
(Iron Bonehead Productions) In poco più di 15 anni, i portoghesi Black Cilice (moniker inquietante) hanno sputato nell’etere — questo compreso — ben sette album, oltre a un numero infinito di demo, EP, split e compilation. Band (o meglio, one man band) misteriosa e ormai iconica, sicuramente tra le principali influenze del raw black metal lusitano, anche questa volta non prende prigionieri, trasmettendo un’energia spaziale violentemente oscura, quasi proveniente da esplosioni cosmiche tra galassie lontane, fisicamente rivali, create dall’eternità dell’universo con fini caotici e apocalittici. C’è crescita nell’arte di Black Cilice. Il raw black metal diventa più raffinato grazie a una produzione più nitida, che rende il disco più meditativo, pur restando lacerante e musicalmente crudele. Fin dalla copertina, poi, c’è questo fuoco votivo che arde con fierezza: è l’ombra di vite passate, è manipolazione, è isolamento, è trascendenza, è conoscenza del lato oscuro dell’io. Ma la luce del fuoco cosa simboleggia? La vittoria del bene contro il male, della vita sulla morte? La protezione contro le forze oscure? È simbolo di preghiera per accompagnare le anime verso il paradiso? Rappresenta forse un rito di purificazione? Non credo. I brani ‘parlano’ chiaro: c’è liberazione dal Fuoco, ci sono voti giurati per secoli, si entra nel Tempio Interiore dell’io eterno, si giunge alla decostruzione di tutte le realtà a noi note. No, non c’è salvezza, non c’è redenzione, le preghiere sono vane e l’unico dio è forse la gelida crudeltà eterna dell’universo. Manca l’aria respirabile nell’assalto sonoro e concettuale di “Votive Fire”. Il poco ossigeno che rimane serve ad alimentare quei morenti fuochi votivi, verso un ritorno all’alba dell’eternità, a una dimensione primordiale dell’essere.
(Luca Zakk) Voto: 9/10




