
Negli ultimi anni, la città di Pordenone è al centro di vari eventi musicali: basti pensare al festival blues, dove però trovano spazio anche formazioni rock storiche come i Deep Purple (nel 2023) oppure, come nel caso di quest’anno, il guitar hero Yngwie Malmsteen. Dopo circa un’ora in mezzo al traffico, in piena ora di punta, miracolosamente riesco a trovare parcheggio non troppo lontano dal Parco San Valentino, location alquanto ampia, considerando che, nonostante la buona affluenza di pubblico, circa quattromila persone, il parco ne avrebbe potute contenere comodamente altrettante.
Se, come è ovvio, l’attesa per l’esibizione dei ‘Metal Gods’ era spasmodica, altrettanto elevata era la curiosità di assistere al ritorno in Italia dopo quindici anni dei Nevermore, formazione ora capitanata dagli storici elementi Jeff Loomis alla chitarra e Van Williams alla batteria, coadiuvati dalle new entry Jack Cattoi alla chitarra, Semir Özerkan al basso e soprattutto Berzan Önen, al quale spetta l’onore e l’onere di non far rimpiangere il compianto Warrel Dane.
La band ha puntato tutto sull’impatto sonoro, per uno show potente e senza fronzoli, con un impianto luci piuttosto spartano se confrontato con quello esibito poi dai Judas Priest. Ogni dubbio sulla nuova formazione è stato spazzato via sin dalle prime note dell’opener “Narcosynthesis”, di gran lunga il mio brano preferito in assoluto della band statunitense; la nuova formazione si presenta coesa, potente, precisa e con un’ottima tenuta di palco, con una prova vocale di Berzan che oserei definire stupefacente, riuscendo a non far rimpiangere minimamente l’amatissimo predecessore. È proprio a Warrel Dane che viene dedicata “Believe In Nothing”, cantata da tutto il pubblico, con le torce dei telefoni accese a illuminare il cielo. L’intero set è concentrato sul materiale più recente, tra cui spiccano la bellissima “Inside Four Walls”, la devastante “Born” e la conclusiva “Enemies Of Reality”, con il ritornello cantato da un pubblico in estasi. Un ritorno di spessore, con un cantante davvero all’altezza del difficile compito che gli è stato assegnato. Peccato solamente per il suono, potente ma un po’ troppo impastato, con la batteria e la voce che sovrastavano il resto.
Appena terminato il (purtroppo breve) concerto dei Nevermore, il palco si riempie di tecnici intenti a montare luci, scenografie e quant’altro, issando anche, a mo’ di sipario, un enorme telone raffigurante le copertine della discografia dei Judas Priest, tranne quelle in cui mancava Rob Halford. L’attesa si protrae fino alle 21.10, quando le luci si spengono e parte “War Pigs” dei Black Sabbath, brano che introduce ogni concerto dei Priest, onorando così i loro illustri concittadini insieme a tutto il pubblico che canta a gran voce questo classico, che viene sfumato in favore di “Faithkeepers”, intro che dà ufficialmente inizio al concerto.
Da dietro il sipario si sente il potente e monolitico riff di “You’ve Got Another Thing Coming”, velo che poi cade con la band a centro palco, accolta dal boato della folla. La band è in forma smagliante, con Richie Faulkner molto abile ad arringare la folla, sfoderando una presenza scenica non indifferente. Un po’ meno appariscente Andy Sneap, che si dimostra comunque ottimamente integrato nel ruolo di chitarrista dei Priest, sfoderando anche un maggior numero di assoli rispetto al passato. Scott Travis è la solita macchina da guerra, il motore ritmico, un concentrato di precisione chirurgica e potenza animalesca, mentre Ian Hill, sempre posizionato nelle retrovie, martella insistentemente il proprio basso, il quale dal vivo acquisisce quella presenza e quello spessore che talvolta latitano negli album in studio.
E poi c’è lui, il METAL GOD per eccellenza, Robert John Arthur Halford, il quale, alla venerabile età di settantacinque anni, si conferma mattatore indiscusso, calamitando l’intera platea, pronta a seguirlo come un pifferaio magico. Il concerto procede con una sfilza di classici da stropicciarsi gli occhi: “Metal Gods”, “Breaking The Law”, “The Ripper” e “The Sentinel” mandano in estasi tre generazioni di fan, dal quindicenne brufoloso al settantenne rugoso, uniti da questi inni immortali.
Non mancano pezzi più melodici e ruffiani, come “Desert Plains” e “Turbo Lover”, inframmezzati dalla rocciosa “Lightning Strike”, mentre qualcuno accenna al pogo durante l’infuocata “Steeler”. Il materiale più recente si mescola alla perfezione con i classici, come nel caso di “Delivering The Goods”, seguita dalla recente “Panic Attack”, oppure del capolavoro “Victim Of Changes”, che cede il posto a “No Surrender”. Ma praticamente tutti sotto il palco eravamo in attesa di un brano in particolare, aperto da quella intro di batteria che ha cambiato la storia del metal: mi riferisco ovviamente a “Painkiller”, cantata divinamente da Rob Halford, stasera particolarmente in forma, visto che, dopo l’esecuzione di tale brano, non l’ho visto particolarmente provato, cosa che mi è capitato di notare in alcuni video. Dopo essersi momentaneamente ritirata nel backstage, la band torna per gli encore: dalle casse dell’impianto echeggiano le note di “The Hellion” per introdurre “Electric Eye”, brano in cui si sente davvero la presenza del basso di Ian Hill. Il palco si svuota nuovamente per fare posto a Rob Halford in sella alla sua rombante Harley, dalla quale canta “Hell Bent For Leather”, seguito da tutto il San Valentino, che impazzisce ulteriormente nella conclusiva “Living After Midnight”, cantando all’unisono il ritornello anche quando la band decide di fermarsi, lasciando il solo Scott Travis a tenere il tempo.
Una serata indimenticabile, con i Nevermore che si sono dimostrati animali da palco. Ora sono curioso di sentire come sarà il nuovo album, soprattutto per quanto riguarda le parti vocali. Per quanto riguarda i Judas Priest, è stato uno show epocale, con una scaletta perfetta, eseguita con l’esperienza dei veterani e con la fame e la grinta che mancano a tante formazioni emergenti.
Poi è vero, da una discografia come la loro i classici abbondano e sarebbe quasi impossibile racchiuderli tutti in un evento. Ad esempio, mi sarebbe piaciuto sentire “A Touch Of Evil” oppure “Beyond The Realms Of Death”, ma se dovessero accontentare tutti singolarmente, dovrebbero fare uno show di almeno cinque ore. Mi ritengo quindi estremamente soddisfatto di una serata che non dimenticherò facilmente.
(Matteo Piotto)




