
(Naturmacht) Dall’underground finnico, ecco una nuova entità, una nuova one man band al debutto. Poesia degli inferi, atmosfere solenni ma lugubri, un’oscurità densa che aleggia su questi undici brani, elargendo malinconia, tristezza, un profondo senso di mestizia. È un black che non cela le sue origini selvagge, ma che si rende più fruibile grazie alle keys, grazie a impostazioni ricche di atmosfera che addolciscono, senza comunque celare, un riffing graffiante, letale, implacabile. La title track è un esempio perfetto dello stile di Azaghast, in un disco che alterna canzoni a interludi ambient incredibilmente inquietanti, come la terrificante “A Lamentation”, l’ipnotica “An Elegy” o il dungeon di “A Dirge”, senza contare la favolosa e conclusiva “A Threnody”. Brani quali “Address to the Moon” (testo di Nathaniel Hawthorne) nascondono un groove molto catchy, mentre pezzi quali “I, Dark Romanticist” suggeriscono un’efferata ricerca degli inferi più irraggiungibili. Suggestiva “Death Will Always Remember”, intensa “The Tempest Breeze” con la voce dell’americano Stephen Parker (Maestus, Other World, Other World, ex The Will of a Million), mentre è più diretta e incisiva “Afternoon Song” (con un testo di Charles Baudelaire). “Ghost Touch” affonda nella malinconia di ciò che resta impresso e non ha bisogno di alzare la voce. Preferisce restare nell’ombra, respirarla, lasciare che sia il buio a raccontare ciò che la violenza del suono finirebbe soltanto per soffocare. Azaghast sembra camminare dentro questa oscurità interrogandosi sulla propria collocazione in una natura che esisteva molto prima di lui e che continuerà tranquillamente a esistere dopo. Nessuna ricerca dell’immenso, nessun bisogno di erigere monumenti: il viaggio procede verso l’interno, seguendo le tracce lasciate dalla memoria, tornando là dove il tempo ha sepolto qualcosa che forse non abbiamo mai davvero perduto. O che, semplicemente, continuiamo a cercare.
(Luca Zakk) Voto: 8/10




