tuonano, che scandiscono il ritmo delle nostre vite, vite che non potrebbero esistere senza questa nostra devozione per il rock, per l’hard rock, per l’heavy metal.

(Luca Zakk)

P.S: Ogni riferimento a Fluo-Man è assolutamente reale. O quasi.

P.S: Nessun pennuto è stato maltrattato nella stesura di questo racconto. Credo.